In Svizzera come altrove, la salute dei migranti – in particolare quella delle donne straniere e di chi vive una situazione di soggiorno precario: sans-papiers o persone titolari di un permesso F (ammissione provvisoria) – dipende sì da una politica sanitaria e da strutture di presa a carico adeguate, sufficientemente flessibili per rispondere in maniera mirata e a costi accessibili ad esigenze e pratiche specifiche, non di rado radicalmente differenti da quelle di casa nostra. Ma il fattore decisivo non è questo. Sono anzitutto il grado di accoglienza e la politica d’integrazione – con le relative opportunità di accedere al mercato del lavoro – a determinare la salute dei migranti. Su questo punto convergono due ricerche appena pubblicate dal Forum svizzero per lo studio delle migrazioni e della popolazione (Sfm) dell’Università di Neuchâtel, ricerche che gettano nuova luce sulla relazione tra migrazione e salute in Svizzera. area ne ha parlato con due degli autori, Philppe Wanner e Christin Achermann. «Lo stato di salute delle collettività di migranti non saranno migliorate che nel quadro di una più grande accettazione e valorizzazione del contributo di queste diverse comunità di migranti nella società. In Svizzera, questo contributo è largamente ignorato e a volte persino messo in discussione dal discorso pubblico. Un’azione di salute a favore dei migranti dev’essere parte di uno sforzo più ampio per promuovere l’equità e la tolleranza (...)». In questi tempi cupi in Svizzera per richiedenti l’asilo e migranti in generale, è una raccomandazione politicamente scorretta – e una critica più che mai benvenuta – quella formulata nella ricerca Santé reproductive des collectivités migrantes: disparités de risques et possibilités d’intervention appena pubblicata dal Forum svizzero per lo studio delle migrazioni e della popolazione (Sfm) dell’Università di Neuchâtel. area ne ha parlato con Philippe Wanner, uno degli autori dello studio, demografo, professore all’Università di Ginevra e collaboratore dell’Sfm. Professor Wanner, in che senso questo studio colma una lacuna nella conoscenza della questione della salute riproduttiva delle donne migranti in Svizzera? In Svizzera sono stati compiuti molti studi sul tema della salute riproduttiva, ma non c’è quasi nulla – se non dei dati sparsi e delle ipotesi – sul tema specifico della cattiva salute riproduttiva in alcune comunità di migranti. Si è trattato anzitutto di verificare queste poche conoscenze a disposizione. Da un lato abbiamo identificato dei gruppi particolarmente a rischio, come ad esempio i bambini di famiglie turche che presentano un rischio di mortalità infantile elevato per rapporto alle famiglie di nazionalità svizzera. D’altra parte abbiamo voluto mostrare quali sono i diversi fattori che mettono a repentaglio la salute riproduttiva di alcune comunità migranti. Quali sono le “situazioni di stress”, come voi le chiamate, che influenzano negativamente la salute riproduttiva delle donne migranti? Parlando con queste donne ci siamo resi conto che parecchie di loro durante la gravidanza hanno vissuto o vivono situazioni difficili sul posto di lavoro. Molte donne ci hanno detto che una volta rimaste incinte sono state costrette a scegliere fra la gravidanza – ciò che avrebbe comportato la perdita del lavoro – e l’aborto. Una parte di esse cerca poi di nascondere la gravidanza il più a lungo possibile per mantenere l’impiego, uno stress enorme. È un fenomeno che abbiamo riscontrato in particolare tra le donne turche, ma che probabilmente si ritrova anche in altre comunità di donne straniere. Altra fonte di stress sono le difficoltà di comunicazione con i medici e il personale sanitario in generale. Queste donne non sono sicure di essere capite, e nei casi più estremi questa “barriera” limita l’accesso alle cure. Concretamente, in che modo queste situazioni di stress influenzano la salute riproduttiva delle donne migranti? Anzitutto, rispetto alle donne svizzere, le donne migranti vivono la gravidanza in modo più sofferto. Abbiamo constatato che donne straniere che presentavano problemi di salute durante la gravidanza