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«Io dico addio»

di

Maria Pirisi
Lui, Francesco Guccini, nell’anno ‘99 della sua vita, ha prodotto uno degli album più belli del suo repertorio, «Stagioni». Potremo ascoltarlo in concerto sabato 13 ottobre, al Palazzetto del Basket di Bellinzona (ore 21). Ospite del periodico «il Diavolo» che insieme a questo straordinario protagonista della musica italiana, festeggia dieci anni di militanza satirica. Lui, cantautore e Don Chisciotte dei nostri giorni dice no all’insulsaggine del villaggio globale, alla politica dei politicanti. Sì, Guccini ha ancora la forza per ribadire che gli ideali non sono un accessorio da togliere o indossare a seconda dell’occasione. Nelle sue parole scorre il magma umano, in un’amalgama che condensa pensieri, ricordi, radici, sogni, sentimenti e vita vissuta. Senza enfasi. Partiamo, lancia in resta, chiedendogli se si può definire «Stagioni», un testamento spirituale, ma lui pacatamente smorza gli ardori. «Più che un testamento – che mi sembra un parolone – il mio disco esprime la continuità della vita, il desiderio di andare avanti. È come dire: fino adesso sono stato così, d’accordo, dopo vedremo». In «Addio», definito «manifesto del disco» a chiare lettere dichiara il suo rifiuto verso un mondo che da «gran teatro del mundo» è diventato un palcoscenico globale di nani e ballerini. «Tempo fa scrissi l’“Avvelenata” ma questa di “Addio” non è un remake, i tempi sono cambiati e qui io m’indigno contro quest’accettazione supina del successo facile, della morale facile abbracciate anche da alcuni miei colleghi disposti a tutto pur di vendere e far parlare di sé. La mia “vecchia” educazione montanara mi ha permesso di dire queste cose, che di profetico hanno ben poco in quanto sono sotto gli occhi di tutti». Eppure in questo mondo continuano a vagare, ideali in resta, piccole armate di «Don Chisciotte» come come Guccini stesso. «Dobbiamo autodifenderci, per non essere calpestati più di quanto non lo siamo stati finora. Dobbiamo incarnare quella figura, quel mondo, quell’uomo se vogliamo affermare il nostro essere protagonisti della nostra vita e non interpreti, costretti, di un ruolo che altri ci vorrebbero affibbiare». Ma anche i Don Chisciotte sono cambiati. Vent’anni fa gli ideali apparivano più saldi e gli obiettivi più chiari. Si aveva l’illusione e anche la forza di credere che giustizia avrebbe prima o poi trionfato. Oggi, a combattere ci si sente più soli, si ha l’impressione che siamo diventati paladini di cause perse in partenza. «È proprio quando tutto diventa più difficile, quando le ingiustizie diventano più palesi, che uno deve sentire la necessità di essere Don Chisciotte. Allora, e quindi adesso, significa che è giunto il momento di darsi da fare per superare certe paure, certe crisi». E il discorso scivola sulla politica italiana, sul governo forzaitaliota che in barba alla magistratura approva leggi (le rogatorie) che cancellano con un colpo di spugna gli affari putrescenti di uomini di governo e suoi sostenitori. «Questo governo non sta lavorando, sta facendo man bassa di quello che c’è e approfitta della sua recente vittoria elettorale per sistemare i propri conti personali. È una situazione scandalosa contro la quale, per fortuna, si comincia a reagire con forza. Così come è stato vergognoso il boicottaggio dello stesso governo nei confronti del referendum confermativo sul federalismo che si è opposto in tutti i modi possibili a che la gente fosse informata. E qui il governo mostra tutta la sua protervia e agghiacciante sicumera come non si erano mai visto prima. Di fronte a tali cose non si può più tacere» È questo il desolante spettacolo che si presenta alle nuove generazioni italiane, dunque. Ma cosa dicono a Guccini quei giovani che a frotte, oggi come ieri, accorrono ai suoi concerti? «Il contatto che oggi ho con loro è filtrato attraverso il palco e quindi non ho il polso della situazione». È però un dato di fatto che le nuove generazioni abbiano scoperto a loro volta Guccini e conoscano a memoria i testi del suo repertorio. «Sicuramente. Io non posso che essere felice di vedere come certe canzoni del passato possano essere ancora considerate valide. Ma se da un lato mi piace, dall’altro mi piace un po’ meno perché i motivi per cui io scrivevo queste canzoni (non tutte ovviamente) ci sono ancora. Per esempio, di recente ho ripescato «Libera nos Domine» e mi sembra attualissima; dopo i fatti di Genova ho riproposto «Canzone di notte N° 2»: sembrava scritta il giorno prima. No, non sono un Nostradamus (e giù un accenno della sua baritonale risata, ndr), almeno non credo... semplicemente posso dire che non ho riempito di scritte fazzolettini di carta da buttar via e che le cose che scrivevo 20 anni fa hanno ancora un significato». Non nascondiamo un senso di commosso smarrimento di fronte alla bellissima canzone dedicata a sua figlia che lui chiama affettuosamente «Culodritto». Un senso di smarrimento per una canzone che appare come un bilancio di vita: oddio siamo invecchiati? «Beh, da un certo punto di vista è quasi… naturale. Nella vita, ogni tanto si fanno i bilanci, e a cinquant’anni quando ci si ferma a considerare la propria esistenza, ci si accorge di come si è cambiati rispetto a quando si aveva vent’anni. E ci si rende conto di avere vissuto meno di quanto ancora si abbia da vivere». Poesia e denuncia convivono nelle sue canzoni. «Sono due cose diverse. Io ho scritto che con le canzoni non si fanno le rivoluzioni. La canzone può avere qualcosa da dare o da dire ma che risolva qualcosa onestamente ci credo poco. Siamo i giullari che ricordano cose che magari non vanno ma senza sperare che queste canzoni possano risolvere le situazioni. Devono essere le persone a darsi da fare per cambiare ciò che non va». Dopo i concerti di quest’anno, Guccini ha deciso di concedersi un anno sabbatico.«Sto scrivendo dei racconti gialli assieme ad Loriano Macchiavelli e spero di poterlo fare con calma. Vorrei inoltre scrivere canzoni perché quando si è in giro non si ha né tempo né voglia». Gli ricordiamo una collaborazione con il gruppo sardo dei Tenores di Nioneli e vorremmo sapere se ci sarà un futuro con loro. «Abbiamo lavorato per un disco assieme a Baccini, Ligabue…c’era questa canzone sarda “Procurade ‘e moderare” ma si è trattato di una collaborazione episodica». Una canzone del 1794 in cui si scagliava contro i tiranni sardi: non sarebbe il momento di ricantarla a gran voce? «Certo, peccato però che sia di difficile comprensione, sa com’è, in sardo…!» (e giù grossa risata). Così è e se vi pare Guccini, un cantautore con un lungo cammino alle spalle e profonde radici che riemergono prepotentemente nei suoi versi.«Anche se gli avvenimenti esterni mi costringono a stare lontano più di quanto voglia o pensi, appena posso torno alla mia Bologna. E prima o poi spero di ritornarci definitivamente, spero prima che poi». Sempre in via Paolo Fabbri 43? «Sempre lì».

Pubblicato

Venerdì 12 Ottobre 2001

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