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Intimidazioni sì, dialogo no

di

Claudio Carrer
«Cosa vuole che dica? Le nostre giornate sono scandite da alti e bassi, dall'alternarsi di sentimenti di speranza e di tristezza: capita a tratti di provare delle sensazioni positive, ma poi basta magari scambiare due chiacchiere con un collega un po' giù di morale per tornare a vedere tutto nero». Sono le parole di una dipendente della Studer Professional Audio di Regensdorf (Zurigo), dove le maestranze sono in agitazione dallo scorso luglio dopo che la proprietà americana ha annunciato l'intenzione di trasferire l'intera produzione presso un'altra società del gruppo, in Inghilterra.

Da allora il personale e il sindacato Unia hanno intrapreso vari passi presso la Harman International (prioprietaria della Studer dal 1994) nell'intento di assicurare un futuro allo storico stabilimento di Regensdorf, ma sinora non hanno ottenuto nemmeno ascolto. I manager americani si sono limitati a trasmettere lettere di licenziamento per fine anno a trentacinque lavoratrici e lavoratori di vari settori. La scure si è abbattuta soprattutto su quello della produzione, ma non sono stati risparmiati nemmeno spedizionieri e magazzinieri, così come l'intero settore vendita e amministrazione, dove lavora la nostra interlocutrice, che a sua tutela chiameremo (con un nome di fantasia) Ruth. «Ci hanno liquidati in blocco: a fine anno ce ne possiamo andare», constata con amarezza.
In attesa di conoscere gli sviluppi della vertenza i cento dipendenti della fabbrica sono costretti a vivere le giornate lavorative in un clima di paura e di intimidazione, come ci hanno confidato in diversi di loro e come testimoniato dai fatti. Dopo aver partecipato due settimane fa a una manifestazione nel centro di Zurigo per chiedere il ritiro dei licenziamenti e la salvaguardia di una realtà industriale con una lunga tradizione di qualità e affidabilità universalmente riconosciuta, tutti sono stati minacciati di licenziamento. Il portavoce della commissione di fabbrica, dopo trent'anni di fedeltà ha invece subito l'umiliazione di essere allontanato dallo stabilimento e liberato da ogni impegno lavorativo. Anche se nel frattempo il provvedimento è rientrato (lunedì è tornato al lavoro), non potrà mai dimenticare il trattamento subito: dopo un breve colloquio gli è stato intimato il divieto di accedere alla fabbrica ed è stato costretto a consegnare chiavi e computer, prima di essere accompagnato alla porta, come se fosse un ladro. Le sue colpe? Quelle di essersi espresso pubblicamente in favore del mantenimento dei cento posti di lavoro nello stabilimento di Regensdorf e aver consentito ad un rappresentante sindacale di recarsi nel suo ufficio per una discussione.
Ma non è tutto: «Settimana scorsa -racconta ancora Ruth ad area- ci hanno inviato persino un'agenzia di sicurezza che ora sorveglia stabilmente l'entrata dello stabilimento. Ufficialmente la direzione ha giustificato la misura con la necessità di garantire la sicurezza a noi lavoratori, ma in realtà vogliono solo impedire che dei sindacalisti entrino in fabbrica a parlare con noi». «È veramente terribile, terribile! -si sfoga Ruth- I Securitas in sé non ci disturbano ma la loro presenza è per noi insopportabile».
Una presenza che non è passata inosservata nemmeno a chi scrive, visto che al nostro arrivo sul piazzale antistante la fabbrica e ancora a parecchia distanza dall'entrata siamo stati immediatamente avvicinati da un agente che ha preteso di sapere il motivo della nostra presenza e l'uso che avremmo fatto delle fotografie che stavamo scattando.
Ora, al di là di questo clima poco piacevole, un filo di speranza è dato dal piano di salvataggio presentato settimana scorsa da un gruppo di investitori che fa capo all'imprenditore lucernese Otto Ineichen (di cui diciamo a parte), ma la fiducia tra i lavoratori è ormai ai minimi termini: finora i manager americani hanno sempre rifiutato ogni forma di dialogo e non hanno mai risposto né alle lettere né alle domande poste loro dai dipendenti. «Settimana scorsa, dopo la presentazione del piano, abbiamo avuto un incontro con vari manager, i quali si sono limitati ad "assicurare" che una vendita della Studer è fuori discussione. Punto. Non hanno detto nulla di più. Si rifiutano di parlare e per noi la situazione si fa sempre più frustrante». «Ormai veniamo tutti a lavorare con poca motivazione e ci limitiamo a fare lo stretto necessario. Tutto ciò è molto triste», conclude Ruth.


Forse un piano di salvataggio

Otto Ineichen non parla. La sua segretaria ci informa che «per il momento» non intende rilasciare dichiarazioni sul "piano di salvataggio" della Studer Professional Audio di Regensdorf, che settimana scorsa, insieme al sindacato Unia e ai lavoratori, ha illustrato a grandi linee in una conferenza stampa a Zurigo. Il consigliere nazionale e imprenditore lucernese (proprietario della catena di negozi Otto's) si è infatti messo a disposizione quale mediatore per cercare di convincere la Harman a mantenere la produzione della Studer a Regensdorf. «Proprio in questi giorni sono in corso serrate trattative. Ci si trova nella fase più delicata», ci spiega la collaboratrice di Ineichen.
La prudenza è comprensibile perché in gioco, si riconosce da più parti, non vi sono "solo" le sorti delle trentacinque persone licenziate e del reparto di produzione, ma dell'intero stabilimento e di tutti i 100 dipendenti a cui oggi dà lavoro. Il sindacato e il personale sono coscienti che il trasferimento deciso dalla società americana costituirebbe l'inizio della fine per la storica fabbrica di Regensdorf. La sua chiusura definitiva sarebbe solo una questione di tempo. Una separazioni con i settori della ricerca e dello sviluppo non avrebbe infatti alcun senso dal punto di vista industriale.
Ne è convinto anche Otto Ineichen, determinato a salvare in qualche modo quello che ha definito «un gioiello dell'imprenditoria svizzera». «Per i clienti della Studer - ha aggiunto- il fattore "made in Switzerland" gioca un ruolo determinante nella scelta di acquisto. Stimo che l'ottanta per cento delle ordinazioni dipenda da questo e che la cosa non venga correttamente valutata dalla Harman». È dunque su questo punto che si gioca il confronto con i manager statunitensi, dai quali Ineichen si attende un riconoscimento della Svizzera come luogo di produzione.
Con quali obiettivi? L'imprenditore lucernese punta al mantenimento di tutti gli attuali cento posti o almeno al rientro della metà dei 35 licenziamenti già intimati e il mantenimento di una parte della produzione a Regensdorf. Questi sembrano essere gli unici obiettivi possibili, anche perché Harman, nonostante il presunto interesse di alcuni imprenditori svizzeri legati a Ineichen, avrebbe già escluso categoricamente la vendita della Studer.
Se ne saprà probabimente di più settimana prossima. Intanto l'attesa dei lavoratori di Regensdorf continua.

Pubblicato

Venerdì 23 Ottobre 2009

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