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Intervista a Franco Cavalli

Il vizio di occuparsi degli altri

di

Claudio Carrer

«La medicina è una scienza sociale e la politica non è altro che medicina su larga scala». Il dottor Franco Cavalli ricorre alle parole dello scienziato tedesco Rudolf Virchow per raccontare il senso del suo impegno professionale e politico, di una vita dedicata ai malati di cancro e alla parte più debole della società che lui stesso racconta in un libro-intervista in libreria da un paio di mesi. "Curare le persone e la società” (Edizioni Casagrande) è il riassunto di una lunga conversazione con la giornalista Giulia Fretta in cui Cavalli racconta quarant’anni di una vita dedicata alla medicina e alla ricerca, all’impegno politico e sociale e alla sua famiglia. Un libro molto bello, che si fa leggere tutto d’un fiato e che rivela anche aspetti poco conosciuti della figura di Cavalli. Qualche settimana fa area lo ha incontrato a Bellinzona nel suo ufficio dell’Istituto oncologico della Svizzera italiana (Iosi), una sua creatura divenuta punto di riferimento per la cura e la ricerca oncologia a livello mondiale e di cui oggi (seppure pensionato da alcuni anni) è il direttore scientifico.

 

Dottor Cavalli, come si spiega la scelta di utilizzare nel titolo il verbo “curare” e non invece “guarire”, un concetto che in fondo oggi, grazie ai progressi della scienza che proprio lei descrive, non è certo estraneo all’oncologia?

Guarire è più impegnativo che curare, perché significa avere la soluzione di un problema, che purtroppo, in politica come in medicina, non sempre esiste. La scelta del verbo “curare” vuole più che altro sottolineare la mia propensione a occuparmi dei problemi della gente. Detto questo, certamente nel campo dell’oncologia negli ultimi quarant’anni sono stati fatti passi da gigante: molti tumori in precedenza inguaribili sono diventati guaribili (si pensi a quelli che colpiscono le linfoghiandole, i testicoli, le ovaie o il seno) e altri si riescono a tenere sotto controllo o a trattare con terapie che hanno garantito progressi in termini di qualità e di durata della vita.

 

Nel libro racconta che un tempo i pazienti venivano curati con radio e chemioterapia ad altissimi dosaggi e che i pesanti effetti collaterali indussero addirittura alcune infermiere a ribellarsi e a chiedere maggiore attenzione alla questione della qualità di vita delle persone. Come mai si arrivò a questo punto e come è cambiato negli anni l’approccio con il malato oncologico?

C’era innanzitutto una ragione scientifica: all’epoca si riteneva, erroneamente, che gli alti dosaggi garantissero più guarigioni, alla luce del fatto che i risultati migliori si ottenevano (e si ottengono) sui bambini, i quali proporzionalmente tollerano quantitativi di farmaci molto superiori rispetto a un adulto. Vi era poi anche una ragione ideologica: essendo l’oncologia nata negli Stati Uniti, essa è stata influenzata dall’approccio grossolano, tipico di questo paese, secondo cui “più duro si picchia, migliori sono i successi”. Negli anni Ottanta, anche grazie al ruolo delle infermiere, ci si rese conto che questo non era sempre vero. Cominciò dunque ad affermarsi il concetto di “curare”, che significa occuparsi del paziente ponendosi obiettivi meno ambiziosi della guarigione e badando di più alla sua qualità di vita.

 

Lei definisce la sanità ticinese della fine degli anni Settanta “da Medioevo”, in netto ritardo rispetto a quella del resto della Svizzera. Quale era la ragione di questa situazione?

Il più grande problema era una struttura sanitaria estremamente atomizzata: una quindicina di ospedali sparsi per il cantone, ciascuno dei quali era un piccolo regno mafioso di un partito e di un primario di quel partito. Potrei raccontare decine di episodi, anche ridicoli.

 

Ce ne racconti uno...

All’epoca le riviste scientifiche in Svizzera venivano distribuite da una libreria centrale di Berna. Quando arrivai in Ticino mi dissero che i libri andavano ordinati presso una casa editrice di proprietà di un cugino del “boss” dell’ospedale. Ebbene, i testi da me richiesti non arrivarono mai e dopo mesi di attesa mi dovetti arrangiare a comprarli a mie spese a Berna.

 

Quando lei condusse la battaglia per la giusta retribuzione dei primari (imponendosi un tetto salariale) tentarono di non farla lavorare. Che cosa le ha consentito di resistere? La sua tenacia, le sue capacità professionali?

