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Italia, l'ingorgo istituzionale

di

Loris Campetti
Tra le politiche da cardiopalma del 10 aprile e le amministrative del 28 maggio in cui si eleggeranno i sindaci delle principali città italiane e il consiglio regionale siciliano. Tra l’elezione del presidente della repubblica e il referendum sul ripristino della Costituzione violata dalla Casa delle libertà. Infine, tra il 25 aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo ma non ancora da Berlusconi e il Primo maggio, festa del lavoro ma in attesa di liberarsi dalla legge 30 che fa scempio dei lavoratori. L’Italia resta appesa tra un passato che non riesce ad archiviare e un futuro minato dai guastatori di Berlusconi, nonché dalle divisioni interne delle forze democratiche che avrebbero pur vinto le elezioni, ma sono tenute insieme solo dalla necessità di liberare il terreno dalla pericolosa anomalia rappresentata dal Cavaliere di Arcore. In un clima segnato dagli agguati quotidiani di un irriducibile Berlusconi che non si rifiuta di uscire di scena, la destra le sta tentando tutte per impedire che la volontà dei cittadini possa essere onorata con la costituzione di un governo guidato da Romano Prodi. Ma facciamo un passo indietro, per capire le origini della destabilizzazione politica e istituzionale italiana. Il centrosinistra ha vinto le elezioni e ha la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Con appena 24 mila voti in più su oltre 47 milioni di votanti alla Camera, che consegnano all’Unione ben 67 seggi di vantaggio. Al Senato, pur avendo raccolto 140 mila voti in meno della Cdl, Prodi può contare su due eletti in più di Berlusconi, a cui potrebbe aggiungersi la maggioranza dei 7 senatori a vita. Doppia vittoria, dunque, grazie alla peggiore legge elettorale della storia – un boomerang lanciato dalle destre per impedire quella vittoria dell’Unione che invece, paradossalmente, ha reso possibile – e a una pessima legge per garantire il voto degli italiani all’estero – cucita su misura dal ministro Mirko Tremaglia, ex repubblichino di Salò che mezza Italia, quella di sinistra, vorrebbe “santo subito”. È indubbiamente un boccone amaro da ingoiare per Berlusconi che ha tentato in ogni modo di annullare il voto gridando ai brogli, negati invece in ogni sede istituzionale e giudiziaria. La seconda strada è la più fetida e dunque, per lui, la più naturale: l’acquisto, euro alla mano, di qualche senatore per paralizzare i lavori di almeno un ramo del parlamento. L’ingorgo istituzionale lo aiuta in quest’opera mercantile: il 18 maggio scade il mandato settennale di Carlo Azeglio Ciampi e il presidente della repubblica continua a ripetere che non tocca a lui ma al suo successore il compito di incaricare il presidente del consiglio, una volta insediato il neoeletto parlamento il 28 aprile ed eletti i presidenti di Camera e Senato. Così passerà altro tempo, prezioso per Berlusconi quanto foriero di rischi per la democrazia. La prima prova del nove per l’Unione è questo venerdì, 28 aprile, quando il nuovo Parlamento dovrà eleggere i presidenti di Camera (i numeri non creano problemi al centrosinistra che, dopo uno scontro poco edificante, ha trovato l’accordo sul nome di Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione comunista, che non pochi avrebbero preferito ministro del lavoro) e Senato (il candidato è Franco Marini, Margherita, ex segretario della Cisl, ma la destra ha lanciato un sasso nello stagno trasversale democristiano, proponendo l’improponibile: l’ottantasettenne Giulio Andreotti, autobiografia dell’Italia peggiore). Resisterà la maggioranza di 2 o 5 senatori in più a far eleggere il candidato dell’Unione? Dipende dall’esito del suq berlusconiano. Sciolto questo nodo, Ciampi dovrà decidere se accettare le pressioni per assegnare l’incarico a Prodi oppure sottostare alle minacce berlusconiane che puntano a far imputridire la crisi istituzionale. E poi, chi sarà il nuovo presidente della repubblica eletto dopo il 12 maggio? Difficilmente lo stesso Ciampi, sulla soglia dei novant’anni, salvo un corale appello di tutte le forze politiche. Di certo si sa che l’intenzione generale è di eleggere un candidato appoggiato dai due schieramenti. Si fa il nome di Massimo D’Alema, il presidente dei Ds passato agli annali per la fallita bicamerale con Berlusconi, nonché per la guerra del Kosovo quand’era premier. Ma dato che la “scelta” di Bertinotti alla presidenza della Camera ha lasciato all’asciutto il maggior partito dell’Unione, se il Quirinale non finisse in mano Ds, è prevedibile che ai Democratici di sinistra finirebbero i ministeri più importanti. Tra gli altri nomi circolati, quello di Amato, diventato famoso per la sua Finanziaria da 90 mila miliardi per salvare il cavallo con una cura che ha rischiato di ammazzarlo. Solo una volta risolto l’ingorgo istituzionale si potrà tornare a parlare di politica. Cioè di ritiro delle truppe dall’Iraq, di cancellazione della legge 30 che precarizza il mercato del lavoro, di ripristino della Costituzione con la cancellazione della devolution, di una nuova politica per la scuola e l’immigrazione. Per non parlare dell’economia e della pressione liberista che gli organismi finanziari internazionali stanno già esercitando sul governo a venire. Tutti temi su cui l’Unione è divisa. Resta un ultimo problema, il principale. Il fantasma di Berlusconi continua a volteggiare sull’Italia; il berlusconismo, lungi dall’essere stato archiviato, ha aperto voragini anche dentro la cultura del centrosinistra. Anche se – come è probabile — le prossime elezioni amministrative dovessero confermare il maggior radicamento del centrosinistra nel territorio, il tema all’ordine del giorno resterà il berlusconismo. Una notazione rivolta a chi ha legittimamente criticato il giudizio negativo dato dal sottoscritto sulla legge che riconosce (giustamente) il diritto degli italiani all’estero a votare (ma con criteri sballati, con un conteggio degli aventi diritto ora contestato da tutti, e con la costituzione di collegi unici all’estero che non consentono agli elettori emigrati di confrontarsi con la politica italiana per quel che è, e con un sistema elettorale diverso da quello “italiano”). È vero, il Senato è stato vinto dall’Unione grazie al voto degli italiani all’estero. Resta il fatto che il centrosinistra ha avuto meno voti della Casa delle libertà. Inoltre, alla base della vittoria oltr’Alpe c’è sicuramente un giudizio sbagliato (da tutti) sulla composizione sociale e sulla cultura degli elettori emigrati, ma non si deve dimenticare che se la Cdl si fosse presentata unita, come saggiamente ha fatto l’Unione, ora staremmo piangendo la sconfitta.

Pubblicato

Venerdì 28 Aprile 2006

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