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Iraq, futuro ipotecato

di

Gaddo Melani
Pur se mentre scriviamo i combattimenti non sono terminati, la guerra d’invasione anglo-americana in Iraq può dirsi conclusa. Il regime di Saddam Hussein è finito. Non sappiamo ancora quale sarà la fine personale del dittatore iracheno: la fuga, come Bin Laden e il mullah Omar; o il suicidio; o la morte, anche per mano di qualche pretoriano, magari alla ricerca delle grazie del vincitore; o l’arresto e quindi il processo, come per Milosevic (Washington ha già annunciato che processerà in proprio i dirigenti iracheni per crimini di guerra). Il destino di Saddam Hussein seguirà quello di altri ex-beniamini degli Stati Uniti, prima usati e quindi iscritti nel libro degli avversari da distruggere. In piccolo, date le diverse dimensioni geo-politiche, era successo, tanto per fare un esempio, al generale panamense Noriega, catturato dopo l’invasione del suo paese e assicurato alle galere americane per traffico di droga. Il conflitto non si è svolto come programmato dal Pentagono e dall’intelligence. Non vi sono state folle osannanti a offrire fiori ai liberatori (anche se certamente ve ne saranno non appena gli anglo-americani saranno padroni assoluti del campo) e gli iracheni hanno resistito più del previsto. Il rais non ha usato le armi chimiche né quelle biologiche (ma si può essere certi che ne saranno trovate, la Casa Bianca se n’è detta sicura, Blair anche, e sarebbe ingenuo dubitarne). D’altro canto la guerra si è mostrata per quell’orrore di distruzione, di atrocità, di morte che si voleva che fosse. D’altronde la parola d’ordine data dal Pentagono non era “colpire e terrorizzare”? Per quanto riguarda il computo delle vittime si dovrà aspettare di conoscere la verità, che non è per oggi né per domani. Ciò vale per i “danni collaterali” e per i caduti in uniforme iracheni. E per quelli inglesi e americani. Stando ai bollettini di guerra emessi dal quartier generale nel Qatar, nei combattimenti, spesso definiti aspri e lunghi, rispetto alle centinaia o migliaia di morti fra le truppe irachene gli americani hanno lamentato perdite di poche unità. La maggior parte delle loro vittime si sarebbero avute in “agguati” o “imboscate”, che nel codice cavalleresco della guerra stanno per qualcosa di “sleale”, di “vile”. O in “incidenti”, insomma fatalità, che nulla hanno a spartire con la capacità del nemico di arrecare danno. In realtà, nessuno potrà stabilire il bilancio totale delle vittime di questo conflitto, visto come ancora non si conosca quello della guerra di dodici anni fa. Continuano a storpiare e uccidere le mine anti-uomo e si muore sempre per le radiazioni dell’uranio impoverito che riveste i proiettili. Anche in questi giorni se n’è fatto uso, come si è ricorso alle “cluster bombs”, le bombe a grappolo che si suddividono in tante piccole bombe a frammentazione che, una volta a terra, diventano altrettante mine anti-uomo. Un uso, questo, denunciato da Amnesty International, ma che il Pentagono ritiene legittimo. Non a caso, gli Stati Uniti si sono sempre rifiutati di ratificare il trattato sulla messa al bando delle mine, come hanno respinto quello istituente la Corte penale Internazionale sui crimini di guerra. Sono giudici di sé stessi e tanto basti. Nell’immediato futuro più che di vittime si parlerà degli aiuti umanitari, di cui Washington e Londra si faranno massimo carico, per poi presto appaltare tutto all’Onu. Che anche le Nazioni Unite si mostrino dunque utili, sempre però sotto l'egida di Washington. La sconfitta del rais apre la grande incognita del dopoguerra. Il primo interrogativo è sulle scelte che intende operare George Dabliu Bush. Nonostante le preoccupazioni del fido alleato europeo e dei suoi addentellati minori, la Casa Bianca vuole relegare l’Onu in un ruolo marginale. Questo era chiaro sin dall’inizio, avendo avuto sin da subito il conflitto di Bush un duplice obiettivo: sconfiggere e Saddam Hussein e l’Onu. Quest’ultimo è per la Casa Bianca un residuo dello scorso secolo ormai molesto. Nell’ultimo numero, Le Monde Diplomatique attribuisce a Bush le seguenti parole: «Mi chiedo se l’Onu sia indispensabile nel XXI secolo; i miei collaboratori ne stanno discutendo». L’Iraq è innanzi tutto terra di conquista, pagata “con il sangue americano”. Sarà Washington a stabilire se e quando gli iracheni saranno “maturi” per darsi un governo democratico, che dovrà esserle amico. Nel frattempo, deciderà delle sorti dell’intero paese e, in primis, delle sue ricchezze. La tavola è ben imbandita, ma i posti a sedere sono numerati. L’interrogativo più greve concerne i prossimi passi di Bush nella sua guerra contro l’impero del male, o, se preferite, nella sua crociata per la libertà e la democrazia. La democrazia, va ricordato, è un bene essenziale che si sviluppa in determinate condizioni storiche attraverso processi politici evolutivi che maturano all’interno di un paese e che non possono essere imposti. È un po’ come per il federalismo che in tanti luoghi del pianeta qualcuno invoca a soluzione di problemi locali pretendendo di fare “come in Svizzera”. Ma pochi si chiedono quanti secoli, e lotte e sangue sia costato l’attuale assetto federale e di quali singolarità sia il frutto. Il problema, vero, è che l’attuale classe dirigente americana è espressione di un nuovo conservatorismo di impronta messianica. Ci dicono che il presidente Bush inizi la sua giornata la mattina alle sei con almeno mezz’ora di lettura della Bibbia. Certamente più formativa di Topolino, ma se dalla Bibbia trae la convinzione, e raccontano che sia proprio così, di essere stato chiamato da Dio alla Casa Bianca per donare all’intero pianeta il “Bene americano”, beh, allora, come annota Norman Mailer (1) c’è davvero il timore che consideri la guerra all’Iraq «come un trampolino per assumere il controllo del resto del mondo». Per Mailer : «C’è una mistica folle che affascina gli americani: l’idea che possiamo fare qualunque cosa». E ancora: «Sono (gli attuali dirigenti n.d.r) davvero convinti non solo che l’America sia in grado di governare il mondo, ma che debba farlo». (1) La Repubblica, 7 marzo 2003

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Venerdì 11 Aprile 2003

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