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In coscienza

di

Silvano De Pietro
L’aborto è uno dei temi più controversi della nostra società, una questione sulla quale da decenni l’opinione pubblica si divide senza riuscire a trovare una soluzione accettata dalla maggioranza. Il ventaglio dei pareri in merito è molto diversificato, e si estende da chi vuole esclusivamente la protezione del nascituro fin dal concepimento, senza alcun riguardo per qualsiasi eventuale conseguenza negativa che dovesse ricadere sulla madre, a chi pone l’accento sul diritto della donna ad una vita meno problematica, quindi alla sua libertà di decisione. Il principio della punibilità dell’interruzione della gravidanza viene comunque generalmente riconosciuto. Ma un’insoddisfazione altrettanto diffusa sorge dal fatto che le disposizioni penali in vigore dal 1942 vengono interpretate ed applicate nei diversi cantoni in modi molto differenti o non sono applicate affatto. Da decenni si discute su come porre rimedio a questa situazione. Finché nel 1993 un’iniziativa parlamentare della socialista Ursula Haering-Binder non chiede che si depenalizzi l’aborto nei primi mesi della gravidanza, introducendo un regime dei termini (cioè un limite temporale dall’inizio dell’ultima mestruazione, che faccia scattare la punibilità dell’aborto). Dopo un lunghissimo e complicato iter parlamentare, alla fine, nel marzo del 2001, il regime dei termini è accolto dal Parlamento ed il codice penale viene modificato di conseguenza. Nel frattempo però parte nel 1998 un’iniziativa popolare detta «Per madre e bambino», che si schiera nettamente contro il regime dei termini e vuole modificare la Costituzione popolare in modo ancor più restrittivo delle disposizioni penali del 1942. Contro la modifica del codice penale viene lanciato anche un referendum, la cui efficacia viene però annullata dalla decisione del Consiglio federale di sottoporre a votazione popolare la modifica del codice penale (regime dei termini) insieme all’iniziativa «Per madre e bambino». L’appuntamento con le urne è fissato per il prossimo 2 giugno. E ora la campagna di propaganda in vista di tale votazione è cominciata. La scorsa settimana l’ha aperta la consigliera federale Ruth Metzler, che per conto del Governo (nell’agosto del 2001 il Consiglio federale ha deciso di sostenere il regime dei termini) ha presentato le sue argomentazioni a favore della soluzione adottata dal Parlamento e contro l’iniziativa «per madre e bambino». L’interruzione della gravidanza, ha detto la consigliera federale, deve essere regolata urgentemente, poiché attualmente «la situazione è paradossale e non dignitosa». Ogni anno vengono praticati da 12 mila a 13 mila aborti, e nessuno di essi viene penalmente perseguito, sebbene l’aborto sia proibito dal codice penale vigente. L’ultima condanna risale a 14 anni fa. La realtà e la legge dovrebbero nuovamente coincidere, altrimenti lo Stato – e con esso il legislatore e il popolo sovrano – perde di credibilità. Criminalizzazione controproducente La ragione principale di questa scelta – sempre secondo la signora Metzler – è che «la criminalizzazione della donna non ha prodotto e non produce nessun decisivo contributo alla diminuzione delle interruzioni di gravidanza». Gli aborti vanno combattuti con la prevenzione e con la politica familiare, e non con la minaccia del carcere. Il conflitto tra il diritto all’autodeterminazione della donna e la protezione del nascituro non può essere risolto, ma va mediato. La maggior parte dei paesi europei conosce da tempo una regolamentazione basata sui termini; e le relative esperienze provano che il numero degli aborti non è aumentato. Ciò dimostra – secondo la signora Metzler – che «un sì alla soluzione dei termini non è un sì all’aborto». Ma per mantenere possibilmente basso il numero degli aborti – ha sottolineato ancora Ruth Metzler – occorrono misure d’accompagnamento. I centri di consulenza cantonali dovrebbero far conoscere meglio la loro offerta. E sarebbe anche necessario un miglior sostegno alla famiglia e alla maternità, mediante un’apposita assicurazione che è già in ritardo. Occorre poi creare le condizioni-quadro che rendano conciliabile famiglia e professione per entrambi i genitori, come pure per i singoli genitori che allevano i figli da soli. E «se si prende sul serio la contraccezione, non si può evitare di riferirsi all’obbligatorietà del rimborso degli anticoncezionali da parte delle casse-malattia». L’iniziativa «Per madre e bambino», con il suo divieto di fatto dell’aborto, riporta invece la situazione a prima dell’attuale legge del 1942. Costringere una donna che ha subito uno stupro – ha continuato la consigliera federale – a portare a termine la gravidanza contro la sua volontà e chiederle di dare in adozione il bambino, equivale ad una doppia umiliazione della vittima. Un divieto d’abortire spinge unicamente la donna ad agire nell’illegalità o a recarsi all’estero. Le conseguenze sarebbero mortificazione, ulteriore difficoltà e pericoli per la salute. Una donna non prenderebbe facilmente la decisione di abortire, sapendo che la segnerebbe per la vita. Sostanzialmente d’accordo con Ruth Metzler s’è detta la consigliera nazionale socialista zurighese Anita Thanei, che ha sottolineato come il tentativo di proteggere col diritto penale la vita del nascituro sia un fallimento mondiale. La decisione presa dal Parlamento sulla soluzione dei termini non è stata facile, ma ha richiesto un compromesso intorno al quale s’è lavorato per otto anni. L’intenzione del Parlamento non è quella di mettere la vita del nascituro a libera disposizione. Chi afferma ciò, non considera la donna come persona responsabile e la «degrada al ruolo di macchina per sfornare bambini». Nessuna donna decide con leggerezza di abortire: si tratta di una questione di coscienza e «le questioni di coscienza non sono di competenza dello Stato. Il regime dei termini delega così alla donna la decisione pro o contro una gravidanza indesiderata».

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Venerdì 19 Aprile 2002

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