< Ritorna

Stampa

 

Industria ferroviaria nel tunnel

di

Gianfranco Helbling
Alla fine di marzo gli stabilimenti Bombardier di Pratteln consegneranno l’ultimo treno Icn alle Ferrovie federali svizzere (Ffs), poi cesseranno definitivamente la produzione. Così i lavoratori dell’industria ferroviaria svizzera saranno ancora circa 2 mila 800. Appena sei anni fa, alla fine del ’98, essi erano 4 mila 700. In pochi anni si sta disperdendo uno straordinario capitale di competenze che l’industria svizzera era riuscita ad accumulare in un settore per lei tradizionalmente molto importante. La Svizzera dunque vittima delle strategie produttive dei tre colossi mondiali dell’industria ferroviaria, Alstom, Siemens e Bombardier, ma con una chance da cogliere nei settori di nicchia: lo rivela uno studio di recente pubblicazione. Insomma, si salverà chi saprà essere innovativo. Quanto sta accadendo a Pratteln riflette il declino dell’industria ferroviaria in Svizzera, come evidenzia lo studio sulle sue prospettive elaborato dall’ufficio di pianificazione del traffico Metron per conto del sindacato Unia. Bombardier ha sede a Montréal, in Canada, e con i suoi 36 mila dipendenti in 22 paesi è il più grosso produttore mondiale di materiale rotabile. Ma è soltanto da pochi anni presente in Svizzera, dove ha rilevato Vevey Technologies nel 1998 e AdTranz nel 2001. Oggi Bombardier impiega 1’300 persone negli stabilimenti di Pratteln, Örlikon, Turgi e Villeneuve. Ma da tempo Bombardier ha annunciato una ristrutturazione che dovrebbe comportare un taglio di circa 6 mila 600 posti di lavoro a livello mondiale, di cui 600 in Svizzera, ciò che implica la chiusura dello stabilimento di Pratteln. Dalla fine degli anni ’90 i grandi gruppi industriali, in particolare Alstom e Bombardier, hanno rilevato la quasi totalità dell’industria ferroviaria svizzera tradizionale, per poi ridurne sempre più le capacità produttive. Questo perché sul mercato la concorrenza fra Alstom, Bombardier e Siemens è sempre più aspra. Inoltre questi gruppi tendono a concentrare il montaggio di prodotti finiti presso i loro mercati più importanti, escludendo quindi progressivamente la Svizzera. E se altre imprese di trasporto nazionali acquistano i loro convogli nel loro paese, non altrettanto sembrano fare le Ffs, che hanno aggiudicato la produzione dei nuovi convogli per la S-Bahn zurighese alla Siemens, benché questa non abbia stabilimenti di produzione nel nostro paese. Tutto questo porta ad un progressivo e rapido declino dell’industria ferroviaria svizzera, almeno su larga scala: nel nostro paese si produce e si vende sempre meno materiale rotabile finito. Tiene invece la produzione di componenti. Stando agli esperti il futuro dell’industria ferroviaria in Europa dovrebbe essere garantito, con una crescita annua del 3-4 per cento. E dovrebbe essere terminata anche l’era delle grandi fusioni. D’altro lato la maggior parte della produzione si concentrerà su prodotti in serie realizzati su larga scala: per questo genere di produzione saranno sufficienti pochi stabilimenti ma di grandi dimensioni. Per chi resta escluso dal grosso della produzione rimarrà la possibilità di fornire componenti o di proporre servizi e manutenzione. È il caso della Svizzera, dove l’acquirente più importante, le Ffs, ha appena terminato un’importante fase di rinnovamento e potenziamento del materiale rotabile in vista dell’introduzione di Ferrovia 2000: il volume di investimenti da parte delle Ffs nei prossimi anni sarà pertanto ridotto e non sarà compensato da possibili esportazioni, in quanto le grandi compagnie ferroviarie estere preferiscono affidarsi a fornitori nel loro paese. I punti di forza dell’industria ferroviaria svizzera sono l’elevata produttività, l’alto grado di