< Ritorna

Stampa

 

Integrare: mica è facile

di

Fabia Bottani
Il 17 giugno in Svizzera si dovrà decidere, in votazione, se accettare o meno la quinta revisione dell'assicurazione invalidità (vedi area n.42 e n.51-52, anno IX). Secondo i favorevoli al progetto «si deve cercare di mantenere e reintegrare il maggior numero di disabili». Un obiettivo dall'apparenza nobile se non ci fosse a monte l'intento di ridurre del 20 per cento i nuovi beneficiari di rendite Ai, per cercare di salvare le sue finanze. Chi si oppone al progetto perché «voler integrare al lavoro delle persone non basta se in cambio non si chiede al mondo del lavoro maggiore apertura e disponibilità nell'accogliere disabili tra i loro ranghi. Attualmente in Svizzera, meno di un impiego su cento è occupato da una persona disabile». Ma cosa vuol dire integrare un disabile? Ne abbiamo discusso con Carlo Cacioppo, direttore della sede ticinese della fondazione Integrazione per tutti (Ipt), struttura attiva nel reinserimento professionale di persone lese nella loro salute. La fondazione è sostenuta dalle imprese, è riconosciuta dall'Ufficio federale assicurazioni sociali, dal Seco e collabora attivamente con gli Uffici regionali di collocamento e l'ufficio del Sostegno Sociale.

Integrazione. Una parola complessa già solo nella pronuncia con tutte
quelle consonanti che si susseguono. Tradotta nella realtà la complessità non viene meno. Nel caso specifico, cosa significa integrare persone con problemi di salute? «Bisogna innanzitutto capire. La categoria in questione è ampia; in essa troviamo persone che hanno problemi di salute a 360 gradi: fisici e psichici, dalle dipendenze all'esclusione sociale. Pensare dunque di integrare queste persone significa cercare soluzioni applicabili a tutti questi casi, prestando attenzione alle specificità di ognuno» specifica Carlo Cacioppo. Nel difficile tentativo di raggiungere quest'obiettivo la Fondazione Integrazione per tutti, attiva da trentacinque anni in particolare nella Svizzera romanda, ha elaborato un percorso di reintegrazione in quattro fasi, con una durata media di sei mesi. Un periodo durante il quale l'idea dominante è quella di ridonare al singolo l'autonomia individuale passando dal rafforzamento dell'autostima e del sentimento di utilità e appartenenza; dalla preparazione alla ripresa di un attività individuale all'accettazione del nuovo contesto fino al collocamento (fisso o temporaneo) in azienda. «In questo percorso tutto è adattabile alle esigenze e alle specificità del singolo: ad esempio per le persone con problemi linguistici abbiamo previsto una variante più "leggera" dei nostri moduli di formazione. Quello su cui non transigiamo è un periodo di prova in azienda. È un modo per capire se l'attività professionale è idonea al candidato, per testare l'attitudine e la capacità a riadattarsi al mondo del lavoro. Alle aziende chiediamo solo una valutazione finale dello stage. Stage che a volte sfocia direttamente in un'assunzione», spiega Cacioppo.
Lo scorso anno, in Svizzera la fondazione Ipt ha seguito 2080 casi. «Il
tasso di successo, ossia di contratto firmato, è stato del 39,5 per cento. Nel canton Ticino, nel primo anno di attività, il tasso di successo è stato del 46,5 per cento», racconta il direttore. Cosa manca per fare di più? «Gli sforzi ci sono. Molto è determinato dalla volontà e dalla motivazione dei candidati stessi. Il nostro lavoro consiste anche nel fare costanti visite alle aziende presenti sul territorio, conoscerle, conoscere il loro modo di lavorare, costruire dei legami in modo da venire a conoscenza delle loro esigenze. Molte sono le aziende contattate che si sono dimostrate disponibili a collaborare con noi». Ma cosa succede agli altri candidati, quel 59,5 per cento che non arriva al collocamento? «La questione è complessa. Se da un lato infatti è necessaria la collaborazione delle imprese, dall'altro non dobbiamo dimenticare che in gioco ci sono persone che hanno problemi di salute. Le statistiche dello scorso anno segnalano un 14,65 per cento di persone che abbandonano il percorso per una mancata adesione al processo; per non idoneità (9,64 per cento); per malattia (8,19 per cento); per problemi di dipendenza non risolti (1,6 per cento). C'è poi chi (3,92 per cento) interrompe il percorso perché preferisce aspettare la decisione definitiva dell Ai; chi perde il permesso di lavoro, chi parte all estero, chi va in maternità o chi segue corsi di riqualifica Ai (9,58 per cento)».
Il problema della reintegrazione è già complesso di suo, oggi. Se si dovesse accettare la quinta revisione dell'Ai, decisa a forzare la reintegrazione prima della rendita, quale scenario dobbiamo attenderci? Siete preoccupati? «No, non lo siamo. Siamo anzi favorevoli all'idea di prendere a carico la problematica il più presto possibile: ciò aiuterà il processo di reintegrazione. Fortunatamente il nostro team è cresciuto e i tempi di attesa da noi sono ora di circa due mesi (contro i sei iniziali, ndr). È chiaro che se ci dovesse essere una maggiore richiesta di integrazione sarà necessario non solo una maggiore collaborazione da parte delle aziende, ma anche un aumento del nostro organico a disposizione dei candidati da reintegrare», conclude Carlo Cacioppo.

