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Indietro di cent'anni. Le numerose insidie dell'iniziativa integralista «per madre e bambino»

di

Gianfranco Rosso
Ragionevolezza e trasparenza contro intolleranza e disonestà. Si sta sviluppando su questo asse il dibattito sull’interruzione di gravidanza, in vista del doppio appuntamento con le urne del 2 giugno, quando il popolo sarà chiamato ad esprimersi sulla modifica delle norme penali e sull’iniziativa integralista detta «per madre e bambino». Due progetti di segno opposto su cui sarebbe stato meglio votare separatamente, visto il tentativo degli ambienti antiabortisti di far passare la loro indecente proposta come controprogetto alla cosiddetta soluzione dei termini, frutto del compromesso raggiunto in Parlamento dopo otto anni di dibattiti. Incuranti della logica e, soprattutto, dei diritti della donna confrontata con una scelta drammatica, gli ambienti integralisti, con l’appoggio di alcune parrocchie cattoliche, hanno promosso un’iniziativa che vuole portare la Svizzera indietro di cent’anni. «Per madre e bambino», al di là della sua denominazione, vuole di fatto introdurre un divieto generalizzato dell’aborto, andando così addirittura più in là di quanto chiedeva l’iniziativa «per il diritto alla vita», respinta nel 1985 dal 70 per cento dei votanti. Secondo il testo in votazione, la donna che interrompe una gravidanza eviterebbe il carcere solo in caso di «pericolo di morte acuto non altrimenti evitabile e dovuto a cause fisiche». Questo significa che un aborto verrebbe considerato illegale anche se la gravidanza fosse frutto di uno stupro, anche se la madre rischiasse il suicidio, anche se il feto presentasse gravi malformazioni e anche se la salute della madre fosse in pericolo. Contrariamente alle affermazioni fatte dai sostenitori, non è vero che una gravidanza non ha più conseguenze sulla salute della donna: malattie come la malaria, la tubercolosi e il cancro non possono essere curati senza danneggiare il feto; e i disturbi cardiaci e circolatori, così come i problemi di schiena, possono aggravarsi. Ma i promotori dell’iniziativa mostrano tutto il loro cinismo e il loro fanatismo quando vengono chiamati a giustificare il divieto di aborto anche per una donna rimasta incinta in seguito ad un atto di violenza: «la madre – recita il testo d’iniziativa – può dare il suo consenso alla libera adozione del bambino fin dall’accertamento della gravidanza». Inoltre, ha avuto modo di spiegare in una conferenza pubblica a Lugano il deputato dell’Udc Roger Etter, la polizia (a cui la donna si rivolge per denunciare una violenza) «in genere consiglia dei medicamenti per evitare una gravidanza». «E poi – ha aggiunto Etter – su mille donne stuprate soltanto una rimane incinta». C’è insomma da rabbrividire sentendo le argomentazioni di queste persone, che non hanno preso di mira soltanto la donna, ma anche il suo entourage. L’iniziativa dichiara infatti «inammissibile – leggasi punibile, ndr – qualsiasi forma di pressione finalizzata alla soppressione di un bambino non ancora nato», il che significa portare in tribunale un uomo che non vuole diventare padre, un medico che avverte la donna delle potenziali conseguenze sulla sua salute di una gravidanza o un’assistente sociale che illustra ad una potenziale ragazza-madre quanto sia difficile crescere un bambino da sola. Siamo insomma di fronte a proposte assolutamente insostenibili sia dal punto di vista giuridico che da quello etico. Proposte che, tra l’altro, produrrebbero un incremento del numero di aborti. L’esperienza di altri paesi dimostra infatti che il proibizionismo conduce alle pratiche clandestine, agli infanticidi e all’abbandono di neonati, per citare solo le conseguenze più drammatiche. A titolo di esempio citiamo il caso della Romania di Ceausescu, il quale nel 1966 cambiò la legge in senso molto restrittivo. Il risultato lo si può leggere nell’evoluzione del numero di donne decedute in seguito ad un aborto: furono 83 nel 1966, 545 nel 1989. Esempi di segno opposto li troviamo invece nei paesi del nord Europa, che ci insegnano la strada da seguire per ridurre al minimo il numero di aborti. Un auspicio questo, sottolineiamo per inciso, che non è un’esclusiva del gruppo «per madre e bambino» e nemmeno dei democristiani e dei cattolici. A fare scuola in Europa è sicuramente l’Olanda, che possiede una delle legislazioni più liberali, ma che vanta un tasso di aborti fra i più bassi al mondo. Un risultato ottenuto grazie a quella che viene definita la «cultura della pianificazione familiare», cioè la consapevolezza che una gravidanza non desiderata va evitata in tutti i modi. E per far sì che questo si realizzi sono stati messi in campo tre strumenti fondamentali: l’educazione sessuale innanzitutto, che viene promossa sotto forma di dialogo aperto e non come imposizione di punti di vista moralistici; vi è poi una forte promozione dei metodi contracettivi attraverso campagne mirate, come quelle contro l’Aids che veicolano il messaggio della «doppia protezione pillola e preservativo», responsabilizzando così la coppia; infine nei Paesi Bassi è stato attribuito un ruolo importante alla pianificazione familiare, che, essendo un compito dei medici di famiglia, risulta facilmente accessibile a tutti.L’insieme di queste misure fa sì che gli olandesi e le olandesi tengano un comportamento