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In pensione a quarant’anni

di

Loris Campetti
Quarant'anni e non li dimostra. E dire che ne ha viste di tutti i colori, sempre costretto a difendersi dagli attacchi nemici e da accerchiamenti messi in atto da forze trasversali. Buon compleanno, Statuto dei lavoratori, e lunga vita verrebbe da aggiungere.

Perché sarà pur vero che gode di sana e robusta Costituzione, ma questa volta potrebbe non farcela a respingere l'ennesimo assalto di chi è alla ricerca della soluzione finale. Hanno deciso di mandarlo in pensione a soli quarant'anni proprio mentre, al grido «l'Europa lo vuole, gli organismi finanziari lo pretendono», il governo Berlusconi sorretto dalla Confindustria, da Cisl e Uil fa sapere che l'età pensionabile va innalzata.
Nel 1971 si respirava un'altra aria in Italia. Sulla spinta delle lotte operaie e studentesche del biennio '68-'69, il 20 maggio era sbarcata finalmente dal porto della politica la Legge 300 con le "Norme sulla tutela della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento". Un sistema di regole che i lavoratori, i sindacalisti e le sinistre del mondo intero ci invidiano ancora oggi. Ci era voluto un quarto di secolo di battaglie perché fosse dato seguito legislativo al primo articolo della Costituzione: «L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro». Erano stati soprattutto i socialisti a impegnarsi nel varo della Legge 300, che però annovera tra i suoi padri figure come Brodolini, Donat-Cattin e Giugni. Il Partito comunista si era astenuto, un po' per «dovere politico» - ribadire l'opposizione al centrosinistra guidato da Colombo – e un po' perché pensava che le lotte operaie meritassero qualcosa di più: per esempio la stessa tutela per tutti i lavoratori, indipendente dalle dimensioni delle aziende in cui operavano, mentre secondo l'articolo 18 dello Statuto che impone il reintegro dei licenziati senza giusta causa è applicabile soltanto nelle aziende con più di 15 dipendenti. Ci sono altre manchevolezze nello Statuto, per esempio l'assenza di una legge sulla rappresentanza (e la democrazia) sindacale. Fatto sta che la Legge 300 è stata poi assunta dall'intero schieramento della sinistra, oltre che dai sindacati, come la più straordinaria arma di difesa dei diritti dei lavoratori. In tanti, nel tempo, hanno provato ad attaccarla «da destra», e il fuoco nemico – compreso un referendum abrogativo dei radicali miseramente fallito - si è concentrato durante i governi Berlusconi. Solo una straordinaria mobilitazione della Cgil nel 2002 ha salvato l'articolo 18, il male assoluto in una logica liberista pura che pretende di riconsegnare ai padroni l'intero comando sulla forza lavoro. La vendetta, la soluzione finale per liberarsi delle conquiste del «biennio rosso» e degli anni Settanta. Da sinistra, restano i nodi irrisolti dell'estensione del diritto al reintegro a tutti i lavoratori: un referendum che andava in questa direzione è fallito nel 2003 per il mancato raggiungimento del quorum. E per il varo di una legge sulla rappresentanza la Fiom Cgil sta raccogliendo le firme in questi giorni.
Nell'agenda del Berlusconi ter ci sono di nuovo l'articolo 18 e l'intero Statuto dei lavoratori. Già ci ha pensato la globalizzazione, con allegata frantumazione della struttura del lavoro, la terziarizzazione delle aziende e la delocalizzazione all'estero a rendere fruibili soltanto da una minoranza i diritti garantiti dalla Legge 300. Ma non basta all'Unto dal Signore né al suo ministro Sacconi che vogliono sancire la fine di una storia. Con il «collegato lavoro», una legge che non è ancora stata varata solo grazie al rifiuto del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di firmarla. Oggi è tornata alle Camere per essere «aggiustata». Prevedeva l'imposizione al neoassunto di firmare, al momento dell'assunzione, un impegno a non ricorrere al giudice in caso di contenzioso e di licenziamento. In teoria dovrebbe scegliere tra il giudice e un «arbitro», ma non è difficile immaginare quale sia la libertà di scelta di un ragazzo o una ragazza, soli davanti al padrone, al momento di firmare. L'obiettivo strategico del governo e delle rappresentanze padronali è la messa in mora della contrattazione collettiva attraverso la personalizzazione del rapporto di lavoro.
Tra le chicche previste nel collegato lavoro c'è il "licenziamento vocale": non servirebbe più neanche una lettera del capo del personale per dire al malcapitato «purtroppo non possiamo più avvalerci della sua prestazione, la ringraziamo per la collaborazione»; sarebbe sufficiente sparargli, in linea di montaggio o alla macchinetta del caffé, un semplice quanto efficace «sei licenziato». Il ministro Sacconi dice che questa modifica è stata pensata per «venire incontro ai lavoratori».
Chiaro che nel contesto dato si sancirebbe la fine dei sindacati così come li abbiamo conosciuti nel «secolo breve». In cambio, essi sarebbero legittimati non più dai lavoratori che dovrebbero rappresentare ma dalle controparti, da cui i sindacati otterrebbero un ruolo – e quindi dei soldi – di servizio: supplenza al welfare pubblico spazzato via in nome della crisi e, soprattutto, dell'ideologia neoliberista. Sindacati gestori dentro enti bilaterali di servizi crescenti, dagli ammortizzatori sociali alla sanità, ai servizi pensionistici. Non più legittimati dai lavoratori, dunque, a cui è negato il diritto di esprimersi con un voto sui contratti e gli accordi che li riguardano. Basta che i sindacati amici del giaguaro, cioè complici di padroni e governo come si lasciano definire, anche se rappresentanti di una minoranza di lavoratori, firmino un accordo, che esso abbia valore «erga omnes». Si capisce perché Cisl e Uil si siano fatti militanti del nuovo sistema di relazioni sociali. Si capisce un po' meno perché la Cgil abbia sancito nel suo recente congresso che la priorità è l'unità con Cisl e Uil e che dunque il sindacato di maggioranza dovrà tornare a tutti i tavoli di concertazione.
E siamo al nocciolo duro del problema: lo Statuto dei lavoratori. L'idea geniale del governo italiano, che non dispiace a Cisl e Uil, è di sostituirlo con uno nuovo che dovrebbe chiamarsi, più semplicemente, «Statuto dei lavori». Sarebbe l'ultimo atto, frutto di un impasto di ideologia e pragmatismo, per spogliare chi lavora sotto padrone pubblico o privato anche dell'ultimo diritto, il diritto a un corpo, a una soggettività, a una condizione, a una materialità. Vi chiederete come sia possibile che a tutto questo non si opponga una rivolta sociale, un'alzata di scudi della sinistra, uno sciopero generale della Cgil. Com'è possibile? Ce lo chiediamo anche noi.

Pubblicato

Venerdì 28 Maggio 2010

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