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Iniziativa sulla salute: sbagliando s’impara

di

Pietro Martinelli
Il risultato delle sette iniziative in votazione lo scorso 18 maggio è stato disastroso per chi le ha proposte e, in particolare, per la sinistra. A caldo sono state date spiegazioni difensive di un certo peso: la sproporzione dei mezzi finanziari a disposizione, la difficoltà di risolvere problemi complessi con un articolo costituzionale, i tempi lunghi tra la presentazione dell’iniziativa e la votazione, tempi che modificano il contesto specifico nel quale la proposta era stata fatta, il momento economico e finanziario difficile, il sentimento diffuso di insicurezza . Tuttavia, più che giustificazioni per sette sconfitte brucianti, questi erano dati del problema e rischi di cui si sarebbe dovuto tenere conto. Quindi non sono spiegazioni sufficienti. Personalmente sono stato invitato a due dibattiti che riguardavano “l’iniziativa sulla salute”, una iniziativa che, quando era stata lanciata non avevo firmato, ma che poi ho difeso perché condivido il principio di un premio in qualche modo legato al reddito. Ritengo che l’accesso all’istruzione e alla medicina secondo i propri bisogni indipendentemente dal reddito sia una premessa indispensabile per favorire condizioni di parità relativa in una società competitiva. È quindi giusto che i costi per istruzione e sanità vengano coperti dalla collettività seguendo la ineguale ripartizione del reddito che una società competitiva produce. Disparità accettabili in una società equa, secondo Rawls, solo se tendono a favorire tutta la società e se sono legate a posizioni e cariche aperte a tutti. Approfondendo le proposte dell’iniziativa tuttavia, assieme ai vantaggi, mi sono apparse evidenti anche i probabili difetti e le eventuali forzature ideologiche contrarie al sentire politico moderato della stragrande maggioranza del popolo svizzero. Innanzitutto l’iniziativa non risolveva il problema del controllo dei costi ma si limitava ad alcune proposte finanziariamente marginali. Probabilmente non era neppure il suo scopo né la Costituzione la sede più opportuna. Resta tuttavia di un certo peso l’osservazione che, una volta caricati i costi attuali e futuri su pochi, sarebbe diventato più difficile trovare il consenso politico per controllarne la crescita. Per quanto riguarda il finanziamento dei premi un primo possibile errore lo possiamo vedere nella tassazione della sostanza che tra l’altro portava i detentori di sostanze miliardarie a pagare dei premi assurdi dell’ordine di milioni di franchi. In secondo luogo forse l’Iva poteva essere lasciata fuori dal gioco tanto più che secondo i dati forniti dagli iniziativisti i margini erano molto larghi. Si pensi che avrebbe risparmiato sui premi pagati di tasca propria persino una famiglia di quattro persone con un reddito imponibile di 200 mila franchi e una sostanza di un milione di franchi! Quantomeno, se si voleva proprio introdurre una quota a carico dell’Iva, il massimo lo si sarebbe potuto fissare al 25 per cento invece che al 50 per cento, visto che i calcoli nel materiale di propaganda sono stati fatti con il 25 per cento. Se questi dubbi, e altri eventuali, hanno un senso, penso che sarebbe importante approfondire l’analisi degli errori di metodo, di contenuto e di linguaggio compiuti. Ma soprattutto occorrerebbe riflettere sull’opportunità di affrontare problemi così complessi con una iniziativa solitaria invece di cercare il consenso nelle Commissioni e nel Parlamento, dove mi sembra sbagliato affermare che i socialisti sono una minoranza per cui sono costretti a difendersi con le iniziative popolari. Il Partito socialista, sommando le presenze in Consiglio federale e in Parlamento, è infatti attualmente il partito più forte della Confederazione. L’alternativa è tra saper investire questa forza cercando dei compromessi vantaggiosi per la popolazione o metterla sotto il materasso vestendo gli abiti del cavaliere senza macchia e senza paura, solo contro tutti.

Pubblicato

Venerdì 23 Maggio 2003

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