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Io, operaio ti dico...

di

Damiano Realini
Piove, spiove, ripiove. La giornata è grigia, fredda, e il cielo a mala pena si distingue dai neonati muri in cemento armato di alcuni cantieri luganesi. Qui, per la pioggia, i ponteggi metallici luccicano e scivolano mentre le cariole volano appese alle gru. Il tutto immerso in un disordinato frastuono: martelli e taglialamiere sono al lavoro, un po’ ovunque. E con essi i muratori e gli operai per «tirar su quelle case dei signori» che probabilmente, non abiteranno mai. «A 60 anni, un’operaio non ha più forze» Ad accompagnarci sui cantieri è Luca Bondini, sindacalista Sei (Sindacato edilizia e industria). Lui è molto conosciuto fra i lavoratori. Del resto, il suo compito è quello di andare sul campo per incontrare quelli che lui definisce «la sua famiglia, i suoi amici, i suoi fratelli». Infatti, non appena scavalchiamo la transenna del primo cantiere, dal buco di un muro, e cioè da una futura finestra, sbuca la testa di un frontaliere. Saluta e scherza amichevolmente, e poi gli chiede il motivo della sua visita, della nostra visita. Bondini gli risponde allora che siamo giornalisti, venuti per raccogliere dai diretti interessati, le impressioni sulla recente e storica vittoria sindacale del prepensionamento a 60 anni. L’operaio sui 55 anni allora, si scioglie in un profondo sospiro: «Era ora. Che gioia! Sul cantiere non si scherza mica. Non è come lavorare in banca, ve lo assicuro». Al suo fianco, sopraggiunge un altro collega, forse coetaneo, o poco ci manca. Anche lui si sporge dalla finestra: «Eh no! Proprio non è come stare davanti ad un computer. Fare il muratore è molto pesante. È dura, sia d’inverno che d’estate. Quando uno arriva al pensionamento spesso è talmente a pezzi, è talmente cotto, che non riesce più a godersi niente. Sono le forze che vengono meno. Così tutto diventa pericoloso. A venticinque o a trent’anni invece, le cose sono diverse. Inoltre oggigiorno è aumentato la stress, derivato dal tempo di esecuzione per le costruzioni che si è accorciato parecchio». «In compenso però – ci sorprende alle spalle la voce di un terzo collega – i macchinari e i materiali più moderni ci evitano qualche fatica supplementare. Da vent’anni a questa parte sono cambiate molte cose». Di sicuro, ricordiamo loro, al lavoratore spettano più diritti. Ultimo fra tutti, la possibilità di andare in pensione a 60 anni. «Gran cosa, gran cosa!», ripetono praticamente in coro, mentre spariscono, così come erano comparsi: improvvisamente. La «pausa» è finita. Ritornano al lavoro. Abbandonati nel ventre del cantiere, ripensiamo che effettivamente questo del prepensionamento, sia un successo storico del movimento sindacale. Da paragonare insomma all’introduzione delle ferie pagate e della settimana lavorativa di cinque giorni. Un successo ottenuto grazie alla caparbietà del sindacato Sei: mesi di lotte e di dure contrattazioni con la Società svizzera impresari costruttori (Ssic). E che dire della mobilitazione di sabato 16 marzo, quando 12 mila, fra lavoratori e sindacalisti del Sei, hanno inondato le strade di Berna e i pensieri preoccupati dei padroni. «Noi non abbiamo paura» Ma mentre stiamo per uscire dal cantiere, ecco che ci si para davanti un muratore. È Pasquale Bellocco. Vuole dire la sua, proprio sulla manifestazione: «Ho avuto un’ottima impressione a Berna. Stare in mezzo a tutta quella gente, mi ha fatto piacere. Gli sforzi sono stati premiati, infatti sono molto contento di come sia andata a finire con il pensionamento. Peccato però che potevamo essere di più». E come? «Beh, io ho dei parenti nella Svizzera tedesca che fanno il mio stesso mestiere. E loro mi hanno detto che hanno subito delle intimidazioni da parte degli impresari. Là, per esempio a Zurigo, c’è più paura che qui in Ticino. E allora tanti non sono scesi in piazza, perché non possono. E allora bestemmiano». Luca Bondini interviene per ricordarci che comunque anche gli impresari ticinesi non scherzano quanto a pressioni sui lavoratori. Bellocco è loquace. Ne approfittiamo, di conseguenza, per chiedergli un’opinione sul mancato appoggio alle rivendicazioni sindacali da parte del sindacato dell’Ocst (Organizzazione cristiano sociale