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Integrazione: sì ai ghetti di lusso e no ai poveri cristi

di

Alberto Bondolfi
Mi trovo nella stagione tipica che precede la ripresa delle attività universitarie e che è costellata di congressi e seminari vari. Sono appena tornato da quello organizzato dalla società europea di etica e tenutosi a Leysin, nella alpi vodesi. Siamo stati ospiti di una scuola alberghiera internazionale. Ci ricevono gentilmente giovani donne asiatiche e latinoamericane che guadagnano i loro studi lavorando nella loro scuola che si trasforma in albergo durante l'estate. Le saluto in francese ma non hanno l'aria di capire e mi rispondono in inglese. E così sarà durante tutto il periodo del congresso.
I lavori più umili vengono però espletati da persone che risiedono come lavoratori ospiti in Svizzera e queste mi parlano in un francese un po' stentato, poiché dopo tutto siamo nel canton Vaud.
Mi sono venute alla mente le considerazioni di molti nostri politici, in primis quelle di Christoph Blocher, sulla necessità per gli stranieri di "integrarsi" e quindi di conoscere almeno la lingua nazionale del territorio in cui si risiede. Parole d'ordine che in questi ultimi tempi non sono solo appannaggio dell'Udc, ma anche di alcuni "compagni"...
Queste considerazioni sulla cosiddetta necessità d'integrazione non sono del tutto infondate. Non possiamo infatti accogliere stranieri da noi, senza che quest'ultimi abbiano la capacità di potersi muovere con un minimo di agio nella nostra società. Fa parte di questo agio la possibilità di potersi esprimere e di poter essere capiti in una lingua comune.
Quando sento parlare di queste cose nella mia fantasia vedo le donne portoghesi del mio quartiere e penso che dovrebbero aver la capacità almeno di poter partecipare attivamente ad una serata per i genitori degli allievi ed allieve delle scuole dell'obbligo. E ciò avviene in genere ed in maniera accettabile. A Leysin però ho potuto costatare che le mie fantasie non corrispondevano sempre alla realtà dei fatti. Ad "integrarsi" non devono essere infatti solo le persone meno qualificate e preparate culturalmente, bensì anche quelle che fanno parte di una cosiddetta élite e che il nostro paese invita con molto piacere a perfezionarsi da noi.
È dunque accettabile che studenti cinesi o giapponesi vengano da noi e che seguano una scuola in inglese senza darsi la pena di capire la lingua di coloro che abitano attorno a loro? La conseguenza è chiara: in questi casi si forma subito un ghetto, poco importa se "misero" o "di lusso". E di questi "ghetti di lusso" ce ne sono vari in Svizzera: perlomeno nella scuole professionali specializzate ed in parte anche nei nostri politecnici.
Onorevole signor Blocher: integrazione degli stranieri sì, ma allora per tutti, anche per gli ospiti di lusso e non solo per i "poveri cristi".

Pubblicato

Venerdì 7 Settembre 2007

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