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In gioco la credibilità dell'insegnamento

di

Anna Biscossa

Nei giorni scorsi in Ticino si sono votati due temi cantonali: il primo per permettere l’abbassamento del numero di allievi per classe nelle scuole comunali e per dotare in modo uniforme le scuole stesse di alcuni servizi importanti per i genitori e le famiglie, il secondo per sostenere finanziariamente la partecipazione del Canton Ticino ad Expo 2015 a Milano.


In entrambi i casi l’esito popolare è stato negativo. Nel primo caso con un risultato davvero sul filo di lana, nel secondo caso con un responso negativo chiaro. In entrambi i casi, il segnale che giunge alla scuola e ai suoi allievi, di ogni ordine e grado, non è certamente positivo. Da un lato infatti la necessità di trovare risorse sufficienti non sembra essere una priorità per i ticinesi, quasi fosse trascurabile rendere migliore l’efficacia dell’insegnamento e più semplice l’accesso all’apprendimento per i nostri giovani. Dall’altro, la curiosità, l’apertura, la volontà di mettere in mostra i propri valori e le proprie potenzialità sembrano non essere più qualcosa di meritevole nel nostro Cantone.


Traendo qualche conclusione dal voto di domenica, c’è allora da chiedersi per quanto tempo ancora si possa continuare ad insegnare promovendo nella scuola valori che di fatto vengono rifiutati dalla maggioranza della popolazione con il voto.


In particolare, in una scuolacome la mia, in cui le due premesse fondamentali per l’apprendimento sono proprio la qualità dell’insegnamento (soprattutto perché si traduce quasi nell’immediato in professionalità) da un lato e dall’altro la curiosità, l’apertura e il voler “rubare il mestiere” nei confronti del sapere “altro” e dell’altro, qualsiasi esso sia, per rafforzare, attraverso il confronto, le proprie competenze, le proprie capacità di saper gestire i cambiamenti invece di subirli passivamente, come si fa a continuare ad essere credibili di fronte ai propri allievi?


Per quanto tempo riusciremo a mantenere intatta la credibilità dell’insegnamento, mio e degli altri miei colleghi, di noi che cerchiamo sempre di stimolare i nostri allievi a guardare oltre il loro orticello, oltre il confine della loro conoscenza e del loro sapere per capire, racimolare esperienze e competenze e costruire il loro modo di essere, nonché nuove strategie e nuove conoscenze? Come possiamo cercare di aiutarli a spalancare le finestre del sapere se la maggioranza della popolazione vuole impacchettare la casa con un telo nero e il più possibile impenetrabile?


E perché c’è una così profonda paura del confronto? È difficile capirlo se siamo davvero così convinti di essere migliori dei nostri vicini, sia a sud che a nord! Che cosa ci fa, insomma, così paura?
Con la paura in tasca non si può insegnare perché imparare vuol dire curiosità, intelligenza, coraggio, lungimiranza. La paura è quindi il peggior nemico della conoscenza e dell’apprendimento e non è certamente con la paura che i nostri ragazzi potranno crescere, acquisendo gli strumenti necessari per potersi costruire un futuro ricco e interessante da ogni punto di vista.
Forse il mio è uno sfogo, ma è sempre più difficile continuare a far assaporare il colore del cielo a chi si vorrebbe far vivere sempre rinchiuso in cantina!

Pubblicato

Giovedì 9 Ottobre 2014

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