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Impiegate a tremila franchi

di

Francesco Bonsaver
I salari sotto la soglia di povertà sono più diffusi di quanto si creda. Negli studi di avvocatura o dei medici, la paga delle impiegate spesso non raggiunge neanche i 3mila franchi.

Formuliamo un'ipotesi. Vostra figlia sta completando la formazione triennale di apprendistato federale di commercio quale impiegata d'ufficio. Poiché il suo datore di lavoro non le garantisce il posto al termine dell'apprendistato, si è premurata d'inoltrare la propria candidatura in diversi uffici, in particolare a studi di avvocati e notai. Dopo tre anni di lavoro, conosce bene il mestiere, come attestato dal titolare dell'ufficio dove ha svolto l'apprendistato. Padroneggia i vari sistemi informatici, sa scrivere e parlare fluidamente in italiano e francese e, grazie ai diversi soggiorni linguistici, ha conoscenze discrete del tedesco e dell'inglese. Contattata proprio da alcuni studi di avvocati per dei colloqui, riceve le proposte di paga: 2'800 franchi mensili lordi per 42 ore settimanali. Con un salario del genere, difficilmente vostra figlia lascerà il nido familiare prima di una decina di anni.
La storia della figlia potrebbe essere un'ipotesi, mentre l'importo del salario è reale. Non pensiate si tratti di un caso isolato, è il salario diffuso nella categoria. La Società degli impiegati del commercio (Sic) consiglia un salario minimo di 2'850 franchi lordi per chi possiede una formazione di due anni, che "sale" a 3'150 franchi nel caso di una formazione di tre anni. Sono salari minimi raccomandati, non vincolanti, in assenza di un ccl di categoria. Va anche detto che, una segretaria con esperienza e grandi competenze, sarà discretamente retribuita. Ma si tratta piuttosto di eccezioni che di norma. Valerio Agustoni, segretario della Società impegati di commercio (Sic) , dichiara ad area che i salari minimi consigliati vengono il più delle volte ignorati. E ritoccati verso il basso. Da nostre fonti, abbiamo appurato che nel caso d'impiegate negli uffici di avvocati circolano anche paghe da 2'300 franchi.
Agustoni si dice contrario per principio all'introduzione del salario minimo di 4mila franchi, contenuto nell'iniziativa popolare promossa dall'Unione sindacale svizzera (Uss). Al salario minimo fissato per legge, Agustoni preferisce la trattativa tra partner sociali e la via dei contratti collettivi «che hanno fatto la ricchezza della Svizzera». Non intravvede però delle conseguenze negative nell'introduzione del salario minimo nel caso degli impiegati d'ufficio. «Molto probabilmente, gli avvocati aumenterebbero le loro parcelle per coprire i nuovi costi salariali». Già, perché gli avvocati non possono delocalizzare all'estero. Potrebbero ridurre il loro margine di profitto invece di scaricare i costi sui clienti. Si sa però quanto sia difficile rinunciare al tenore di vita acquisito.
Il caso delle impiegate d'ufficio non è un'estrapolazione della realtà. In Ticino, al pari dei paesi europei, cresce sempre di più la percentuale di lavoratori nel settore terziario, detto anche dei servizi. Su 163mila attivi nel cantone, 115mila lavorano nel terziario (ufficio di statistica, 2008 ultimo dato disponibile). Di questo comparto, solo chi lavora nella sanità, nell'amministrazione pubblica o nelle grandi catene di vendita al dettaglio, ha una tutela contrattuale. Tutti gli altri sono in balia del mercato del lavoro, dove vige la "libera" contrattazione individuale. Con la disoccupazione locale crescente e la concorrenza di un bacino di 9 milioni di potenziali lavoratori (se ci si limita alla sola Lombardia), si può parlare di una "libertà condizionata" per i residenti. Meno di un salariato  su tre è tutelato dai contratti collettivi. È ancora occorre fare dei distinguo, perché alcuni Ccl, quali l'importante convenzione nazionale della metalmeccanica, non prevedono dei salari minimi. Il grosso dei salariati è quindi sprovvisto di tutele contrattuali dignitose.
Chi pensa che la tematica del salario minimo non lo riguardi, rischia d'illudersi. Salvo poi un giorno scoprire che il suo datore di lavoro ha dato il lavoro a chi sarà pagato con un salario di gran lunga inferiore al suo, legalmente valido.