sessuale estremamente responsabile. E i risultati sono testimoniati dalle statistiche: il 95% delle prime nascite sono pianificate e solo il 2% sono assolutamente indesiderate. È dunque questa la strada che dovrebbe seguire la Svizzera, anche se la revisione della legge in votazione si pone obiettivi più modesti. Obiettivi più modesti ma estremamente importanti per un Paese che si ritrova ancora con delle norme sull’aborto concepite ad inizio secolo ed entrate in vigore nel 1942. Un paese che nonostante questo ha vissuto, a partire dagli anni Settanta, una progressiva liberalizzazione che ora va tradotta in legge. La «soluzione dei termini», adottata dal Parlamento federale dopo otto anni di accesi dibattiti non abolisce il divieto dell’aborto. Essa sancisce però la non punibilità dell’interruzione di gravidanza se praticata nelle prime dodici settimane dopo le ultime mestruazioni e se la donna fa valere, per iscritto, uno stato di angustia. La legge obbliga il medico a consigliare la donna in modo dettagliato, informarla sui rischi medici dell’intervento, sulle possibilità di adozione e fornirle una guida che indichi una lista dei centri di consulenza e le organizzazioni che potrebbero esserle d’aiuto. I Cantoni dovranno inoltre designare le cliniche e gli ambulatori nei quali potrà essere praticata l’interruzione di gravidanza. Anche con le nuove norme l’aborto continuerà ad essere regolamentato all’interno del codice penale, il che rappresenta sicuramente un controsenso perché formalmente non porta alla tanto sospirata decriminalizzazione della donna. Questo è però il prezzo di un compromesso che ci consente di superare una situazione giuridica, che lascia troppi margini di manovra a chi applica le norme. Una situazione che oggi consente ancora a tre cantoni (Appenzello Interno, Obvaldo e Nidvaldo. Uri ha modificato la sua prassi solo pochi anni fa) di mantenere di fatto un anacronistico divieto generale dell’aborto. Formalmente, la legge attualmente in vigore stabilisce che una donna non è punibile se l’interruzione di gravidanza avviene allo scopo «di preservarla da un pericolo, non altrimenti evitabile, che minacci la vita stessa della madre oppure minacci seriamente la salute di lei d’una menomazione grave o permanente». Un’interpretazione corretta del concetto di «salute» (secondo l’Organizzazione mondiale della sanità «uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale») ha però di fatto posto fine alle condanne (l’ultima contro una donna risale al 1988). Parallelamente al diffondersi di una prassi sempre meno restrittiva si è anche assistito ad una netta diminuzione delle interruzioni di gravidanza: nel 1970 erano più di 16 mila (a cui si devono aggiungere quelle illegali, stimate fra le 20 e le 60 mila all’anno), mentre a partire dalla metà degli anni Ottanta sono circa 12 mila ogni anno (circa 600 in Ticino). A margine di questi dati val poi la pena ricordare la scomparsa dell’aborto clandestino, che fino agli anni Settanta era all’origine di gravi danni alla salute della donna o addirittura della sua morte: da decenni non si registrano ormai più ricoveri dovuti a complicazioni e non vi è più un morto dal 1973. E nemmeno i medici non hanno più interesse a praticare l’interruzione volontaria di gravidanza (ivg) di nascosto: nella maggior parte dei Cantoni il necessario preavviso di un secondo medico viene rilasciato con una certa facilità e inoltre l’intervento viene rimborsato dalla maggior parte delle Casse malati. Tutto questo è in fondo la dimostrazione che trent’anni di battaglie sono serviti a qualcosa. La donna che interrompe una gravidanza nella società, a parte rare eccezioni, non viene più considerata una criminale. Ora, è giunto il tempo che lo riconosca anche la legge. Sondaggi: occhi puntati sul Ticino Ancora una volta il Ticino rischia di fare la figura dell’ultimo della classe. Stando all’ultimo sondaggio realizzato dall’istituto di ricerca Gfs per conto della Ssr, la soluzione dei termini nel nostro cantone otterrebbe un magro 40% (contro il 64% a livello nazionale) e l’iniziativa per madre e bambino verrebbe respinta di strettissima misura con un misero 51% di no. Pur sperando che questi dati vengano smentiti il 2 giugno, é prevedibile che la Svizzera italiana risenta della propaganda dei gruppi integralisti e del Partito popolare democratico, che nel nostro cantone si fanno parecchio sentire. Sui primi abbiamo già espresso il nostro giudizio nel pezzo principale, mentre per quanto riguarda il Ppd val forse la pena sottolineare il carattere strumentale della sua posizione: contrario all’estremismo di «per madre e bambino» e contrario alla soluzione dei termini. Nonostante la spaccatura interna (la Consigliera federale Ruth Metzler, i giovani e le donne Ppd appoggiano il compromesso raggiunto dalle Camere), il partito ufficialmente sostiene il referendum per non essere riuscito in parlamento ad imporre l’obbligatorietà della consultazione presso un centro specializzato. Pur nel rispetto delle sensibilità e dei valori di ciascuno, ci chiediamo se questa sia una motivazione seria o pura tattica politica, visto che le elezioni del 2003 sono alle porte, un seggio in Consiglio federale é a rischio e il consenso nelle tradizionali roccaforti della Svizzera centrale va scemando!

Pubblicato

Venerdì 17 Maggio 2002

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