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Immagini e racconti da un Giappone che non vive più

di

Claudio Carrer
La sofferenza dell'uomo può essere raccontata anche attraverso immagini in cui non c'è traccia di vita e di presenza umana. È un esercizio riuscito molto bene al fotografo svizzero Guillaume Briquet, autore di un eccezionale reportage realizzato in Giappone nella zona circostante alla tristemente nota centrale di Fukushima, teatro un anno fa (era l' 11 marzo 2011) del più grave disastro nucleare della storia dopo quello di Chernobyl del 1986.

Una zona dichiarata "inadatta alla vita" che potrebbe non essere più abitabile per i prossimi vent'anni e per la quale è in vigore un divieto di accesso assoluto per via dell'alto livello delle radiazioni. Nonostante ciò, Guillaume Briquet è riuscito a entrarci con la sua macchina fotografica per ben tre volte negli ultimi dodici mesi: «La prima ancora nel pieno degli avvenimenti del terremoto e dello tsunami. Ma sono subito stato costretto a lasciare la regione a causa della radioattività», racconta ad area. Sfidando i divieti e i controlli scattati successivamente, Briquet è nuovamente entrato nella zona off-limits nel giugno dell'anno scorso (rimanendovi per 38 ore) e per altri cinque giorni in dicembre.
L'accesso alla zona rossa è strettamente sorvegliato dalle pattuglie di polizia e l'intera area, disseminata di telecamere e rilevatori termici, viene monitorata anche dall'alto con gli elicotteri. Briquet è riuscito a eludere i controlli, seppur «con enorme difficoltà», soprattutto in occasione della spedizione di giugno: «Ho impiegato sei ore per percorrere i primi sei chilometri». È andata meglio in dicembre: «Una decina di ore per attraversare i venti chilometri della striscia interdetta».
Costantemente accompagnato dalla «paura di essere scoperto» e portandosi sulle spalle un sacco di trenta chili con cibo e liquidi per vivere alcuni giorni, Briquet ha sfruttato il buio della notte per introdursi nell'area evacuata e documentare una «totale e inquietante assenza di vita» con scatti all'apparenza poco spettacolari ma che ben danno l'idea della gravità del danno causato dalla catastrofe nucleare. È uno dei pochissimi (forse l'unico) fotografo al mondo riuscito nella difficile impresa di superare i rigidi controlli. Briquet non è nuovo a imprese di questo tipo (alcuni anni or sono è stato anche a Chernobyl) che realizza con la consapevolezza di mettere a repentaglio la sua salute: «Con me avevo naturalmente un dosimetro che mi indicava il livello di radioattività a cui ero confrontato. So di aver assorbito dosi di radiazioni superiori alla media (anche se entro limiti accettabili) che aumentano le mie probabilità di sviluppare un cancro nei prossimi vent'anni, ma sono anche d'altro canto cosciente che il lavoro di fotoreporter comporta dei rischi. Rischi visibili, come negli scenari di guerra, o invisibili, come in questo caso».
È allora la volontà di dare visibilità all'invisibile che la spinge a realizzare questo genere di reportage?
Da un lato è una sorta di sfida con me stesso quella di riuscire a realizzare un lavoro di questo tipo. Un lavoro che vuole avere però anche un'utilità didattica: le radiazioni non si possono fotografare, ma attraverso le immagini si può dimostrare che l'unico modo per difendersi da esse è di fuggire. Un insegnamento importante soprattutto per un piccolo stato come la Svizzera, dove qualunque minimo incidente di questo tipo imporrebbe la creazione di una zona rossa di un diametro di 60 chilometri, il che ci porterebbe alla rovina economica definitiva: basta immaginarsi quali conseguenze potrebbe avere un'interdizione di accesso alla regione di Berna per un periodo di venti o trent'anni; la Svizzera raggiungerebbe le condizioni della Moldavia. Questo mi porta a una conclusione ovvia: se per paesi come Stati Uniti, Russia, Cina o Francia la scelta nucleare si può al limite comprendere, noi non possiamo permetterci di correre un simile rischio. Anche se questo è molto basso, sappiamo che esiste. Del resto, anche la probabilità di azzeccare la combinazione dell'euromillion è di una su 36 milioni, ma già quattro svizzeri ci sono riusciti.
Nei suoi viaggi dentro la zona rossa quali differenze ha riscontrato rispetto a quanto visto a Chernobyl?