Ma se si accetta la 5° poi ...

I contrari alla quinta revisione dell'Ai insistono nel rendere attenti al fatto che se si dovranno integrare al lavoro più persone, sarà bene verificare che anche le aziende siano disposte ad aprire le loro porte ai disabili. Ipt è cosciente che se si dovesse intraprendere questa strada loro stessi dovranno "accrescersi". Gli altri si sono chiesti altrimenti dove verrebbero parcheggiati i disabili in attesa di trovare lavoro? Non tutte le aziende sono ostili all'integrazione nei propri ranghi di disabili; ma nemmeno tutte le aziende sono brave e buone. Di questo tutti ne sono coscienti, anche a Itp. Nessuno crederebbe il contrario. area ha fatto una piccola inchiesta e tra una telefonata e l'altra si è anche sentita dire: «Noi abbiamo poco personale da ufficio. E per svolgere gli altri ruoli da noi non c'è posto per disabili. In passato ci abbiamo provato ma       abbiamo avuto cattive esperienze...».
Tenuto presente questo primo punto, è bene riflettere anche sul fatto che se oggi il tasso di reinserimento professionale dei disabili è pari al 39,5 per cento, tra le persone desiderose di essere reintegrate (ossia quasi il 60 – sessanta– per cento non ce la fa), è facile pensare che questo tasso sarà più basso tra chi  si cercherà di integrare "di forza", come prevede di fare la riforma dell'Ai.
Inoltre, non dobbiamo dimenticare che in quel 39,5 per cento di successo registrato dall'Ipt, vi è una piccola parte di contratti firmati a tempo determinato. Trovare lavoro allo scadere di un contratto non è operazione semplice per nessuno. Non lo sarà certo per un disabile?
Ipt mantiene, nei limiti del possibile, un contatto anche dopo l'inserimento in azienda a garanzia dell'integrazione; è così per tutti? Quali garanzie di un reinserimento duraturo dei disabili?
Affaire à suivre….

Si è disabili anche senza carrozzella

L'appuntamento è per le 14 a casa di Giacomo. Suono il campanello. Quando la porta si apre fa capolino un ragazzo. Non è sulla sedia a rotelle e non ha nemmeno una protesi. Giacomo, all'apparenza è un ragazzo come tanti altri. Mi fa accomodare in salotto dove, sul tavolino, fanno bella mostra di sè due classatori piuttosto spessi. «In quelli c'è tutta la mia vita» esordisce Giacomo. Fuori intanto il cielo si è rannuvolato e si sentono in lontananza alcuni tuoni. «Prima, quando sentivo le signore anziane dire che prevedevano il cambiamento del tempo a seconda del dolore che provavano alle articolazioni, ridevo, le prendevo per matte. Ora ci credo; ora anch'io posso prevedere la meteo in funzione del dolore più o meno forte che provo. Roba da matti, eh?».

