Via Rubattino è in piena zona industriale di Milano. O almeno, di quella che fu la zona industriale milanese. Stanno progressivamente sparendo le fabbriche in quella porzione di territorio. Una di queste, la Innse Presse, l'hanno voluta chiudere pochi giorni fa. Davanti ai suoi cancelli ci sono un camper, delle bandiere e uno striscione bianco: "Rsu Innse Presse, Milano". Sullo stesso, c'è appesa una bandiera rossa con un treno disegnato: "Giù le mani dall'Officina di Bellinzona". Solidarietà operaia internazionale.
Dietro lo striscione e il camper, dei tavoli e sedie, una cucina da campo, una bacheca dove leggere le ultime novità e un gruppo di "irriducibili". Sono gli operai dell'Innse.
Hanno trasferito la fabbrica in strada, davanti ai cancelli dell'azienda. Un presidio iniziato mercoledì 17 settembre, quando la forza pubblica ha posto fine alla produzione autogestita durata oltre cento giorni. Non si rassegnano alla chiusura della fabbrica voluta dal padrone per motivi speculativi. L'attuale proprietario, Silvano Genta, vorrebbe vendere "al dettaglio" gli enormi macchinari per la lavorazione dei metalli di prodotti di grandi dimensioni.  Il suo profitto sarebbe maggiore dell'ipotesi di vendita dell'intera fabbrica ad un imprenditore bresciano seriamente intenzionato a rilevarla. «Anche se c'è qualcuno interessato a mantenere i posti di lavoro, Genta può decidere liberamente di chiudere e lasciare a casa 50 persone. E poi si parla dell'urgenza di una politica di rilancio del lavoro… È il fallimento delle istituzioni» dice Enzo, della Rappresentanza sindacale unitaria (Rsu) della Innse.
Ma il torinese Genta non ha fatto i conti con le maestranze. «Dopo 31 anni che lavoro in questa fabbrica, quelle macchine sono più mie che di Genta» racconta Massimo, anche lui Rsu, mentre arriva un piatto di pasta dalla mensa autogestita trasferitasi davanti ai cancelli della fabbrica. La sera stessa che hanno ricevuto la lettera di licenziamento, hanno scavalcato i cancelli della fabbrica, riacceso i motori dei macchinari e ricominciato a produrre in autogestione. «Anche i tecnici e impiegati non hanno abbandonato, continuando a lavorare con gli operai». La fabbrica autogestita ha continuato a produrre e vendere ai clienti per 117 giorni. Alle 5 del mattino di mercoledì 17 settembre, la polizia è entrata e ha sgomberato gli operai del primo turno. «Non si era mai visto che degli operai al lavoro vengono messi fuori dalla forza pubblica armata» commentano amaramente. A Massimo chiediamo se riesce a spiegarsi questa incredibile unità dei dipendenti dell'Innse. Tecnici, impiegati e operai che da oltre 130 giorni lottano compatti senza mai mollare. «È difficile spiegarla. Sono molti i fattori. Sicuramente c'entra la storia della nostra Rsu fatta di battaglie vinte nel passato. Con gli anni abbiamo costruito all'interno della fabbrica una coscienza operaia con i fatti e non con le parole. Noi cinquanta siamo gli ultimi moicani dell'Innse. Siamo lo zoccolo duro, resistito nel tempo. Per questo non è facile disgregarci». Una quindicina di loro, quelli più vicini all'età pensionabile, avrebbero potuto approfittare degli ammortizzatori sociali per restarsene a casa. Se solo volessero, potrebbero oggi stesso presentarsi con la lettera di licenziamento all'ufficio di collocamento e all'Istituto nazionale di previdenza sociale (Inps) per far scattare i benefici economici che li accompagnerebbero fino alla pensione. Invece preferiscono lottare per la difesa del posto di lavoro, partecipando tutti i giorni al presidio. Senza percepire salario.

