Diritti

«In Svizzera è molto dura»

Due migranti ospiti al centro federale d'asilo di Balerna raccontano la loro storia e il loro vissuto quotidiano in Ticino

L’immagine di un richiedentel’asilo che beve birra non piace.Eppure l’alcol è una tradizionein Ticino. Noi possiamo bere, loro no? Il mezzo in lattina andrebbe analizzato da un punto di vista sociologico: a seconda di chi lo beve, la reazione dell’osservatore varia. Mentre elaboriamo la nostra “teoria del-la birretta”, camminando per le strade di Chiasso, arriviamo in un parco vicino a un campetto di calcio. Due ragazzi stanno sorseggiando proprio una birra in lattina. Ci presentiamo come giornalisti, chiediamo se possiamo fare qualche domanda e subito ci offrono da bere. Accettiamo con piacere, ci mancherebbe! Poi iniziamo a parlare.

 

Sembra che Mamadou e Alpha, questi i loro nomi, aspettassero solo questo: di parlare, di raccontare la loro storia e il loro presente sospeso, rinchiuso nel centro di Pasture a Balerna. Mamadou viene dal Camerun, da una zona di campagna all’ovest del paese. In francese ci racconta l’epopea vissuta perarrivare fino a qui: «Sono partito nel 2020 perché non mi sentivo più in sicurezza. Sono andato in Nigeria, poi in Niger, poi ho attraversato il deserto e sono arrivato in Algeria. Poi in Tunisia, dove però gli africani dalla pelle nera non sono trattati bene. Per cui ho deciso di tentare l’attraversata. Sono arrivato così in Italia dovela situazione era molto caotica per cui ora eccomi qui».

 

Alpha invece è originario del Kivu, una regione orientale della Repubblica democratica del Congo dove da anni è in corsouna guerra legata al controllo delle materie prime. È di lingua madre lingala, ma riusciamo a capirci in francese. La sua storia è da pelle d’oca: « Mio padre era un militare ed è morto in guerra. Poi è morta anche mia madre. Io non ho mai studiato. Vendevo banane e un giorno sono stato arrestato e sono finito su una lista di persone che dovevano andare in guerra. Nel 2021, grazie a un amico di mio padre, sono riuscito ad ottenere dei documenti e a partire per la Tunisia. Sono però arrivato in un momento in cui le tensioni tra arabi e subsahariani erano forti. A Tunisi mi hanno picchiato e derubato. Sono andato a Sfax, sul mare, dove ho lavorato nei ristoranti e, dopo avere guadagnato un po’, ho deciso di tentare l’attraversata. Mi è andata bene, ma anche in Italia le condizioni erano molto dure. Ho così deciso di venire in Svizzera».

 

Dopo tutte queste peripezie, l’amara constatazione che anche qui la situazione è complessa: «Certo, fisicamente nel Maghreb è stata molto dura, ma qui è quasi più difficile da un punto di vista mentale » racconta Mamadou. La vita al centro di Balerna non è facile: «Dobbiamo convivere con altre culture e altre mentalità e ci sono spesso delle tensioni. Ho l’impressione che chi come noi ha la pelle nera è trattato ancora peggio degli altri » continua Alpha. Il problema principale è però l’inattività e l’attesa in merito alla domanda d’asilo: «Non facciamo niente, siamo come in un limbo – raccontano entrambi– e aspettiamo. E mentre aspettila testa ti si riempie di pensieri, sull’inferno del Maghreb, sulla traversata. Quando usciamo beviamo birrette e fumiamo e per questo non usciamo tutti i giorni».

 

I due ragazzi hanno visto un doppio volto della cittadinanza chiassese: «C’è chi ci guarda come se non fossimo esseri umani, ma c’è anche chi è gentile e ci tratta con rispetto». Decidiamo di cambiare argomento. Chiediamo a Mamadou se conosce Breel Embolo, l’attaccante della nazionale svizzera originario del Camerun. «Certo che so chi è, ci ha anche segnato contro agli scorsi mondiali». Il giovane spiega che il calciatore èconsiderato una star e un benefattore nel suo paese e ci ricorda che la nazionale elvetica ha anche un portiere, Yvon Mvogo, che è d’origine camerunense: «Ognuno ha la sua storia e loro ce l’hanno fatta, non sono invidioso, questa cosa mi dà speranza». La Svizzera ha un’altra relazione con il Camerun. L’uomo forte del paese, il presidente novantenne Paul Biya, passa mesi interi in un hotel di lusso di Ginevra, città nella quale viene a farsi curare: «Sì, questa cosa è nota e la gente è in collera per questo ». Dopo due ore passate a chiacchierare è il momento di andare. Siamo tornati qualche giorno dopo al parchetto. Alpha e Mamadou non c’erano. Nel campetto di calcio era in corso una partita tra somali e sudanesi. Comunicare con loro è più difficile. Poi dal campo arriva un ragazzo che parla bene in italiano, avendo vissuto un po’in Italia: «Giocare a calcio ci faproprio bene» ci dice contento. Fiero della sua maglietta ricevuta in mattinata: quella rossoblù dell’Fc Chiasso.

Pubblicato il

10.12.2023 15:10
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