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In piazza c’erano tante Turchie

di

Loris Campetti
Il Bosforo è spazzato da un vento freddo che fa nuovamente tremare la società civile turca, schiacciata tra l'incudine dell'islamismo e il martello del kemalismo. Ancora una volta, dopo i tre golpe della seconda metà del Novecento, le baionette dei militari sferragliano minacciosamente e non si esclude la possibilità che i carri armati possano tornare a terrorizzare la popolazione, qualora il parlamento dovesse eleggere presidente della repubblica Abdullah Gül, del partito Akp del premier Recep Tayyip Erdogan. È a rischio "la laicità dello stato fondato da Atatürk", minacciano i militari che si sono modernizzati non solo nei mezzi di repressione ma anche nelle forme di comunicazione: l'altolà della scorsa settimana è arrivato dalle forze armate via internet, con quello che a Istanbul chiamano e-coup. Domenica più di un milione di turchi e turche avevano riempito la città di Istanbul per protestare contro la doppia minaccia dei militari e dell'islamizzazione delle istituzioni: "Né colpi di stato, né sharia", la parola d'ordine della protesta.

In piazza c'erano tante Turchie diverse tra di loro: decine di associazioni non governative, frammenti di sinistra, qualche sindacato costretto a vivere in un perenne stato di semilegalità. Insomma, c'era la società civile ma anche, indossando per una volta una maschera meno aggressiva di quella di due settimane prima ad Ankara, gli ultranazionalisti disposti a tutto, pur di impedire che dopo la prima anche la seconda carica dello stato finisca nelle mani del partito islamico, secondo il messaggio inquietante lanciato da Erdogan: «Non si può essere contemporaneamente musulmani e laici». Ma la maggioranza di chi è sceso in piazza – il 90 per cento dei turchi è musulmano - pensa invece che la convivenza sia possibile, e salutare. «L'Islam è un cadavere putrefatto che allunga le sue braccia sulla Turchia», diceva l'amato e odiato fondatore della Turchia moderna Kemal Atatürk.
Lo scontro politico è iniziato con la decisione di Erdogan di candidare alla presidenza della Repubblica Abdullah Gül, contando sul fatto che una legge elettorale scandalosa ha consentito al suo partito di ottenere quasi i due terzi dei seggi parlamentari, in forza di un terzo scarso dei consensi raccolti alle urne. L'unica opposizione parlamentare è costituita dai nazionalisti kemalisti, in conseguenza del tetto del 10 per cento necessario per eleggere una rappresentanza politica. La sinistra, i cui gruppi dirigenti sono stati fatti fuori o messi nelle condizioni di non "nuocere" dai colpi di stato e dalla normalità della politica repressiva turca, è divisa, debole, ai margini. La società civile che non sta né con i tank né con la sharia non ha rappresentanza alcuna. L'Associazione per i diritti umani, il cui presidente Akin Birdal ha subito svariati attentati, si batte con straordinario coraggio al fianco dei kurdi, degli armeni, dei cristiani, dei prigionieri politici di sinistra che continuano a morire nelle famigerate carceri turche. Ma anche i membri di questa associazione vivono tra la prigione e la libertà condizionata. Come tanti intellettuali e artisti, costretti a tacere, o a fuggire, o a perdere la libertà. O ad essere ammazzati dai nazionalisti genericamente detti, o dai fascistissimi Lupi grigi. Ma anche in nome dell'islam si viene uccisi, come non possono più testimoniare alcuni sacerdoti cattolici e intellettuali protestanti. Chi scrive, in partenza per Istanbul, ha appena appreso che la sua interprete è stata arrestata insieme ad altre 600 persone durante l'assalto bestiale dei militari contro una pacifica manifestazione del 1° Maggio in piazza Taksim, nella città sul Bosforo.
Dopo l'annuncio della candidatura di Gül, i fatti e gli scontri si sono succeduti senza tregua, in un crescendo inquietante. Una manifestazione a sostegno dei militari ad Ankara con centinaia di migliaia di persone, l'inizio delle votazioni al parlamento per eleggere il presidente, tra brogli e mancata maggioranza legale di presenti in aula, le minacce via e-mail dei generali, la grande prova democratica di domenica a Istanbul, il corteo dei sindacati e delle forze democratiche, aggredito dalla polizia del 1° Maggio. L'ordine di impedire qualsiasi manifestazione che avesse a che fare con i comunisti era arrivato direttamente da Atatürk, più di ottant'anni fa, e continua ad essere rispettato dai militari che anzi l'hanno via via inteso in forma sempre più estensiva. Il livore contro sinistre, sindacati e lavoratori, come per miracolo, unisce islamismi e kemalisti. Infine, martedì è arrivata la decisione della Corte costituzionale di annullare e quindi far ripetere il voto parlamentare contestato dall'opposizione. La votazione prevista per mercoledì scorso è stata aggiornata a data da destinarsi, mentre il governo si dice disponibile a indire le elezioni anticipate richieste dall'opposizione nazionalista. Ma con la legge elettorale liberticida di cui abbiamo detto e il clima di repressione dilagante, è probabile che il risultato elettorale non produrrà grandi cambiamenti, e anche le aree democratiche della Turchia musulmana che si oppongono al passaggio in mano islamica di tutte le istituzioni rappresentative potrebbero tornare a votare per il partito di Erdogan. I kurdi sono silenziati, non hanno di fatto diritti politici, i suoi sindaci nelle città del sud-est entrano e escono dalle galere. Di armeni, quelli sopravvissuti al massacro del secolo scorso, meglio non parlare. Resta la speranza che le forze di sinistra, sostenute dai movimenti per i diritti umani e da parte dei sindacati, possano finalmente coalizzarsi liberandosi dai settarismi tipici dei partiti deboli e perseguitati e superare finalmente l'assurda soglia di sbarramento del 10 per cento.
L'Europa, come qualsiasi sincero democratico, dovrebbe offrire una sponda alla società civile turca e invece latita, prende tempo, balbetta. Se al di qua e al di là del Bosforo parli con intellettuali, lavoratori, sindacalisti, pacifisti, kurdi e armeni ti senti ripetere da tutti la stessa domanda di aiuto. E a chi, a Occidente, sogna una soluzione del problema islamico manu militari, bisognerebbe ricordare il dramma algerino, quando i "laici" decisero di annullare le elezioni avviando così una lunga stagione di morte e terrore. L'Unione europea non può lasciare 72 milioni di cittadini turchi nelle mani dei militari, né degli islamismi.

Pubblicato

Venerdì 4 Maggio 2007

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