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Io, donna ebrea vado in Palestina

di

Sabina Zanini
Sveva Haertter è una donna, ebrea italiana ma non appartenente alla Comunità ebraica. È impegnata a favore della causa palestinese ma non fa parte di alcuna associazione particolare. Ci dichiara: «io agisco come singola persona e parlo a titolo squisitamente personale». A lei abbiamo rivolto qualche domanda sull’attualità mediorientale, prendendo spunto dal dibattito avviato dal giornalista Gad Lerner sul Manifesto con un intervento pubblicato giovedì della scorsa settimana. Di fronte ad un’ormai tragica evidenza posso immaginare la sua risposta, tuttavia, come giudica la politica di Sharon? È disastrosa per i palestinesi e pericolosissima anche per Israele. Nel senso che sta danneggiando gli israeliani per primi e non porterà di certo la pace. Secondo me c’è una vignetta che sintetizza egregiamente l’ottusità della condotta di Sharon: la colomba della pace che scaglia un ramoscello di ulivo contro un muro indicato come «muraglia di difesa». D’altra parte non vedo che chances lasci alla costituzione di uno Stato palestinese indipendente continuando a costruire zone cuscinetto su territori espropriati. Inoltre quest’uomo sembra nutrire una vera e propria ossessione per i campi profughi. Per quanto riguarda ciò che sta succedendo ai palestinesi «massacro» mi sembra la parola più appropriata per descrivere la situazione. Sul Manifesto a partire da un articolo di Gad Lerner ha preso avvio un vivace dibattito. Nel suo intervento Lerner ha insistito sulla paura generata dagli attentati suicidi che stanno vivendo gli israeliani. Cosa può dire di questo sentimento? La paura è ovvia, visto che ora in Israele è rischioso uscire per strada, frequentare luoghi affollati. Questo ha generato un clima terribile. Anche anni fa, durante la guerra del Golfo, le famiglie erano rimaste costrette a casa, con le maschere antigas. È sicuramente una popolazione, al di là di paralleli storici inopportuni, traumatizzata. La paura è reale e funziona. Quello che voglio però aggiungere è questo: è inaccettabile che chi oggi si impegna per la causa palestinese venga giudicato reo di un pacifismo a senso unico. Mentre è giusto e importante ricordarsi della paura in cui vive la popolazione israeliana, non sembra invece avere diritto di cittadinanza l’altrettanto forte e simmetrica paura dei palestinesi. Eppure stiamo vedendo tutti, senza bisogno di aggiungere particolari cruenti, quanto sta producendo l’occupazione militare di cui i palestinesi sono vittime. Si finisce così per invocare un’equidistanza che concretamente non c’è. Vedo esponenti della Comunità ebraica, di cui io non faccio parte, che hanno il diritto di rivendicare questa loro paura su tutti i media. Però c’è un mio amico palestinese che ha la famiglia a Nablus ed è in Italia per motivi di studio, ebbene, da diversi giorni non ha notizia dei suoi cari perché le linee telefoniche sono interrotte. Sapete come è venuto a conoscenza della morte dei suoi parenti? Casualmente, guardando la televisione. Questo non è dolore? Non è paura? Ecco due sentimenti comuni ai due popoli. I movimenti pacifisti messi a dura prova Secondo lei di fronte ad un’emergenza quale quella attuale anche un governo di sinistra avrebbe adottato una linea dura? Penso di sì. Non dimentichiamoci che anche i governi di sinistra hanno costruito colonie tanto quanto quelli di destra, se non addirittura di più. C’è un problema di fondo: il riconoscimento dell’esistenza di un popolo palestinese e del suo diritto ad una vita dignitosa all’interno di uno Stato proprio. Anche la sinistra ha commesso tanti errori di non chiarezza e omissioni nei confronti dell’opinione pubblica e del proprio elettorato. Sabato scorso a Roma avete manifestato con lo striscione «ebrei contro l’occupazione». Questo conflitto ha anche delle implicazioni religiose? Si tratta fondamentalmente di un conflitto non religioso ma si sta accentuando sempre più una caratterizzazione in tal senso. L’emergere di tali componenti va senz’altro combattuta perché non aiuta i moderati. Personalmente mi sento vicina alle posizioni dei pacifisti israeliani che sono più affini alle realtà in cui milito io in Italia quindi ai gruppi di base. Lerner, nell’articolo citato, considera Israele uno Stato la cui esistenza è oggi in pericolo è ciò metterebbe a dura prova anche i movimenti pacifisti israeliani. Per essere pacifisti in Israele oggi ci vuole molto coraggio. Io li ammiro. Insomma ci vuole coraggio per sostenere posizioni impopolari. Recentemente sono stata in Israele e ho partecipato ad uno dei sit-in settimanali organizzati dalle «Donne in nero» a Gerusalemme. Su un lato della strada c’erano i manifestanti pacifisti e sull’altro lato stavano i gruppi di destra che sbraitavano, insultavano e sputavano. È la prassi. Ma i pacifisti hanno scelto di stare in silenzio e non rispondere alle provocazioni. Anche questa scelta è ammirevole. Qual è il ruolo che possono giocare le donne per sostenere il pacifismo? Le donne israeliane e quelle palestinesi hanno sempre mantenuto un contatto. Anche nei momenti più duri. In particolare mi preoccupa la situazione delle donne palestinesi che hanno fatto un grandissimo lavoro all’interno della società per combattere le derive di integralismo religioso. E questo impegno, a partire dalle donne, riguarda la società intera. Purtroppo negli ultimi mesi di Intifada violenta il lavoro fatto si è in parte vanificato. La misura del disastro ce la danno gli episodi di donne kamikaze. Un fatto nuovo e preoccupante. Se un conflitto arriva a questi livelli di esasperazione vuol dire che sarà complicato recuperarlo. È un segnale assolutamente allarmante vedere una donna che usa il proprio corpo in questo modo. Che una donna metta a repentaglio la propria vita in un conflitto non è né una cosa nuova né strana ma che usi il proprio corpo come arma è un fatto inedito e allarmante. Temo che questo possa essere il segnale che davvero siamo prossimi ad un punto di non ritorno.

Pubblicato

Venerdì 12 Aprile 2002

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