La parità col salario minimo
Le donne sarebbero le maggiori beneficiarie dell'introduzione di un salario minimo a quattromila franchi. Sono loro a essere doppiamente penalizzate dal mondo del lavoro. Anzi, in Ticino tre volte.
La prima penalità è geografica: a parità di lavoro, i salari ticinesi sono inferiori del 15-20 per cento al resto della Svizzera. La seconda è di genere: tra i salariati ticinesi, gli stipendi delle donne sono inferiori del 15-20 per cento, sempre a parità di lavoro. Terzo aspetto, nel cantone sono soprattutto le donne a essere impiegate nei rami economici più deboli dal punto di vista salariale e di tutela delle condizioni di lavoro.
Il caso delle impiegate d'ufficio evocato nell'articolo principale ne è un esempio. Altrettanto si può dire nella vendita (salvo i grandi magazzini, dove i salari minimi sono meno scandalosi). Il contratto cantonale della vendita prevede un salario minimo per venditrice qualificata di 3'410 franchi. Assistenti di studio medico? Al quinto anno di servizio possono sperare di arrivare ai 4mila franchi. Sperare, perché sono salari raccomandati, non obbligatori.
Senza dimenticare tutto il settore industriale, dove le donne sono nettamente maggioritarie nelle produzione a basso valore aggiunto. Basti citare il settore orologiero, coi suoi 2'500 franchi di salario minimo cantonale. Non a caso sul piano nazionale, dei 400mila lavoratori poveri, con un salario inferiore ai quattro mila franchi, circa 300mila sono donne. Insomma, le donne hanno 4mila ragioni per chiedere un salario minimo dignitoso.
Nel frattempo, oltre a partecipare al primo maggio, potranno aderire alla giornata di mobilitazione delle donne del 14 giugno, promossa da Unia e altre organizzazioni sindacali e femminili.

Le elezioni e i salariati
Con due leghisti in governo, cambierà la vita di chi si guadagna la pagnotta col salario? Saremo diffidenti, ma ci sono buone probabilità che peggiorino. Due ministri della Lega dei ticinesi al posto di due liberali radicali non cambiano la sostanza. Entrambi i partiti difendono gli interessi padronali. Dietro la cortina fumogena dei proclami leghisti a difesa della "gente", sia nel parlamento cantonale che nazionale, il voto degli eletti leghisti è stato in sintonia con la destra liberista: deregolamentazione sempre più spinta del mercato del lavoro, sgravi fiscali ai ricchi e alle aziende, mentre si continua a smantellare lo stato sociale. È vero, in occasioni puntuali la Lega ha appoggiato iniziative a favore delle classi meno abbienti, dicendosi contraria alla revisione della disoccupazione. Ma sono episodi isolati, imposti dal presidente a vita Bignasca di cui gli eletti leghisti farebbero volentieri a meno. L'unica discontinuità col passato liberale saranno i sempre più veementi attacchi ai lavoratori stranieri, frontalieri o migranti che siano. La guerra fra poveri sarà alimentata senza soluzioni per quest'ultimi. L'unica proposta sul tavolo per far fronte a disoccupazione e dumping salariale, lo stipendio minimo di 4mila franchi, non ha l'appoggio leghista proprio perché osteggiata dal padronato. I proclami domenicali d'immaginari contingenti o muri alle frontiere che siano, non miglioreranno il disastrato mercato del lavoro.
La Lega ha costruito il successo con un secondo argomento: l'attacco al "partitone". Quel Partito liberale radicale (Plr) che da oltre un secolo  occupa gran parte dei posti chiave del cantone. Un potere clientelare secolare a cui una parte dell'elettorato ha voluto ribellarsi votando Lega. Quale sarà il cambiamento lo vedremo. L'impressione di questi vent'anni è che i dirigenti leghisti, Nano in primis, siano più interessati ad accapararsi una fetta più consistente della torta piuttosto che restituirla al popolo.
L'elezione in gran consiglio di alcuni parlamentari (Saverio Lurati, Matteo Pronzini e Ivan Cozzaglio per fare dei nomi) la cui storia personale attesta l'impegno a difesa dei salariati, è un fatto positivo. Sarebbe però illusorio pensare che pochi deputati, per quanto incisivi, possano rovesciare gli squilibrati rapporti di forza nel parlamento. La difesa dei salariati si continua dunque a giocare fuori dalla politica istituzionale. Oltre la metà degli aventi diritto di voto ha disertato le urne, mentre un altro 30 per cento della popolazione residente ne è escluso perché non avente diritto. Con tutti i suoi limiti e difetti, (e ve ne sono) l'organizzazione dei lavoratori nel sindacato Unia appare l'unica possibilità di risposta collettiva. Per fare un esempio concreto, non è merito delle forze partitiche se le condizioni delle lavoratrici della vendita non sono ulteriormente peggiorate con la liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi. Il 1° maggio è il primo appuntamento per dimostrare che solo i lavoratori compatti e organizzati possono difendere i loro interessi.

Pubblicato

Venerdì 15 Aprile 2011

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