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Italia, il risveglio del virus è da incubo

Mentre i contagi e i morti da coronavirus hanno ripreso a crescere, l’Italia trema per la tenuta del sistema sanitario e per la situazione economica

di

Loris Campetti

Si naviga a vista nella nebbia e la forza del mare cresce. La seconda ondata della pandemia sta mettendo a dura prova false certezze e legittime speranze. Il refrain ripetuto ossessivamente per tranquillizzarci – in Italia le cose vanno meglio del resto d’Europa – viene sbatacchiato dall’incalzare dei numeri dei positivi al covid 19, in crescita esponenziale dalla pazza estate in cui si è respirato un clima da liberi tutti. 11-12 mila nuovi malati ogni giorno, cifre da record assoluto ma va precisato che rispetto a febbraio-marzo il numero di tamponi è aumentato di 7-8 volte e la maggior parte dei positivi è asintomatica. Persino i morti hanno ripreso a salire sfiorando i 100 quotidiani. Certo, meno dei 1000 nei giorni più drammatici della prima ondata, anche perché scienza e medicina qualche passo avanti l’hanno fatto.

 

Ma in Campania, la regione più colpita dopo la Lombardia, stanno per esaurirsi i posti letto per i malati più gravi e mancano medici e infermieri. Ci sono più autorespiratori ma la carenza d’organico nella sanità non è stata colmata nei mesi in cui il covid ci aveva fatto respirare.

 

E nella regione più ricca d’Italia e forse d’Europa, la Lombardia, gli effetti della privatizzazione della sanità si fanno sentire come a marzo, quando una parte degli ammalati veniva spedito in Germania. Il presidente leghista Fontana, pressato dai sindaci delle principali città tutti di centrosinistra, ha chiesto e ottenuto la chiusura totale che sciaguratamente viene chiamata coprifuoco dalle 23 al mattino, come a Parigi. Anche il presidente della Campania De Luca, dopo la discutibile scelta di chiudere le scuole di ogni ordine e grado, ha chiesto il “coprifuoco” ma al tempo stesso ha autorizzato la riapertura da lunedì delle elementari.

Salute ed economia
Viene prima la salute o l’economia? Se si cancellano posti di lavoro e cresce la miseria non c’è salute, ma rinunciare alla salute per difendere il lavoro ha conseguenze drammatiche. Al presidente di Confindustria Bonomi della salute, a partire da quella dei suoi operai, importa ben poco. Continua a ululare contro il governo, dopo aver ordinato la rottura delle trattative per i contratti dei metalmeccanici ora pretende da Conte la fine immediata del blocco dei licenziamenti perché «solo così si potranno fare assunzioni», e comunque le aziende devono essere libere da lacci e lacciuoli per tornare a correre. Una sola cosa deve fare lo Stato per le imprese; sganciare sempre più grana. Gli risponde a distanza Michele De Palma, della segreteria Fiom e responsabile dell’automotive: «Le imprese smettano di chiedere sanità privata, di sbloccare i licenziamenti, di ridurre gli interventi sociali e investano in innovazione eco-sociale. Noi abbiamo un compito fondamentale su cui imprese e politica hanno fallito: mutualismo, informazione, conoscenza e consapevolezza delle persone: una cittadinanza solidale a partire da chi per vivere deve lavorare».


Il premier Giuseppe Conte, schiacciato tra paure e interessi opposti, si muove con prudenza e talvolta con goffaggine, come quando suggerisce di ridurre il numero di commensali in famiglia o con amici ma ritiene di aggiungere: «Non manderemo la polizia nelle case private». Il Dpcm – decreto del presidente del consiglio - di inizio settimana risente dei conflitti tra le istituzioni scientifiche e tra le forze politiche che sostengono il governo. Non vuole spaventare imprese, mondo dello sport, del turismo e della cultura, frenando le richieste di chiusure più drastiche portate avanti dal ministro della sanità Speranza. Il Movimento 5 Stelle, diviso al proprio interno, fa muro contro l’accesso al Mes, 37 miliardi dati in prestito a condizioni vantaggiose dall’Europa e finalizzati alla sanità, scontrandosi con gli altri componenti della maggioranza: Pd, Leu e Italia Viva. La strategia di Conte è il rinvio continuo, indebolito dalla consapevolezza che i 209 miliardi del Recovery Fund non si sa quando arriveranno mentre i 37 del Mes sarebbero disponibili da subito.


Le destre, anch’esse divise (Berlusconi per il  Mes, Lega e Fdi contro) si tuffano nel conflitto tra centro e territori. Molti dei sindaci che a marzo denunciavano l’autoritarismo del governo che toglieva loro ogni potere di decisione, adesso denunciano “lo scaricabarile” con cui il Dpcm delega ai comuni la scelta di individuare città per città e chiudere le aree degli assembramenti, come se Conte potesse conoscere le piazze della movida a Cuneo o a Enna. Ci sono le responsabilità del governo, quelle degli amministratori e infine c’è la necessità di un’assunzione di responsabilità collettiva. Quella dei sindacati, naturalmente. Quella che di sicuro manca è l’assunzione di responsabilità degli imprenditori.

Pubblicato

Giovedì 22 Ottobre 2020

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