ticinese). «Volete sapere che ne penso? Sarò franco. Quelli dell’Ocst hanno fatto il gioco dei padroni». «Eh sì! Esattamente!», gli fa eco un altro operaio, lì, per caso, di passaggio. Li salutiamo, decisi di recarci altrove, per ulteriori testimonianze. Parole di capocantiere Ma prima di salire in macchina, ecco il capocantiere, raggiante per la vittoria sul pensionamento. Dai nuvoloni, più invernali che primaverili, casca qualche goccia. Così l’uomo alza lo sguardo al cielo, lo scruta, comincia a parlare: «È da quarant’anni che sono sui cantieri. E non so nemmeno io quanti ne ho diretti, molti anche pericolosi. Ne ho viste di cotte e di crude. E lo sapete quale era una delle discussioni più frequenti? Quella del pensionamento. Da sempre abbiamo pensato che l’età di sessantacinque anni era assurda. Da sempre ci chiedevamo perché il pensionamento non ci veniva anticipato a sessant’anni. Anche perché molti incidenti, che in alcuni casi portano all’invalidità o alla morte, avvengono quando il lavoratore è sfiancato, vecchio, esaurito. Come può inoltre rendere a dovere un sessantacinquenne, come può arrampicarsi sui ponteggi, come può alzare dei pesi superiori ad una certa mole? Finalmente le cose cambieranno». Già, si spera. Ma nel caso in cui l’accordo, quasi certo, raggiunto fra il Sei e la Ssic, non dovesse andare in porto, per un imprevedibile contrasto con una parte degli impresari, cosa succederà? «Andrà in porto, verrà sottoscritto e diventerà operativo. I lavoratori lo danno già per scontato. Si provi adesso a togliere loro qualcosa che si sentono già in tasca. Bloccheremo i cantieri, anche per settimane se sarà necessario. Questo è certo!». Ci congediamo. Dieci minuti nel traffico pomeridiano e con Luca Bondini siamo su un altro cantiere. Più piccolo. Tutt’attorno faggi e qualche ciliegio. I suoi fiori sono bagnati. Abbiamo lasciato un capocantiere, ne troviamo un altro. Lui pure è estremamente soddisfatto dell’accordo. Ma i sorrisi vengono ben presto fugati da un’amara serietà: «Io ho avuto un operaio che è morto. Aveva sessantuno anni. Se fosse andato in pensione per tempo, forse il suo destino cambiava. È lo sforzo fisico che uccide, anche più dello stress. Quest’ultimo è gestibile da un carattere forte. I mattoni invece pesano sempre, soprattutto quando si comincia ad invecchiare. Ben venga dunque il prepensionamento. È proprio quello che ci occorreva. Non vogliamo soldi di più. Non vogliamo vacanze in più, e delle ore di lavoro ce ne infischiamo. Ma per favore, ci si lasci a casa quando possiamo goderci ancora un po’ la vita». Cosa intende? «Innanzitutto se osservate bene, vi renderete conto che a sessant’anni sono pochi quelli che arrivano, e se arrivano, in forma. Problemi di schiena, incidenti e quant’altro, causati soprattutto dai tempi sempre più ridotti che portano allo sfruttamento degli uomini. Ma gli uomini non devono solo spezzarsi la schiena. C’è anche la famiglia. Questo intendo con godersi la vita: avere il tempo, da pensionato, di stare con i propri cari. Ma lo sapete che io passo la maggior parte del tempo con i colleghi? La sera, ho appena il tempo di salutare la famiglia, che già mi infilo a letto». Anche da lui pretendiamo una riflessione sul contegno dell’Ocst circa le loro rivendicazioni. Si barrica dietro un «no comment». Poi sbotta in un esternazione non dissimile, per tono e contenuto, a quella già riportata in precedenza: «Il sindacato Ocst è tenuto in piedi dai padroni, e lo dico per esperienza personale, al di là degli ultimi eventi. Noi, d’altronde, non facciamo altro che tirare le conclusioni dai fatti e dai movimenti dei sindacati». Per concludere, prima che il cielo si riversi in pioggia sul cantiere, gli poniamo un’ultima domanda. Che ne pensano i giovani lavoratori, quelli cioè che in pensione ci andranno fra trenta o più anni, di un’azione sindacale che ha messo in secondo piano l’aumento salariale per favorire la strategia del pensionamento anticipato? Indicando qualcuno, il capocantiere alza un braccio verso il ponteggio. Poi sorride: «Lo vedete quello lassù? È mio fratello, ha 30 anni. A Berna, era in prima fila».

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Venerdì 12 Aprile 2002

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