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In difesa di un tabù

di

Silvano De Pietro
Dopo la cassa pensione della Siemens, a fine febbraio anche quella delle Ffs ha annunciato di disporre, rispetto ai propri impegni verso gli assicurati, di un grado di copertura finanziaria di appena l’80,5 per cento. Gli specialisti del ramo sono allarmati: prevedono che circa la metà (qualcuno parla di oltre i due terzi) di tutte le casse pensioni annunceranno in queste settimane coperture inferiori al 100 per cento nei loro conti di fine 2002. Ma evidentemente non si sottraggono a questo destino neppure quelle fondazioni di diritto privato, che appena quattro anni fa erano partite con un capitale di piena copertura delle prestazioni versato loro dalla Confederazione, ed ora sono già un caso clinico, da risanare. Si tratta delle fondazioni di previdenza delle Ffs e della Swisscom, sottoposte al diritto privato nel 1999; quella della Posta lo è dal 2002; e dal prossimo giugno anche gli impiegati federali si vedranno gestire le pensioni da una cassa di diritto privato. Ma questo processo non è ancora terminato che già la prima di tali istituzioni accusa una perdita plurimiliardaria a causa degli scivoloni della borsa. La cassa pensione delle Ferrovie ha infatti bisogno di 2,7 miliardi di franchi per garantire la copertura delle prestazioni promesse. In una situazione solo leggermente migliore si trova l’istituzione di previdenza della Swisscom, con un grado di copertura del 93,5 per cento, e quella della Posta, che pare debba affrontare un buco tra 1 e 1,5 miliardi di franchi. La cassa pensione delle Ffs – che si trova in una situazione critica anche per colpa della miope politica di riduzione del personale praticata per anni dall’azienda, per cui oltre la metà degli assicurati sono già pensionati – ha chiesto aiuto alla Confederazione. Tale aiuto, se ci sarà, forse sarà utile per mantenere inalterate le prestazioni attuali, ma probabilmente non allontanerà dagli assicurati e dall’azienda la necessità di farsi carico del risanamento della loro cassa pensione. Diversa invece è la musica per tutte le altre fondazioni di previdenza che non possono chiedere aiuto alle finanze pubbliche: per risanarle, la commissione di esperti insediata dal Consiglio federale ha avanzato la proposta che non debbano essere soltanto gli assicurati attivi ed i datori di lavoro a colmare il buco (mediante l’aumento delle trattenute salariali), ma dovranno contribuirvi anche gli stessi pensionati, circa 300 mila, rinunciando ad una parte delle proprie rendite. La commissione di esperti del Consiglio federale ha per compito di preparare la base per il dibattito parlamentare che, sul risanamento delle casse pensioni, si terrà nella sessione speciale del Consiglio nazionale, in agenda nel mese di maggio. Ma la discussione già adesso è dilagata; e tutti cercano d’influenzarla con proposte che sembrano ultimatum. La commissione ha trovato una specie di megafono nel consigliere nazionale dell’Udc Hans Kaufmann, che ha portato nel dibattito politico il tema dei costi del risanamento della casse pensioni «da ripartire adeguatamente su tutti i destinatari», quindi anche sui pensionati. A questa idea, ripresa e rilanciata in un’intervista radiofonica dal consigliere federale Pascal Couchepin, ha reagito duramente il consigliere nazionale socialista e presidente dell’Unione sindacale svizzera (Uss) Paul Rechsteiner. «Non sono ancora passati cento giorni da quando Couchepin ha assunto la carica di ministro della socialità, e già i fondamenti dello stato sociale sono stati attaccati per la terza volta», ha detto Rechsteiner nel corso di una conferenza stampa. In precedenza, lo stesso dirigente sindacale aveva affermato chiaro e tondo che «una diminuzione delle rendite è per noi un tabù assoluto». Ed il perché l’aveva spiegato la segretaria centrale e specialista dell’Uss nelle assicurazioni sociali, Colette Nova: «Le rendite sono diritti regolarmente acquisiti». Ma il “tabù assoluto”, a cui ha fatto riferimento Rechsteiner, è in realtà un principio sancito da sentenze, anche del Tribunale federale, che impediscono di tagliare diritti acquisiti come le pensioni. Questa opinione è condivisa da molti giuristi e dalle stesse autorità cantonali di sorveglianza, che anzi potrebbero contestare alle casse pensioni l’eventuale decisione