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Intervista a Marco Revelli: Un mondo da rifare

di

Françoise Gehring Amato
Esponente della sinistra sociale, l' economista e sociologo Marco Revelli (professore all'università di Torino) attribuisce una grande importanza al movimento «no global», capace secondo lui di ridisegnare le strategie sociali che la sinistra tradizionale ha invece perso di vista. Il professore Revelli, che terrà una conferenza pubblica giovedì 24 gennaio a Lugano (cfr riquadro), ha accettato di rispondere a qualche domanda sulla sinistra in relazione al movimento «no global». Il suo è un giudizio molto critico. Professor Revelli le lotte contro le conseguenze della globalizzazione hanno risvegliato molte coscienze, anche sul piano individuale. Che impatto ha questo «risveglio» sulla società e sulla sinistra, che sembra aver perso il contatto con la base? Credo che dovremo assumere la fine del 1999 come un vero punto di svolta. Seattle e ciò che Seattle – come punta di un’iceberg – ha rivelato, rappresenta una tappa importante nella lotta contro le conseguenze della globalizzazione. Seattle ha portato alla luce un arcipelago di associazioni, organizzazioni, movimenti che per la prima volta si poneva all’interno dello spazio della globalizzazione e ne contestava le logiche prevalenti. Era il primo movimento globale non contro la globalizzazione in quanto tale, ma contro le forme che la globalizzazione aveva assunto. In meno di due anni quel movimento – che è piuttosto una realtà intrinsecamente eterogenea – ha percorso un cammino molto lungo. E a Genova questa realtà è emersa alla superficie con una forza straordinaria. Io ricordo le settimane e i mesi che hanno preceduto Genova e la sensazione esplicita di un generale risveglio di coscienza. Si avvertiva la penetrazione di quel discorso e di quei valori in ambiti sociali anche imprevedibili. Non era più patrimonio solo di gruppi alternativi giovanili, di centri sociali, di ristrette «élites» intellettuali, di ambienti critici. Il mondo cattolico, per esempio, è stato attraversato da questo discorso in modo molto profondo. A Genova ho davvero avuto la sensazione che il potere globale fosse solo. Nuovi strumenti per riparitire Ma per la sinistra questo movimento che mette in gioco le forze della base può rappresentare un nuovo punto di partenza? Le rispondo in modo molto provocatorio, forzando un po’ i termini del discorso. Io sono convinto che la sinistra novecentesca sia morta. Sono convinto che gli stessi fenomeni di cui stiamo discutendo – a cominciare dalla globalizzazione e dalle trasformazioni dell’economia, e soprattutto dall’indebolimento della tradizionale forma dello Stato-Nazione – abbiano inferto una ferita mortale alla sinistra così come si era strutturata nel secolo scorso. Era una sinistra, ricordo, che basava la sua strategia su due pilastri: la propria forza sociale legata all’industrializzazione, la fabbrica e il conflitto di fabbrica, e lo Stato-Nazione. Ora lo Stato-Nazione non è scomparso, tutt’altro, ma ha cessato di possedere quell’autonomia sociale essenziale per ridisegnare liberamente le relazioni sociali. Oggi i condizionamenti dello Stato alle politiche sociali sono giganteschi. Quello strumento, insomma, si è spezzato nelle mani di chi voleva costruire una società giusta. Tuttavia la sinistra tradizionale, soprattutto la sinistra cosiddetta di governo, ha continuato a difendere le proprie rendite di posizione, ha tentato di continuare a legittimare la propria presenza in istituzioni che non si prestavano più a quel progetto. E quindi ha consumato una separazione dalle dinamiche sociali violenta, profonda e per certi versi non più recuperabile in quella prospettiva. Quando la sera del 20 luglio, dopo la morte di Carlo Giuliani, ho visto l’immagine di Piero Fassino che in televisione dichiarava la diserzione dei Democratici di Sinistra da quella mobilitazione, ho avuto l’impressione di un’eutanasia in diretta. Ma la sinistra può rinascere in un altro modo? Penso di sì, ma deve prima darsi nuove premesse. Oggi una forza politica che si misuri sul tema dell’uguaglianza non può che strutturarsi su un piano globale. Non può che misurarsi con le abissali disuguaglianze a livello planetario e su come ridurre quella forbice. Una sinistra che si chiudesse nella dimensione macroregionale, europea o occidentale senza farsi carico dei dislivelli abissali a livello globale, verrebbe immediatamente delegittimata. La sinistra deve insomma ripartire da nuove basi, da una diversa forma di essere uomini. Il sogno infranto Ma lei è fiducioso? Fino al 10 