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In scena l'incubo atomico

di

Gianfranco Helbling
Il caso delle programmazioni teatrali ha voluto che la stagione in abbonamento del Teatro Sociale di Bellinzona si concludesse lo scorso week-end, in concomitanza con il voto popolare sulle iniziative antinucleari, con “Copenaghen” di Michael Frayn (testo del ’98, allestimento del ’99 degli Stabili di Udine e dell’Emilia Romagna). Si tratta di un lavoro che ripercorre i tormenti dapprima solo scientifici, poi sempre più morali, che accompagnarono le ricerche dei pionieri della fisica nucleare culminate con l’esplosione delle bombe su Hiroshima e Nagasaki. Un accostamento che ha dato, semmai ce ne fosse bisogno, ulteriori motivi d’interesse per una pièce che è un capolavoro di scrittura scenica, che è esemplare nell’allestimento visto a Bellinzona (regia di Mauro Avogadro) e che è perfettamente interpretata da tre straordinari attori (Umberto Orsini, Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice). Frayn è un autore straordinariamente prolifico ed è degno rappresentante della drammaturgia inglese contemporanea, una delle più vitali al mondo. Il suo lavoro teatrale più noto finora in Italia è la macchina comica “Rumori fuori scena”. In “Copenaghen”, pur se su tutt’altri registri, Frayn ribadisce di possedere perfettamente i meccanismi della scrittura scenica. Assecondato da una valida traduzione, questo testo avvince infatti per oltre due ore di riflessioni morali ed elucubrazioni scientifiche grazie alla quasi millimetrica precisione con cui è costruito. In scena sono il fisico teorico danese Niels Bohr, premio Nobel nel 1922, il suo ex-allievo tedesco Werner Heisenberg, che ricevette la stessa onorificenza nel ’32, e la moglie di Bohr, Margrethe. Ma li vediamo oggi, da morti, quando tentano di ricostruire un’ormai impossibile verità oggettiva su quanto avvenne una sera di settembre del 1941 a Copenaghen, presumibilmente in casa Bohr. Heisenberg, che da diversi anni era titolare di una cattedra a Lipsia, con un pretesto era venuto nella capitale danese, ormai occupata dai nazisti, proprio per parlare con il suo ex-maestro. E questo è anche storicamente assodato. Il problema è: a che scopo? Per convincere Bohr, per metà ebreo, ad unirsi a lui nel programma atomico tedesco, o, al contrario, per convincerlo di quanto questo fosse in ritardo e senza fondi e dunque per indurlo, nei limiti del possibile, ad intervenire sul programma americano in corso a Los Alamos per fermarlo, così da evitare quelle che poi sarebbero state le stragi di Hiroshima e Nagasaki? O ancora per una terza ipotesi, a metà strada fra le prime due o magari di tutt’altra natura? Non è la prima volta che il teatro si occupa dei risvolti etici di una ricerca scientifica spaventosa e affascinante come quella sull’atomo: basti ricordare “I fisici” di Friedrich Dürrenmatt e gli accenni in “Vita di Galileo” di Bertolt Brecht. Questa ricerca ha avuto il merito storico di imporre alle coscienze il quesito della responsabilità morale degli scienziati, rispettivamente della neutralità etica della ricerca. E se Frayn ha scritto questo testo relativamente tardi rispetto agli anni in cui quel dibattito si sviluppò con più risonanza, è anche vero che esso oggi non solo è perfettamente attuale (dalla Corea al Pakistan), ma, per la sua esemplarità, ben si presta a riassumere in sé molte delle angosce spesso inespresse di fronte ai progressi della ricerca scientifica (un nome per tutti: Dolly). Avogadro allestisce “Copenaghen” in un’aula universitaria stilizzata, con grosse lavagne sullo sfondo che sormontano dei gradoni e appena quattro sedie come accessori scenici. I colori variano dal grigio dei vestiti al nero della scena. Tutto è fatto per porre in primo piano la parola, quasi a riaffermare che se nel teatro contemporaneo si è dato giustamente ampio spazio al corpo e al movimento, è pur vero che anche un uso appropriato del verbo può ancora portare a notevoli esiti spettacolari. I movimenti fra i tre personaggi sempre in scena sono geometrici ed essenziali, la gestualità è misurata. Avogadro si pone al servizio del testo sviluppandone fino in fondo il potenziale, con una precisa scansione ritmica. Lojodice fa della sua tormentata Margrethe un perfetto tramite fra le elucubrazioni scientifiche e morali di Bohr e Heisenberg e il pubblico. Popolizio trova il giusto equilibrio per il suo personaggio fra l’ardore giovanilistico per la ricerca e il peso di una responsabilità di cui non riesce a capacitarsi del tutto, complice l’orgoglio patriottico. Ma un vero piacere è la misurata e densa prestazione di Orsini, ricca di sfumature: 45 anni di palcoscenico non passanno invano, la composta maturità del suo Bohr deve molto al percorso attoriale dell’interprete.

Pubblicato

Venerdì 23 Maggio 2003

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