di toccare le rendite. Eppure c’è chi insiste con queste proposte allarmistiche e provocatorie. Da qui la reazione dell’Uss. «Creare panico è irresponsabile anche verso gli occupati, la cosiddetta generazione attiva», ha detto Rechsteiner. Per il presidente dell’Uss «l’agitazione politica attorno a tali questioni è sospetta». Si tenta infatti d’insinuare che «la riduzione delle pensioni in corso significherebbe che le rendite versate dal secondo pilastro siano meno sicure e meno buone di quelle pagate dalle assicurazioni private». Non si capisce dunque (o si capisce fin troppo bene) tutta questa precipitazione per risanare le casse pensioni. Nel suo insieme – ha detto ancora Rechsteiner – «l’economia svizzera è campione di risparmio. È assurdo esigere oggi dai salariati che compensino, con prelievi supplementari sui loro salari, le perdite contabili registrate sui mercati borsistici, e che debbano in tal modo vedersi ancora diminuire i loro redditi». Gli ha fatto eco Colette Nova: «L’orizzonte d’investimento delle casse pensioni è lungo. Nella maggior parte dei casi, una sottocopertura non deve quindi essere per forza riassorbita immediatamente in breve tempo e a qualsiasi prezzo. La conseguenza sarebbe uno strangolamento del consumo ed un rincaro dei costi di produzione. Per questa ragione sosteniamo che gli scoperti debbano essere tollerati temporaneamente e venir riassorbiti in un lasso di tempo ragionevole». E poiché la prospettiva del secondo pilastro – ha aggiunto da parte sua Rechsteiner – è di lungo termine (il periodo di risparmio si calcola su quarant’anni), «ogni ragionamento a breve termine è pretestuoso: prima di legiferare, occorre un’analisi minuziosa della situazione, e quest’analisi non è stata fatta». Come venirne fuori? Occorre distinguere tra il breve e il lungo termine. A breve termine – ha sostenuto Colette Nova – «è inaccettabile che gli sforzi di risanamento siano interamente o principalmente sopportati dagli assicurati. Se questi devono già rinunciare a parte delle prestazioni subendo un abbassamento del tasso di remunerazione del capitale, bisogna che siano gli imprenditori ad accollarsi i due terzi dei contributi necessari al risanamento. Tanto più che certi datori di lavoro hanno anche beneficiato in passato di riduzioni dei contributi o di pause nei loro pagamenti». In fin dei conti, sono stati gli stessi imprenditori ad utilizzare «consapevolmente la previdenza professionale come uno strumento della loro politica del personale», ed a volere le casse pensioni «a tutti i costi ed a scapito dell’Avs». Sul lungo termine, l’orientamento dell’Uss (e della sinistra politica in generale) è quello della fuoruscita da questo sistema previdenziale basato su tre pilastri, e di una maggiore valorizzazione dell’Avs. «Gli avvenimenti di questi ultimi tempi» – ha detto Rechsteiner – «non mostrano soltanto i limiti di un sistema di capitalizzazione portato alle stelle in modo eccessivo negli anni Novanta e la sua dipendenza dall’evoluzione economica. Essi sono anche la conferma dell’efficacia e dell’efficienza dell’Avs finanziata per ripartizione». Malgrado l’aumento dei beneficiari, l’Avs ha pesato di meno sui salariati ed ha registrato dei deficit soltanto nelle crisi tra il 1975 e il 1979 e tra il 1996 e il 1999. Negli ultimi due anni solo gli investimenti fatti in borsa hanno causato perdite all’Avs. Sia socialmente che economicamente, dunque, «tutto parla in favore del rafforzamento e dello sviluppo dell’Avs. L’Uss presenterà proposte in merito». «La politica svizzera si trova in una fase critica» – ha concluso Rechsteiner – e «l’attuale crisi economica è dovuta principalmente al fallimento delle ricette neoliberali». Ma ora, proprio coloro che hanno prescritto tali rimedi, attaccando le pensioni se la prendono con lo stato sociale. Uno stato sociale che «è la principale conquista della Svizzera del ventesimo secolo», e che si è rivelato «straordinariamente produttivo» politicamente ed economicamente. Perciò i sindacati «difenderanno lo stato sociale e le rendite dell’Avs come delle casse pensioni, versate ai piccoli e medi redditi. E condannano il perfido gioco di aizzare le generazioni l’una contro l’altra, i giovani contro gli anziani, a svantaggio sia degli uni che degli altri».

Pubblicato

Venerdì 14 Marzo 2003

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