Domenica 27 ottobre un operaio metalmeccanico di 57 anni ha ottime probabilità di divenire presidente della repubblica del Brasile. Quarto o quinto paese più grande e più popoloso del mondo, con i suoi 8 milioni e mezzo di km quadrati e 170 milioni di abitanti; ottava o nona o forse, adesso che è in crisi, decima o undicesima potenza economica mondiale e primo assoluto o fra i primissimi al mondo per diseguaglianze sociali e iniqua distribuzione della ricchezza. Luiz Inácio da Silva, detto Lula, domenica 6 ottobre ha sbaragliato il campo. Candidato del Partido dos trabalhadores (Pt) e della sinistra ma non solo: candidato anche dell’ “etica” in un paese devastato dalla corruzione, della “speranza” in un paese in cui oltre 50 milioni di abitanti sono in povertà o alla fame, del “cambio” in un paese in cui gli otto anni di politica neo-liberale del presidente “socialdemocratico” Fernando Henrique Cardoso hanno prodotto 12 milioni di disoccupati, Lula ha avuto quasi 40 milioni di voti, il 46,4 per cento. Lasciando il suo concorrente più prossimo, il “socialdemocratico” José Serra, candidato di Cardoso, della continuità e “del mercato”, al 23,2 per cento e 20 milioni di voti indietro. Irrimediabilmente battuti gli altri due candidati Anthony Garotinho (17,9 per cento) e Ciro Gomes (12 per cento). Appoggiato da tutte le forze vive del grande paese latino-americano (la Chiesa cattolica; la Cut, Central unica dos trabalhadores, il più grande sindacato di cui fu fra i fondatori nel 1980; l’Mst, il Movimento dei senza terra che si batte per la riforma agraria; i grandi nomi della musica noti nel mondo, della cultura, dello spettacolo; e anche una consistente fetta dell’imprenditoria schiacciata dall’apertura indiscriminata dell’economia) Lula si è fermato appena prima di quel 50 per cento dei voti che gli avrebbe dato subito, come in molti prevedevano e speravano, la presidenza della repubblica. Invece dovrà andare al ballottaggio con Serra. Sulla carta, stando ai numeri, la partita è chiusa. Ma non è così. Da qui al 27 molte cose possono accadere. Non si riparte da zero-a-zero, però il risultato non è affatto scontato. Il rigetto del modello neo-liberale, che nonostante i colossali proventi delle privatizzazioni (qualcosa come 100 miliardi di dollari) si lascia indietro un paese con i più bassi indici di crescita economica e sociale degli ultimi 40 anni, e la spinta verso un radicale cambio di rotta sono così forti da avere già prodotto, se non l’elezione di Lula al primo turno, un’ondata rossa che farà del Pt (con una novantina di deputati) probabilmente il partito di maggioranza relativa alla Camera federale di Brasilia, il terzo partito in senato (e dei 10 nuovi senatori petisti, 5 sono donne) e gli darà un numero di governatori statali superiore ai 5 attuali. Per completare il quadro manca solo, a questo punto, Lula presidente. La sua elezione avrebbe – avrà – una duplice e fortissima connotazione. Simbolica e politica. Lula è figlio di braccianti senza terra e analfabeti del Pernambuco che dovettero fuggire dalla fame, come milioni di altri nordestini, per andare a cercare fortuna nella grande San Paolo. Lula non sa neppure con certezza se è nato il 6 o il 27 ottobre del 1945. Fin da bambino è andato a lavorare. Aveva 14 anni quando è entrato in una fabbrica metallurgica della cintura industriale paulista, dove fece un corso da tornitore meccanico e lasciò un dito sotto un tornio. Nel ’75 fu eletto presidente del Sindacato metallurgici di San Bernardo do Campo (dove ancora oggi abita) e cominciò a battagliare con la polizia politica e con i “pelegos” – i sindacalisti gialli – della dittatura militare. Fu fra gli organizzatori dei grandi scioperi – illegali – del ’78 e ’79. Nell ’80 fu fra i fondatori del Pt e nell’83 della Cut. Dopo il ritorno della democrazia, nell’86 fu il candidato al Parlamento federale più votato del Brasile. È stato per tre volte candidato alla presidenza: nell’89, quando la vittoria gli fu scippata dal ladrone Collor de Mello; nel ’94 e ’98 battuto al primo turno da Cardoso sull’onda del suo Piano Real di stabilizzazione economica. Sarà il primo presidente del Brasile senza una laurea, contro l’infinità di lauree vere e honoris causa di Cardoso, ma anche il primo che le sue lauree se le è conquistate nell’emigrazione, nella fabbrica, nella vita. L’elezione di Lula ha una carica simbolica così forte che qui in Brasile c’è chi l’ha paragonata a quella di Nelson Mandela nelle prime elezioni a-razziali del ’94 in Sudafrica. L’altra connotazione è più propriamente politica, o meglio politica ed economico-sociale. Il “Piano fame zero”; la redistribuzione della ricchezza; la riattivazione dell’industria e della produzione nazionali; il loro orientamento verso il mercato interno; l’aumento del salario minimo a livelli vivibili; il taglio dei tassi di interesse più alti del mondo; la riforma tributaria; il problema – “nel rispetto degli accordi internazionali” – dell’impagabile debito estero di 240 miliardi di dollari e dell’insostenibile debito pubblico di quasi 400 miliardi; il passaggio dall’equazione “stabilità monetaria prima, crescita economica poi” a quella “crescita economica prima, stabilità monetaria poi”. Insomma, il risveglio “del gigante che dorme” e il pagamento “dell’enorme debito sociale che il Brasile ha con la stragrande maggioranza dei brasiliani”. Ma prima c’è da vincere lo sprint con “il candidato della continuità”.

Pubblicato il 

11.10.02

Edizione cartacea

 
Nessun articolo correlato