A Chernobyl le persone erano state evacuate anche una settimana dopo l'incidente e dunque avevano avuto il tempo per preparare la fuga, mentre a Fukushima hanno dovuto abbandonare le proprie case in fretta e furia. Ma non solo: lo hanno fatto (credendo alle indicazioni date loro dalle autorità giapponesi) con la convinzione di potervi fare presto ritorno e dunque senza portarsi dietro nulla. Ciò che ho potuto documentare attraverso i miei scatti è dunque essenzialmente l'assenza di ogni forma di vita umana. Solo per caso mi è capitato di incontrare quattro persone che erano tornate a casa dentro la zona rossa per recuperare le loro cose. Possono farlo una volta all'anno.
Uno scenario scioccante anche per un fotoreporter abituato alle condizioni estreme di un paese in guerra per esempio?
Assolutamente sì. In giugno mi ha particolarmente scioccato la presenza di animali che vagavano senza meta su e giù per le strade: maiali, mucche, tori. E anche cani, dai quali sono pure stato attaccato e ferito. Ora però non ci sono più nemmeno loro: nel frattempo sono stati tutti abbattuti, il che rende l'ambiente completamente silenzioso e ancora più inquietante.
In che condizioni vive la popolazione immediatamente al di fuori della zona interdetta?
Innanzitutto bisogna dire che la zona rossa dovrebbe essere più vasta. L'Aiea (l'Agenzia internazionale per l'energia atomica) suggeriva un'estensione di almeno trenta chilometri, ma le autorità giapponesi l'hanno limitata a venti e contemporaneamente hanno triplicato i valori di tolleranza della radioattività. Si deve poi sapere che la contaminazione avviene a macchia di leopardo: complici i venti, i fiumi e la pioggia, ci sono punti a 150 chilometri dalla centrale con i medesimi tassi di radioattività della zona rossa. Dunque anche coloro che vivono al di fuori corrono un rischio enorme di ammalarsi e di morire. Ma forse il dramma più grande è di carattere sociale, perché le persone di quest'area andranno a formare una categoria di popolazione a sé con cui nessuno vorrà sposarsi e avere dei figli per la paura di mettere al mondo bambini deformi. Una paura molto presente tra i giapponesi, che per mentalità considerano l'handicap una delle peggiori catastrofi. Lo stesso fenomeno si era verificato con gli abitanti delle città di Hiroshima e Nagasaki dopo gli attacchi nucleari americani dell'agosto 1945.
A oggi, si contano zero morti a causa del disastro nucleare in sé. A suo avviso in Giappone c'è la precisa volontà di nascondere la verità al mondo?
Una delle prove della malafede del governo giapponese e della Tepco (la società che gestisce l'impianto, ndr) è che non esiste alcuno studio sullo stato di salute delle persone che dopo l'incidente hanno lavorato e che ancora operano (oggi circa tremila, ndr) presso gli impianti di Fukushima. Lo scorso dicembre è morto il direttore della centrale, senza che la Tepco e la sua famiglia fornissero le cause del decesso. Questo deve dare da pensare, visto che l'uomo, come un samurai, come il capitano di una nave, era rimasto al comando della centrale per gestire l'incidente. E io mi chiedo: che ne sarà di quelle centinaia di poliziotti che presidiano l'area degli impianti senza alcuna protezione degli occhi, che sono una delle parti più vulnerabili del corpo quando si è in presenza di radiazioni?

Una passione che viene da lontano

Nato nel 1964 a Ginevra, appassionato di viaggi, Guillaume Briquet coltiva sin dall'infanzia la passione per la fotografia; da vent'anni insegna kung-fu, a Ginevra. Figlio di un libraio specializzato in letteratura russa e di una fotografa, il caso ha voluto che da bambino avesse come vicini di casa e amici un fotografo dell'agenzia Keystone e sua moglie fotoreporter indipendente. L'incontro con queste persone scatenò in lui la passione per la fotografia e per i viaggi. Una passione che lo porterà tra l'altro in Cina, Africa, Corea del Nord, Chernobyl e Giappone. Numerose le sue esposizioni: attualmente i suoi scatti della zona interdetta attorno a Fukushima sono esposti a Berna (Waisenhausplatz, fino a domani) nell'ambito di un'iniziativa di Greenpeace.

Pubblicato

Venerdì 16 Marzo 2012

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