Il rottamatore speculatore

La Innse Presse non deve chiudere perché non c'è più lavoro o per sconosciuti motivi di mercato. La ragione è puramente speculativa. Diego Penocchio, presidente del gruppo bresciano Ormis, è seriamente intenzionato a comprare la Innse. Non solo manterrebbe i posti di lavoro attuali, ma li vuole raddoppiare se non triplicare. La ragione? L'ha spiegata una decina di giorni fa lo stesso imprenditore bresciano in un'intervista a La Repubblica. «Perché oggi ci sono le condizioni per il rilancio. Il comparto siderurgico è uno dei pochi che va bene in Italia, il prezzo dell'acciaio è alle stelle e chi lo produce ha fatturati doppi e utili tripli rispetto agli ultimi anni. E per aziende che hanno bilanci di questo tipo reinvestire è naturale». Per poi aggiungere: «L'azienda ha potenzialità e noi abbiamo un piano serio, si può arrivare a occupare 150 - 200 lavoratori. Lavoro ce n'è e siamo pronti da subito».
Secondo Enzo, membro della Rappresentanza sindacale unitaria (Rsu) della Innse: «Il nostro caso rappresenta il fallimento istituzionale della politica del rilancio del lavoro. È la dimostrazione che la mediazione sociale non conta nulla di fronte alla proprietà privata». Nel caso specifico, Silvano Genta, l'attuale padrone ha comprato due anni fa la fabbrica e i macchinari al prezzo ribassato di 700mila euro beneficiando della legge Prodi. Una legge il cui scopo è salvare le fabbriche in difficoltà economiche, permettendo a dei potenziali acquirenti di ottenere prezzi di favore a patto di un rilancio dell'azienda attraverso una politica di investimenti e di mantenimento della forza lavoro. «Investimenti non si sono visti e ora, dopo due anni e quattro mesi, licenzia tutti». Ma così facendo non ha infranto la legge? «Certo, ma ci vorranno almeno tre anni prima di arrivare ad un sentenza che ci dia ragione. E nel frattempo, noi ci ritroviamo senza lavoro». Perché Genta non vuole vendere all'industriale bresciano? «Visto il prezzo pagato a suo tempo, Genta non può rivenderla ad un prezzo esorbitante al gruppo Ormis. Mentre se vende i 17 macchinari che ci sono all'interno dello stabilimento, guadagna di più. Sia che li vende ad aziende attive nel settore, sia che le faccia rottamare (vendendo la materia prima, ndr). Il motivo è puramente speculativo»

Il sindacato

«Siamo tutti iscritti alla Fiom» spiegano gli operai al presidio. Fiom, il sindacato dei metallurgici della Confederazione generale italiana dei lavoratori (Cgil). Negli ultimi anni la Fiom ha mantenuto una coerenza sindacale nelle vertenze nazionali, diventando agli occhi di molti osservatori l'ultimo baluardo della difesa dei diritti dei lavoratori.
Eppure, agli occhi degli operai dell'Innse non è stata all'altezza nel momento dello scontro. «Solo dopo lo sgombero del 17 settembre, hanno fatto un primo comunicato di sostegno alla nostra causa. Nel fondo solidarietà hanno versato 300 euro. Da movimenti e altri operai abbiamo ricevuto 10mila euro» spiega Enzo. Sono amareggiati e delusi dal comportamento del sindacato. «Non sono riusciti, o non hanno voluto, estendere la lotta operaia all'interno di altre fabbriche. Un sindacato ramificato come la Fiom avrebbe avuto la possibilità di capitalizzare questa battaglia, di farla diventare proprietà collettiva di tutti gli operai». Gli operai si riferiscono ad un'intervista a La Repubblica rilasciata da Maria Sciancati (si veda l'intervista sotto), segretario generale della Fiom della provincia di Milano. Alla domanda del giornalista di cosa pensasse del modello di lotta dei lavoratori della Innse, che da mesi stavano autogestendo la fabbrica, Sciancati ha risposto: «Personalmente non l'ho mai sponsorizzato e non credo che possa essere riprodotto in altre realtà». Una frase recepita male dagli operai della Innse, convinti invece che fosse possibile esportarla. «Ci sono gruppi di operai di altre fabbriche, come della Siemens, dell'Ansaldo o dell'Enel, che vengono a portarci la solidarietà direttamente al presidio. Esistono dei focolai di solidarietà di classe, ma che hanno bisogno di essere alimentati. Su questo la Fiom ha delle responsabilità» concludono i presenti.

La politica

Il giorno prima al presidio sono arrivati tre consiglieri comunali di Milano di Rifondazione comunista. È la prima volta che hanno incontrato gli operai della Innse. Dall'inizio della lotta, sono passati 125 giorni. «Già questo la dice lunga sul rapporto tra lavoratori e la classe politica. Che la Moratti (sindaco di centro destra di Milano, ndr) non si preoccupi di noi, era scontato. Ma quella che dovrebbe essere l'opposizione, la sinistra, non ha scusanti. Neanche i politici che dovrebbero rappresentare la classe lavoratrice hanno un contatto con il paese reale» racconta amaramente un operaio dell'Innse. «Ci hanno posto delle domande su argomenti che sono già stati chiariti da tre mesi, fin dal primo giorno. Aspetti superati da tempo». Ad esempio, hanno chiesto se sarebbero disposti a trasferire l'attività della fabbrica in un altro terreno. Su quel territorio, ancora oggi vincolato da un piano regolatore come zona industriale, si addensano ombre di speculazione immobiliare in vista di Expo Milano 2015. «La nostra priorità, oggi come tre mesi fa, è di riprendere a lavorare. Se l'acquisto va in porto con il nuovo padrone e lo stabilimento dovrà essere spostato a breve termine, è secondario. L'industriale bresciano ha già dichiarato di volere firmare un contratto di affitto del terreno per tre anni, rinnovabile di altri tre e nel frattempo di essere disponibile a studiare altre soluzioni. Prima si torni al lavoro, poi si apra pure la discussione» dicono gli operai. «Il conflitto ha messo a nudo gli interessi della classe operaia, quelli dei politici che dicono di rappresentarla. In realtà è un divario che cresce sempre di più.» sentenziano i nostri interlocutori.

