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Incidente

di

Mauro Marconi
Sono le sette del mattino di un giorno qualsiasi. Forse un po’ più freddo del solito. È l’ora in cui anche io, come molta altra gente, mi metto in strada per andare al lavoro. Imperterrito inforco la bicicletta (ho la fortuna di lavorare vicino a casa) e mi avvio. Sulla strada molte automobili. Uno Stop. Incrocio pericoloso, drizzo le antenne. Davanti a me, due auto. Il primo conducente esita. Il secondo scalpita, preme sul clacson, mette la retromarcia, arretra, riparte e lo affianca. Pronti, partenza, via: fa qualche metro e taglia la strada ad un ragazzo che sta arrivando in scooter. Il ragazzo, reciterebbe la cronaca, sopraggiungeva sulla normale corsia di marcia. E Monica Piffaretti descriverebbe il rumore che ha fatto lo scooterista con un onomatopeico scgnec! Bref, incidente. Situazioni di questo tipo possono essere lette in svariati modi. Prendiamo, semplificando, due estremi. Col primo modo, mettiamo l’accento sulla persona del conducente, che definiremo laconicamente esempio idealtipico di deficiente. E ci mettiamo il cuore in pace. Lui è un deficiente, quanto ha fatto non ci tocca minimamente (a meno che non si sia alla guida di uno scooter al momento e nel posto sbagliati). Il secondo modo, invece, ci spinge a contestualizzare questo fatto all’interno di una società, che ha le sue norme ed i suoi valori. Lo si analizza quindi come risultato di queste stesse norme e valori. Ed allora, un incidente della circolazione diventa specchio della nostra società. Vi leggiamo parole come individualismo, competizione ed efficienza. L’individualismo lo cogliamo nella logica del secondo conducente che crede di potersi fare un baffo delle norme della circolazione stradale. Il suo obiettivo, attraversare l’incrocio ed immettersi nel traffico, è più importante del rispetto delle regole collettive. La competizione la vediamo nel suo tentativo di dare una lezione. Ti faccio vedere io, ti faccio vedere, sembra dire il secondo al primo conducente. E lo supera. La tensione verso l’efficienza la leggiamo nella sua intenzione di non perdere tempo lungo quella strada che lo porta al lavoro. Si tratta di investire razionalmente le proprie energie per raggiungere l’obiettivo con il minor dispendio possibile di risorse. Di cui fa parte, per l’appunto, anche il tempo. Con un po’ di fantasia e voglia di approfondire, possiamo scovare e leggere molti altri valori e norme sociali in un fatto come questo. Io mi sono limitato a tre, che tuttavia costituiscono degli elementi portanti del nostro modo di lavorare oggi. La cultura aziendale pretende individualismo, competizione ed efficienza. Il secondo conducente non è colpevole o vittima. Il secondo conducente è un deficiente che segue acriticamente valori e norme sociali. Il problema non sta quindi nel fatto se l’individuo è libero o soggetto ai condizionamenti sociali. Il vero problema è il rapporto che noi intessiamo con i valori e le norme, come noi le filtriamo e le assecondiamo. E non è una questione semplice o marginale. Basta un niente per ritrovarsi nella parte del deficiente.

Pubblicato

Venerdì 14 Febbraio 2003

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