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In morte di Osama

di

Gianfranco Helbling
C’era pure Osama sul treno di Atocha, sventrato da una delle bombe vigliaccamente piazzate sui convogli dei pendolari di Madrid giovedì 11 marzo. Osama el Amreti, 33 anni, muratore, era un marocchino di Tangeri. Stava andando a lavorare con quel suo nome così comune nel mondo islamico e oggi così ingombrante un po’ ovunque. Che uno quasi crede di doversi giustificare. “Osama sì, ma non il terrorista…”. Chissà quante volte l’avrà dovuto ripetere ai suoi colleghi spagnoli, lui che in Spagna era di casa, con permesso valido. Lui che col suo lavoro manteneva onestamente la sua famiglia e in questo modo contribuiva al benessere di tutta la nazione. Eppure al funerale di Osama non ci sono state bandiere spagnole, nessuna autorità s’è fatta vedere. Certo, c’erano altre priorità: i musulmani i loro morti li sotterrano entro un giorno, e la Spagna in quelle ore era sottosopra, fra i duecento e passa morti degli attentati, le indagini e la campagna elettorale. Già, c’erano altre priorità: in un momento in cui i cittadini musulmani si sentono respinti da un Occidente che tende ad accomunarli tutti nella categoria dei nemici, è tragicamente significativo che non fosse prioritario inviare ai funerali di Osama un funzionario qualsiasi a manifestare il dolore e la solidarietà del governo. Sarebbe stato un piccolo gesto che avrebbe significato molto: “non vi consideriamo nemici, anzi”. Invece no: se persino la Spagna, per secoli esempio di pacifica convivenza fra musulmani, cristiani ed ebrei, rifiuta oggi di capire l’importanza simbolica di un simile gesto, allora significa che noi occidentali stiamo davvero interiorizzando l’idea di guerra di civiltà, in nome di un’indefinita guerra totale al terrorismo. Abbandonando al suo dolore la famiglia di Osama, l’Osama di Tangeri, si manca un’altra buona occasione per ricucire un rapporto normale con il mondo islamico, basato sul rispetto della dignità umana dell’altro. Quando, per isolare il terrorismo islamista là dove cova, ci sarebbe bisogno dell’esatto contrario: di una società civile musulmana naturalmente alleata all’Occidente in questa battaglia che è vitale per entrambi i campi. Invece, da Washington a Londra, da Roma a Madrid, non sappiamo far altro che erigere muri, creare motivi di distinzione e di rancore. L’Osama di Tangeri in Europa non era un cittadino come gli altri, era un cittadino minore. Non meritava la bandiera spagnola. Come stupirsi allora se anche in Marocco gli strateghi criminali di al Qaeda trovano braccia disperate e piene di rancore pronte ad eseguire i loro crudelissimi piani. La guerra di civiltà è un’invenzione di un politologo vicino al Pentagono, Samuel Huntington, che la teorizzò una decina d’anni fa. Essa da allora spiega ogni passo di politica estera degli Stati Uniti e dei loro alleati. E spiega anche ogni mossa dell’altro Osama, Bin Laden, l’unico oltre a loro a credere in questa astrusa teoria. Perché Islam e Occidente non sono in guerra. Non lo sono mai stati. Ma ci veniamo trascinati tutti un po’ di più ogni volta che non proviamo dolore per la morte dell’Osama di Tangeri.

Pubblicato

Venerdì 19 Marzo 2004

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