di settembre ero molto fiducioso. L’impressione era quella di un processo lineare di crescita ininterrotta. Fino al 10 settembre lo slogan «Voi G8, noi sei miliardi» , poteva rappresentare una prospettiva. La solitudine della sovranità tradizionale prima dell’11 di settembre era molto evidente. L’11 settembre ha rotto, per così dire, questo sogno. Perché la sovranità tradizionale ha fatto il suo ritorno e perché molti si illudono di ripararsi sotto l’ombrello di Bush, Blair, Schroeder e Chirac. Il ritorno della paura e dentro la paura il bisogno di una protezione dall’alto da parte degli apparati della forza, ha rilegittimato i poteri tradizionali e messo in secondo piano la questione ecologica, il debito dei paesi in via di sviluppo, le disparità. Speriamo che si possa ripartire da Porto Alegre… Porto Alegre è il grande laboratorio globale progettuale di questo movimento. Questo arcipelago deve innanzitutto ritrovare un linguaggio, ridefinire le proprie ragioni e riprendere quel processo di rottura delle mistificazioni e di lacerazione dell’ipocrisia che continua ad avvolgerci. La forza della diversità Secondo lei l’eterogeneità del movimento «no global» rappresenta una forza o, alla lunga, può diventare una debolezza? Su questo non ho dubbi: rappresenta una grande forza che va difesa con determinazione. Tanta diversità sta a significare che il movimento è radicato nei luoghi, che non si lascia piegare alla logica di omologazione che, per finire, è sempre sradicamento. Grazie alla sua eterogeneità il movimento riesce a dar voce a chi lavora nei territori, rompe con la logica astratta dei poteri transnazionali, mantiene una sua materialità, vitalità, rapporto con la quotidianità, con la nuda vita che è quella che si vuole difendere. Ogni tentativo di centralizzare, uniformare – che poi significa gerarchizzare – va esorcizzato, tenuto lontano. Le solitudini esistenziali Lottare contro la globalizzazione significa, in parte, lottare contro la flessibilità, contro lo smantellamento sociale, contro le privatizzazioni. Secondo lei quali delle lotte portate avanti dal «movimento dei movimenti» toccano più da vicino le persone tanto da portarle in piazza dopo anni di rifugio nella dimensione del privato e nella propria solitudine? Io credo che il disagio esistenziale, l’insicurezza, la flessibilità, l’incertezza per il posto di lavoro, il navigare a vista, l’emergere di forme servili del lavoro, siano stati una leva importante per far uscire dalla passività molte persone. Più che un luogo in cui esercitare forme di rivendicazione, queste esperienze hanno aperto dei luoghi di incontro, hanno permesso alla gente di uscire dalle solitudini in cui questo modello di vita ci sta confinando. Sono pure convinto che il detonatore di questa mobilitazione sia legato ai grandi temi universali. E alle sfide che chi vuole combattere un sistema di vita insostenibile (sia dal profilo morale che materiale) deve raccogliere. I poteri tradizionali non solo non si fanno carico di queste sfide, ma vanno addirittura in direzione opposta. La mia sensazione è che o l’individuo prende in mano personalmente e solidalmente il proprio destino (ognuno in proprio legandosi ad altri) oppure il futuro sarà un futuro di crisi, di conflitti, di cadute. Di fronte a questo scenario di una società che va in frantumi, c’è una via d’uscita? Nel suo libro «Oltre il Novecento» lei parla della figura del volontario. Una figura positiva portatrice di un messaggio di solidarietà. La solidarietà potrebbe essere considerata una via d’uscita? Il volontario rappresenta un filo di luce in fondo al tunnel. È una figura che davvero può prendersi carico delle strade sbarrate che il Novecento ha rivelato, che può correggere la traiettoria di una società che sappiamo viaggiare in linea di collisione con condizioni di vita socialmente ed ecologicamente sostenibili, usando però mezzi diversi da quelli con cui nel Novecento si è cercato di costruire delle società giuste. Opposta alla figura del «militante», il volontario è una figura che non rinuncia a trasformare il mondo ma che rinuncia alla logica di potenza, la radice dei problemi. Il volontario fa della propria debolezza una forza, fa della propria non appartenenza ad un «esercito» la propria non bandiera e prova a trasformare la realtà qui e ora. Il volontario è fedele ha ciò che vuole realizzare e non cade nella trappola «se vuoi il bene devi anche essere disposto a fare il male» o «dal male può nascere il bene». Se vuole il bene, agisce facendo del bene.

Pubblicato

Venerdì 18 Gennaio 2002

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