Giacomo, nato in Croazia nel 1979 è giunto in Svizzera nel 1999 per raggiungere i genitori arrivati quattro anni prima per lavoro. In Croazia Giacomo ha concluso una formazione di meccanico industriale che completa una volta in Svizzera con un diploma di programmatore Cnc. Il lavoro in Ticino non tarda a trovarlo: viene assunto come ferraiuolo in una ditta del locarnese. Si trova bene, il lavoro gli piace e la paga è buona. Rapidamente conquista la fiducia del suo datore di lavoro tanto che ad appena 25 anni si ritrova responsabile di un piccolo gruppo di 13 operai incaricati della posa del ferro. I genitori sono fieri di Giacomo che, dopo la morte in un incidente di auto dei due fratelli minori rimane, con il primogenito, un punto importante di riferimento per la famiglia.
«Ma il 30 agosto del 2004 tutto è cambiato. Da allora niente è più come prima. La mia vita è un'altra. Da quel momento ho iniziato a collezionare documenti, quelli che ora sono in questi due classatori. Cerco di tenere tutto in ordine perché mi potrebbe servire fin tanto che questa faccenda non si sarà conclusa come è giusto che sia».
Quel 30 agosto di tre anni fa Giacomo è al lavoro, sta sollevando delle lastre di ferro quando perde l'equilibrio e si ritrova per terra schiacciato dal peso delle lastre. I colleghi lo hanno tutti visto cadere. Immediatamente trasportato all'ospedale non tornerà più al lavoro. Il dolore alla schiena – causato da un'ernia degenerativa e da una lombalgia, un dolore che si dirama al braccio e alla gamba sinistra – non gli permette più di fare gli stessi sforzi di un tempo. «Non posso nemmeno stare seduto a lungo. Più volte al giorno sono costretto a sdraiarmi sul letto. E ogni tre o quattro mesi rimango completamente bloccato e vengo portato all'ospedale per una o due settimane. Non posso più fare nulla, nemmeno giocare a calcio con gli amici o andare a correre e nuotare come facevo prima. Guardi come sono ingrassato!».
La schiena di Giacomo è stata visitata da numerosi medici al San Giovanni di Bellinzona, a Sion, a Novaggio e persino a St. Moritz. «Sono disabile al 65 per cento, secondo i medici consultati ma la prima risposta ricevuta dall'Assicurazione invalidità mi reputa al massimo disabile all'11,49 per cento, dunque meritevole di una rendita microscopica che non mi permetterebbe nemmeno di pagarmi l'affitto. Quando lavoravo guadagnavo 4 mila franchi netti. Ora con la disoccupazione ne intasco 3 mila ma a luglio non ne avrò più diritto. Con il sindacato ho contestato la decisione dell'Ai: ma sono già passati quattro mesi e non ho ancora avuto altre notizie. Secondo loro sono "adeguatamente e direttamente reintegrabile in attività di tipo non qualificato, come fattorino, operaio industriale, autista o custode". Oppure potrei sfruttare la mia qualifica di programmatore Cnc».
Ma hai provato a cercare lavoro? «Subito: all'inizio non volevo credere che io non potessi più fare quello che facevo prima. Poi mi sono convinto a cercare qualche cosa di più leggero. Da allora mi sarò presentato spontaneamente in 400 aziende, io e il mio cv alla mano. Vado sul posto, direttamente. Ma le risposte sono sempre le stesse: "non abbiamo lavoro"; oppure "la sua formazione da noi non va bene"; o "con il suo problema da noi non puo' lavorare". Ancora oggi continuo a non credere che non posso lavorare. L'idea di non più guadagnare come prima, di non aver più diritto alla tredicesima, di non meritarmi più le vacanze». L'ex datore di lavoro, che ne pensa? «Lui è gentile. Siccome ero bravo nel frattempo ha assunto quattro amici miei che gli ho presentato. Ma per me non c'è lavoro da lui con il mio fisico».
Giacomo per integrarsi nuovamente nel mondo del lavoro ha pure tentato la strada della fondazione Integrazione per tutti (vedi articolo sopra) ma senza poter portare a termine il ciclo di lezioni «Stare seduti una giornata intera per me è impossibile. Dopo tre giorni mi hanno dovuto portare via con l'ambulanza perché mi ero bloccato la schiena…». Questa sua impotenza ha portato Giacomo ad avere, oltre a problemi fisici, anche psicologici: ansia, stress, perdita di capelli. «Di notte dormo al massimo tre o quattro ore. Le pastiglie ormai non mi fanno più nessun effetto». A volte viene ricoverato per settimane in ospedale e riempito di sedativi. Per ora vive solo nella speranza di veder accolto il suo ricorso… Eppure, sembrava così "normale".

* nome di fantasia

Pubblicato

Venerdì 4 Maggio 2007

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Mercoledì 15 Giugno 2022

Torna su

Editore

Sindacato Unia

Direzione

Claudio Carrer

Redazione

Francesco Bonsaver

Raffaella Brignoni

Federico Franchini

Veronica Galster

Mattia Lento

Indirizzo
Redazione area
Via Canonica 3
CP 1344
CH-6901 Lugano
Contatto
info@areaonline.ch
Inserzioni pubblicitarie

Tariffe pubblicitarie

T. +4191 912 33 80
info@areaonline.ch

Abbonamenti

T. +4191 912 33 80
Formulario online

INFO

Impressum

Privacy Policy

Cookies Policy

 

© Copyright 2019