non sono state prese sul serio o capite dai medici, soprattutto a causa delle difficoltà di comunicazione. Questo ha accresciuto i rischi per il feto e per il nascituro, una realtà dimostrata dai dati sull’aborto spontaneo, sulla mortalità perinatale e infantile che sono più importanti tra le donne migranti – in particolare nella comunità turca e fra le donne di origine africana, studiate solo in maniera superficiale – che non tra quelle di nazionalità svizzera. Cosa vi ha colpito di più nel corso di quest’indagine? Ci ha molto sorpreso il confronto tra la realtà svizzera e quella di altri paesi europei. Un confronto che dimostra come in paesi con una politica di integrazione avanzata (per esempio per quel che riguarda i criteri di accoglienza, oppure il tempo di soggiorno necessario per acquisire la nazionalità del paese d’accoglienza) i rischi per la salute riproduttiva delle donne migranti sono minori. Se ne può dedurre che non è solamente il sistema sanitario l’elemento determinante: a un livello più generale, sono anche le politiche d’integrazione, l’apertura del paese nei confronti dei migranti che giocano un ruolo di peso nel determinare i rischi in materia di salute riproduttiva. I paesi scandinavi con una politica d’accoglienza e d’integrazione progredita, ad esempio, presentano dei divari relativamente contenuti in quanto a salute riproduttiva tra donne migranti e indigene. Come situare la Svizzera nel panorama europeo? La Svizzera presenta divari importanti tra donne migranti e indigene, ma non si tratta di un fenomeno generalizzato. Le differenze in termini di rischi riguardano gruppi specifici, come le donne turche e africane. Tra le donne di origine italiana, francese, germanica, ad esempio, non si riscontrano differenze significative rispetto alle donne svizzere. Cosa si potrebbe fare in Svizzera per migliorare gli indicatori della salute riproduttiva delle donne straniere? A livello di politica sanitaria bisognerebbe agire anzitutto sulle barriere linguistiche, magari facendo ricorso a degli interpreti. I medici, e in particolare i ginecologi, dovrebbero essere sensibilizzati in modo che capiscano di trovarsi confrontati a persone abituate a pratiche diverse per quel che riguarda la gravidanza e i nascituri. Fondamentale è che l’informazione passi dalle associazioni dei migranti: solo in questo modo le loro comunità possono essere coinvolte in maniera adeguata nella riduzione dei rischi nel campo della salute riproduttiva. Il fatto di lavorare, anche se in condizioni difficili o di sfruttamento, ha un’influenza preponderante e positiva sui comportamenti di salute dei migranti in situazione di soggiorno precaria. È questa una delle principali conclusioni di una ricerca pubblicata negli scorsi giorni dal Forum svizzero per lo studio delle migrazioni e della popolazione (Sfm)*. L’etnologa Christin Achermann, una delle autrici, spiega ad area che «abbiamo incontrato parecchie persone con un permesso F [ammissione provvisoria, concessa a persone il cui allontanamento dalla Svizzera, disposto nei loro confronti, si è rivelato inammissibile, non ragionevolmente esigibile (a causa di un pericolo concreto per lo straniero) o impossibile (per motivi tecnici), ndr] che risiedono in Svizzera anche da più di 10 anni e che non possono lavorare o non riescono a farlo perché non trovano un impiego a causa del loro permesso: i datori di lavoro spesso li respingono, preferendo persone con un permesso più stabile. Sono in attesa, vivono in una situazione di perenne insicurezza e instabilità che li rende passivi per rapporto alla propria salute psico-fisica, salute che tende man mano a peggiorare. I sans-papiers hanno anch’essi un mucchio di problemi, ma siccome la maggior parte di essi lavora riescono a dare un senso alla loro vita, in particolare riuscendo a mandare dei soldi alle famiglie nei paesi d’origine. Ciò influisce positivamente sulla responsabilità nei confronti della propria salute». Christin Achermann, avete condotto la vostra ricerca a Zurigo e Ginevra. In cosa si differenziano le due realtà? Le differenze riguardano soprattutto i sans-papiers. L’offerta di