"Hanno reso reale il possibile"

Maria Sciancati, segretario generale della Fiom per la Provincia di Milano, gli operai della Innse hanno rivolto alcune critiche al suo sindacato e a lei personalmente. La sua frase rilasciata a La Repubblica «la loro lotta non l'ho mai sponsorizzata e non credo che possa essere riprodotta in altre realtà» li ha amareggiati.
Un concetto che terrei fosse chiarito. La lotta che stanno facendo alla Innse è esemplare. L'idea che "è possibile" lottare, è molto importante. Nelle fabbriche in cui vado a parlare con i lavoratori, confrontati con licenziamenti e casse integrazione, porto ad esempio la lotta della Innse. L'esempio di chi vuole speculare su quella realtà, sull'impotenza delle istituzioni e delle leggi insufficienti, e dall'esempio di resistenza dato da quei lavoratori. L'iniziativa di lotta, partita dagli operai della Innse, ha permesso di continuare la produzione e trovare un imprenditore intenzionato a rilevare la fabbrica. In questo processo la Fiom è stata sempre presente. Al tempo spesso, voglio chiarire che non ritengo possibile applicare ovunque la scelta di autogestione degli operai Innse. Non ci sono ovunque le stesse condizioni per applicarla. Dipende dal contesto specifico del posto di lavoro.
Sono state sollevate anche critiche riguardo al sostegno finanziario e logistico.
Quando Genta ha messo in mobilità con la sospensione immediata dei lavoratori senza alcun rispetto della procedura normale, i lavoratori hanno deciso di entrare in fabbrica e proseguire l'attività produttiva. Da quel momento la Fiom li ha sostenuti, garantendo una presenza costante durante la prima settimana. I 300 euro a cui fanno riferimento riguardano il problema della mensa, disdetta da Genta, che è dovuta  anche quella essere autogestita. Sull'aspetto finanziario posso però dire una novità di questi giorni. Nel 2001, quando abbiamo condotto la battaglia per il contratto separato, la Fiom nazionale ha costituito una cassa di resistenza. Da allora è stata usata una volta sola. La seconda volta sarà usata per l'Innse. Lo ha deciso la Fiom nazionale su istanza della provincia di Milano.
Gli operai dell'Innse lamentano anche una latitanza della solidarietà a Milano.
Non ho difficoltà ad evidenziare i limiti della solidarietà nel territorio milanese. Non tanto quella degli altri lavoratori metalmeccanici, che ancora in questi giorni continua ad esprimersi, piuttosto quella del tessuto sociale. A Milano di situazioni del genere, con lo stesso risultato della perdita del posto di lavoro ne vediamo ogni giorno. Solo nella zona dove è situata la Innse, dall'inizio dell'anno abbiamo perso 300 posti di lavoro e sono state chiuse 15 imprese. Negli ultimi mesi la questione del lavoro sta cominciando ad essere percepito come un problema generalizzato. Se la critica che ci viene rivolta è che non siamo stati in grado di costruire un'iniziativa, la possiamo anche accettare. Va però anche detto che a Milano l'iniziativa deve riuscire, arrivando ad impegnare l'insieme del territorio. Dunque deve essere costruita bene. E ci vuole tempo per preparla.
Da dove iniziare?
Noi dobbiamo sconfiggere l'idea diffusa nella società «ognuno si difenda come può». Prendiamo ad esempio le scelte di politica del lavoro promosse dal governo. «I salari te li aumento se lavori di più». Nella logica del «ognuno si difenda come può», le persone rispondono: «ho pochi soldi. Per guadagnare qualcosa in più, faccio gli straordinari». La questione invece dovrebbe essere capovolta: se c'è più lavoro, estendiamo l'occupazione e diamo una stabilità alle condizioni di lavoro invece del precariato. Ma il ragionamento non passa perché si è imposta l'idea che siano prioritarie le esigenze delle imprese rispetto a quelle dei lavoratori. Ed è innegabile che su questo fronte ci sia una difficoltà del sindacato. Altrimenti non saremmo a questo punto.
Gli operai hanno dichiarato che il loro caso rappresenta un fallimento delle istituzioni nella politica del lavoro.
Hanno completamente ragione. Non ci sono gli strumenti istituzionali che permettano d'impedire ad uno che vuole chiudere una fabbrica per speculare quando c'è un imprenditore interessato a rilevarla. Non è possibile che la provincia o un prefetto non possano intervenire nell'interesse della comunità, nella quale deve essere data la priorità al lavoro e non solo ai servizi. Ma questo la Fiom lo va dicendo da anni.

Pubblicato il 

03.10.08

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