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Colletti sporchi

Immobile del Vaticano a Londra: anche la Svizzera indaga

Sotto inchiesta lo storico gestore patrimoniale della Santa Sede attivo da Lugano

di

Federico Franchini

Enrico Crasso, ex dipendente di Credit Suisse e storico gestore dell’immenso patrimonio vaticano è sotto inchiesta in Svizzera. L'inchiesta, aperta nell'agosto 2020 a seguito di una denuncia della Segreteria di Stato del Vaticano, è condotta dal Ministero pubblico della Confederazione (Mpc). Le ipotesi di reato sono appropriazione indebita e amministrazione infedele.

 

Per 27 anni, Enrico Crasso ha gestito lo sconfinato salvadanaio dalla Segreteria di Stato del Vaticano. Prima lo ha fatto attraverso Credit Suisse e poi, dal 2014, tramite una società da lui fondata a Lugano: Sogonel Capital Holding. È in Ticino, sotto la sua direzione, che il denaro del Papa veniva depositato. Tra il discreto gestore patrimoniale e la Santa Sede il rapporto è di reciproca fiducia fino a quando, nell'autunno del 2019, le autorità vaticane hanno iniziato a indagare sulla gestione di questo denaro. È l'inizio dell'affare "Sloane Avenue", dal nome della strada di Londra dove la Santa Sede ha deciso d'investire in un immobile di lusso. Un investimento molto controverso su cui sono stati scritti fiumi d'inchiostro e che, soprattutto, ha portato all'apertura di un'inchiesta a Città del Vaticano.

 

Diverse persone sono finite sotto indagine in quella che, a San Pietro, è considerato lo scandalo finanziario più importante degli ultimi anni. Tra gli indagati troviamo anche il cardinale Angelo Becciu, lo svizzero René Brühlart, già presidente dell'antiriciclaggio vaticano, Raffaele Mincione, finanziere d’assalto residente a San Moritz, e lo stesso Enrico Crasso. Quest’ultimo è accusato – tra i vari reati – di truffa, corruzione, estorsione e riciclaggio. Il processo è iniziato nell’estate del 2021 ed è tuttora in corso.

 

Un investimento da 200 milioni di euro

 

L’intera vicenda ruota attorno all’investimento londinese dal valore di oltre 200 milioni di euro. Denaro investito dall’Obolo di San Pietro, un enorme salvadanaio dove confluiscono i soldi che i fedeli offrono al Papa come – citiamo dal sito ufficiale – «segno di adesione alla sollecitudine del Successore di Pietro per le molteplici necessità della Chiesa universale e per le opere di carità in favore dei più bisognosi». Più che di carità cristiana, la vicenda parla di soldi da fare fruttare.

 

È il 2011 Enrico Crasso, all’epoca impiegato di Credit Suisse si ritrova con i vertici della Segreteria di Stato e gli uomini di Raffaele Mincione. L’idea è d’investire 200 milioni in una compagnia petrolifera in Angola. L’affare non va però in porto e i soldi vengono indirizzati sul fondo lussemburghese Athena, gestito da Mincione, che investe nell’acquisto dello stabile di Sloane Avenue. Il tutto tramite prestiti di Credit Suisse e Bsi a cui fa seguito una complicata girandola finanziaria alla fine della quale il Vaticano non avrebbe avuto più voce in capitolo sulla sorte dell’investimento.

 

Inchiesta in Svizzera

 

Per le autorità vaticane, Enrico Crasso avrebbe fatto ricorso a «schemi d’investimento che non erano trasparenti e conformi alle pratiche che regolano gli investimenti immobiliari». Ciò che avrebbe generato «danni considerevoli al patrimonio della Santa Sede». Aperta l’indagine, la Santa Sede ha inviato diverse rogatorie in Svizzera dove sono stati bloccati vari conti, appartenenti a Mincione e a Enrico Crasso. Entrambi si sono a più riprese opposti ai sequestri, ma i tribunali elvetici hanno sempre respinto i ricorsi: per i giudici svizzeri il legame potenziale tra il denaro sequestrato e i reati commessi è «evidente».

 

In questo caso, però, la Svizzera non si è limitata a fornire assistenza giudiziaria. Nell'agosto 2020, l'Mpc ha aperto un proprio procedimento penale contro Enrico Crasso e contro ignoti per fatti strettamente connessi al procedimento connesso dalle autorità vaticane. L'Mpc conferma l'apertura di un incarto penale, ma non si sbilancia quanto al nome della persona fisica sotto inchiesta. Diversi indizi e informazioni che abbiamo raccolto, però, confermano che si tratta di Enrico Crasso.

 

Denunciato dal Vaticano

 

L’indagine elvetica fa seguito ad una denuncia della Segreteria di Stato del Vaticano che ritiene che il suo ormai ex gestore patrimoniale le abbia causato un «grave danno economico e di immagine». L'informazione è contenuta in una recente sentenza del Tribunale penale federale (Tpf), con cui la Segreteria di Stato chiedeva l’accesso totale agli atti. Una richiesta respinta dai giudici essendo il Vaticano contemporaneamente accusatore privato e autorità rogante nell’ambito della sua inchiesta interna.

 

La Svizzera, dopo aver interrogato Enrico Crasso nel maggio 2022, ha chiesto di interrogare cinque collaboratori della Segreteria di Stato vaticana. Due di loro sono imputati nel processo in corso presso la Santa Sede. Per la Procura federale, le dichiarazioni di queste persone possono rivestire carattere determinante per acclarare i fatti. Proprio per questo, si legge nella sentenza del Tpf, «è importante evitare che le stesse possano venire in qualsiasi modo influenzate e condizionate dalle dichiarazioni di Crasso contenute nei verbali d’interrogatorio per i quali è stato negato l’accesso agli atti». Una motivazione accolta dai giudici di Bellinzona.

 

Contattato, l’avvocato di Enrico Crasso, Luca Marcellini, afferma che a sua conoscenza «l’unico atto compiuto è stato l’interrogatorio del mio assistito alcuni mesi or sono». In quella sede, aggiunge il legale,  il gestore patrimoniale «ha fornito dettagliate spiegazioni, contestando in modo chiaro qualsiasi ipotesi di reato».

Pubblicato

Mercoledì 23 Novembre 2022

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