conoscenze acquisite, le capacità specifiche dei lavoratori e la notevole qualità della produzione. I produttori di materiale rotabile svizzeri hanno quindi delle chance di successo se sanno essere innovativi con prodotti di nicchia, costruendo prodotti finiti in serie ridotte o limitandosi alla produzione di accessori o componenti. È quanto da alcuni anni fa con successo la Stadler Rail Ag, che ha concentrato la sua attenzione su specifici segmenti di mercato quali le ferrovie suburbane o di periferia, i tram e i treni a cremagliera. Nel 2003 Stadler ha realizzato una cifra d’affari di 340 milioni di franchi (raddoppiata in cinque anni), dando lavoro ad 800 persone di cui 540 in Svizzera (a Bussnang e Altenrhein). Rimane però il problema della perdita di competenze e di conoscenze nel segmento centrale di produzione, che può risultare difficile da recuperare già dopo pochi anni: un problema che devono porsi sia l’industria che il sistema formativo svizzeri, conclude il rapporto di Metron. Bombardier ha fatto terra bruciata «Una politica industriale fallimentare». Così Beda Moor, membro della direzione del settore industria del sindacato Unia, ha riassunto l’esito del lavoro della task force creata dal cantone di Basilea campagna per limitare le conseguenze della cessazione della produzione agli stabilimenti Bombardier di Pratteln. Quando, il 17 marzo scorso, fu resa nota la decisione di Bombardier di abbandonare al loro destino gli impianti di Pratteln vi lavoravano 527 operai, 364 fissi e 163 interinali. Di tutte queste persone, soltanto 35 lavoreranno ancora a Pratteln, occupandosi fino al 2007 della manutenzione dei convogli della rete tramviaria Blt. Per 43 operai si è trovato una soluzione interna negli stabilimenti Bombardier di Örlikon e Villeneuve, per 29 si è ricorso al pensionamento mentre altri 22 hanno nel frattempo trovato una nuova sistemazione. Oltre ai 163 interinali restano quindi senza impiego 239 persone. Come denunciato dai sindacati Unia e Syna lo scorso 7 febbraio in occasione di un’azione di protesta dei lavoratori di Pratteln, il risultato fallimentare della task force è dovuto alla politica della terra bruciata attuata da Bombardier, che non vuole che suoi concorrenti possano approfittare delle competenze acquisite dai suoi quasi ex dipendenti. Questo atteggiamento ha di fatto reso impossibile un rilancio del sito nel settore della fabbricazione o della manutenzione di treni, benché ci fossero concrete possibilità di giungere ad una soluzione positiva. Ma il fallimento della task force è anche dovuto alla mancanza di volontà della classe politica e degli acquirenti di materiale rotabile (in particolare le Ffs) di mantenere posti di lavoro qualificati nell’industria ferroviaria in Svizzera. Per Moor è giunto il momento di agire, altrimenti la Svizzera come piazza industriale non avrà più alcun futuro: «ci vuole una chiara politica industriale. Abbiamo fatto proposte concrete al Consiglio federale, ad esempio la creazione di una cattedra universitaria in tecnologia dei veicoli. Le reazioni dall’industria sono state positive, mentre il Consiglio federale non ha reagito».

Pubblicato

Venerdì 18 Febbraio 2005

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 65.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 29 Settembre 2022

Torna su

Editore

Sindacato Unia

Direzione

Claudio Carrer

Redazione

Francesco Bonsaver

Raffaella Brignoni

Federico Franchini

Veronica Galster

Mattia Lento

Indirizzo
Redazione area
Via Canonica 3
CP 1344
CH-6901 Lugano
Contatto
info@areaonline.ch
Inserzioni pubblicitarie

Tariffe pubblicitarie

T. +4191 912 33 80
info@areaonline.ch

Abbonamenti

T. +4191 912 33 80
Formulario online

INFO

Impressum

Privacy Policy

Cookies Policy

 

© Copyright 2019