strutture di cura varia molto da una città all’altra. A Zurigo i sans-papiers spesso non sanno a chi rivolgersi quando insorgono problemi di salute. Quando abbiamo svolto la ricerca, aldilà di qualche medico privato non esisteva quasi nessuna struttura che accogliesse e curasse i sans-papiers non assicurati alla Lamal. A Ginevra invece le cosiddette offerte di “bassa soglia” sono conosciute, in particolare dalle persone di origine latino-americana. Qui i sans-papiers non assicurati alla Lamal possono contare ad esempio su una speciale accoglienza all’ospedale universitario. Inoltre la sensibilità politica nei confronti di queste persone non è la stessa: a Ginevra il governo cantonale stesso si è mosso chiedendo la regolarizzazione di 5 mila sans-papiers impiegati nel settore dell’economia domestica, mentre a Zurigo le autorità quasi non entrano in materia sulle domande di regolarizzazione, e questo fa sì che le persone senza documenti a Zurigo hanno più paura di essere scoperte. Quali sono i principali risultati della vostra ricerca? La principale conclusione riguarda appunto il lavoro, che è una delle risorse più importanti per la salute di queste persone, e questo a più livelli: anzitutto chi lavora ha anche più soldi per farsi curare o per offrirsi alcuni beni che favoriscono il benessere; poi il lavoro offre la possibilità di entrare in contatto con altre persone, e in questo senso si può parlare di una risorsa sociale benefica; infine, un impiego consente ai sans-papiers o alle persone titolari di un permesso F di aiutare le famiglie nel paese d’origine e ciò li aiuta a sopportare situazioni anche molto difficili. Sempre per quel che riguarda il lavoro, a Zurigo abbiamo incontrato dei sans-papiers senza impiego, soprattutto ex richiedenti l’asilo africani respinti che hanno dovuto lasciare i centri d’accoglienza. Queste persone non trovano lavoro, hanno raramente dei soldi a disposizione, vivono – o meglio sopravvivono – di espedienti, alla giornata. Si tratta di persone la cui salute psichica, se non è già pregiudicata, è altamente a rischio. Nello studio, come misura per migliorare l’accesso alle cure, sottolineate la necessità che i sans-papiers si assicurino presso una cassa malati. Ne avrebbero il diritto, ma praticamente ciò non avviene per tutta una serie di problemi, non da ultimo l’impossibilità di pagare i premi. Per questo nello studio abbiamo formulato due raccomandazioni per migliorare l’accesso dei sans-papiers alle cure mediche: anzitutto bisognerebbe effettivamente permettere loro di affiliarsi a una cassa malati erogando i sussidi adeguati; nel frattempo andrebbero estese le strutture parallele di presa a carico che offrono ai sans-papiers non assicurati delle agevolazioni nel pagamento delle prestazioni. Come l’Unité mobile de soins communautaires dell’ospedale universitario di Ginevra, che funziona bene. Ma la disponibilità di strutture di questo tipo dipende da decisioni politiche. Quali sono le altre raccomandazioni formulate al termine dell’indagine? Il messaggio fondamentale che scaturisce dall’indagine è che ai problemi di salute dei migranti in situazione di soggiorno precaria può essere data una risposta adeguata solo a condizione di modificare lo statuto di queste persone, sia quello dei sans-papiers che quello dei titolari di un permesso F. Il problema di fondo, che influenza le condizioni di salute e le strategie che i migranti mettono in atto, è infatti l’insicurezza, l’instabilità che deriva da questi statuti precari: se regolarizzati, i sans-papiers potranno affiliarsi a una cassa malati; se un titolare di un permesso F riuscirà ad ottenere un permesso B, potrà trovare più facilmente un impiego e quindi la sua salute ne gioverebbe. Ma realisticamente va detto che al momento attuale in Svizzera esistono pochissimi margini per un’azione a questo livello. * Christin Achermann, Milena Chimienti, Fabienne Stants, Migration, Prekarität und Gesundheit. Ressourcen und Risiken von vorläufig Aufgenommenen und Sans-Papiers in Genf und Zürich, Neuchâtel, Sfm, 2006, 213 p.

Pubblicato il 

31.03.06

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