Insegnare non è facile. Certamente. Ma nell’immaginario collettivo sembra ormai che l’insegnamento si identifichi quasi esclusivamente con la capacità di gestire le classi e i giovani all’interno della scuola. Per questo, tutte le considerazioni e le problematiche che questa parte dell’insegnamento comporta sono spesso al centro di riflessioni, discussioni e confronti.

 

La maggior parte delle volte solo in modo accademico, intendiamoci, senza poi che siano date gambe (o meglio risorse finanziarie e quindi concretezza) a quanto scaturito da quelle discussioni. Ma si potrebbe dire: almeno se ne parla! C’è però una parte fondante dell’insegnare che, sempre nell’immaginario collettivo, non sembra invece meritare tanta attenzione e approfondimento, come se non avesse più molta importanza. Sto parlando della riflessione sulla didattica e cioè sul cosa e su come fare per riuscire a trasmettere in modo efficace alcune specifiche conoscenze ai propri allievi. E attenzione! Sto parlando di conoscenze e non di nozioni.

 

Mi riferisco cioè a tutto quello che soggiace o sorregge una determinata materia, al contesto e all’organizzazione mentale grazie ai quali è possibile imparare ad accogliere e raccogliere gli insegnamenti ricevuti, nonché al metodo indispensabile per ricevere, acquisire, organizzare e saper utilizzare, nel corso di tutta la vita, vecchie e nuove nozioni. Forse non se ne parla perché si dà per scontato che chi conosce una materia (soprattutto grazie alla sua formazione accademica) e chi ha approfondito contemporaneamente, anche se in modo generale, i principi della pedagogia automaticamente sia capace di cucire insieme queste due attitudini diventando quasi per incanto un docente capace di trasmettere al meglio competenze e conoscenza.

 

Ma non è così! Per insegnare in modo efficace una materia bisogna entrarci, toccarla con mano, si potrebbe dire “vivisezionarla”, impastarcisi dentro, ma con rigore e serietà. Bisogna studiare, approfondire, sperimentare, costruire, smontare e poi ricostruire, magari tantissime volte. E serve tanto lavoro per tentare di fare bene tutto ciò. Serve anche passione, certamente, ma soprattutto tanto lavoro! Un lavoro tanto più grande quanto sono maggiori le difficoltà culturali, sociali, di “abitudine all’apprendere” dei nostri allievi. Un lavoro tanto più grande quante sono le trasformazioni tecnologiche grazie alle quali i nostri allievi pensano di poter avviare la costruzione della loro conoscenza. Un lavoro tanto più grande in un periodo storico in cui, come docenti, dobbiamo insegnare ai nostri allievi, in modo prioritario e prevalente, ad imparare in modo autonomo e continuo tutto ciò che servirà loro nella vita. Un lavoro che la società, la scuola stessa fa fatica a riconoscere al docente. Un diritto al lavoro che i docenti dovrebbero tornare a rivendicare a gran voce e con forza!

Pubblicato il 

24.01.13..

Edizione cartacea

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