È stato un periodo difficile, perché era ancora in vigore una legge corporativa, di stampo fascista (successivamente abrogata dal Tribunale federale) che imponeva l’appartenenza all’Ordine dei medici e dal quale mi volevano espellere. A mio favore giocarono due aspetti. Innanzitutto avevo una “talpa” all’interno dell’Ordine che mi informava sulle mosse dei miei detrattori e mi consentiva di controbattere al meglio. Dalla mia avevo poi una certa capacità di relazionarmi con i media, che mi consentì di guadagnare sin da subito la fiducia e la stima di gran parte dell’opinione pubblica ticinese. Questo faceva paura. Anche alla direzione dell’ospedale, da cui sono riuscito spesso a ottenere ragione minacciando la convocazione di una conferenza stampa.

 

La sua carriera di medico e ricercatore è interamente legata alla sanità pubblica. Immagino che non sia mai stato tentato dal settore privato, ma il settore privato è stato tentato da Franco Cavalli?

Di offerte ne ho ricevute tante: sarei potuto diventare professore universitario, direttore della ricerca (con un salario cinque o sei volte superiore a quello che prendevo qui) presso la Ciba Geigy (oggi Novartis) o andare a lavorare all’Istituto oncologico europeo fondato dall’amico e collega Umberto Veronesi. Ho però sempre rifiutato ogni offerta, perché il mio obiettivo è sempre stato quello di costruire qualcosa d’importante per l’oncologia in Ticino. E sono ben contento delle mie scelte: la creazione dello Iosi è la cosa della mia vita di cui sono più orgoglioso.

 

Esiste in Ticino un problema di “fuga” di oncologi dal pubblico verso il privato?

È un problema che esiste da sempre ma che negli ultimi anni si è acutizzato. Quasi tutti gli oncologi che hanno aperto uno studio privato in Ticino, attratti dai lauti guadagni che si realizzano soprattutto grazie alla vendita diretta di farmaci ai pazienti, si sono formati allo Iosi. Da un paio d’anni si è aggiunta la concorrenza delle cliniche private, le cui risorse sono aumentate sensibilmente con l’entrata in vigore della sciagurata revisione del sistema di finanziamento degli ospedali che impone ai Cantoni di foraggiare anche i nosocomi privati. Una revisione che ha scatenato una vera e propria “campagna acquisti” (solo nel 2013 quattro o cinque medici sono passati dallo Iosi al privato) e che tra l’altro rappresenta anche la mia più grande sconfitta come politico, non essendo riuscito quando ero in Consiglio nazionale a convincere il Partito socialista a promuovere il referendum. Referendum che probabilmente avremmo anche potuto vincere.

 

Come mai non vi riuscì?

La maggioranza pensava che la modifica di legge avrebbe creato qualche problema solo in quei cantoni (come il Ticino) con una maggiore presenza di cliniche private. Oggi la realtà dei fatti dimostra che esse stanno proliferando ovunque.

 

Come si spiega che il Ticino sia da sempre terreno fertile per il settore privato?

Lo stato malconcio della sanità pubblica ticinese fino alla fine degli anni Settanta ha sicuramente giocato un ruolo. Determinante è stata però anche la forza degli ordini religiosi: non è un caso che in Ticino quasi tutte le cliniche private siano nate su iniziativa di gruppi religiosi.

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In che misura la sperimentazione di nuovi farmaci oncologici viene influenzata dalla grande industria farmaceutica, che lei spesso critica?

All’inizio degli anni Ottanta, quando allo Iosi iniziammo (tra i primi in Svizzera) con la sperimentazione, una parte dei farmaci arrivava ancora da istituti statali (soprattutto americani), mentre oggi, complice l’imporsi della logica del “meno Stato”, l’intero mercato è controllato dall’industria farmaceutica. Con essa ho sempre avuto relazioni ambivalenti. Mi è per esempio capitato che tentassero di impedirmi di presentare pubblicamente i risultati deludenti della sperimentazione di un loro farmaco. E un’altra volta, quando diressi un grosso studio che coinvolgeva mille pazienti, subii un tentativo di corruzione: se avessi sostenuto il risultato che volevano loro, avrebbero pensato a me per tutta la vita. D’altro canto allo Iosi abbiamo il vantaggio di sperimentare medicamenti su un numero limitato di pazienti e in una fase molto antecedente (4-5 anni) alla loro eventuale messa in commercio, che presuppone ulteriori studi su un vasto campione di malati. Essendo questi ultimi molto costosi, le ditte farmaceutiche hanno tutto l’interesse a conoscere la verità sull’efficacia di un prodotto e dunque, al di là delle diatribe con il sottoscritto, continuano ad essere interessate al nostro buon lavoro.

 

Quando l'autrice le chiede se un giorno si arriverà a sconfiggere il cancro, lei risponde: "A un certo punto arriveremo vicini al traguardo di controllare tutti i tumori evitando gli evitabili e rendendo cronici gli altri”. Ma quando?

Per alcuni tumori oggi inguaribili, è pensabile che un giorno si scoprano dei farmaci in grado di cronicizzare la malattia ed evitare la morte. Dare un orizzonte temporale è però impossibile: di solito in medicina quando lo si fa ci si sbaglia sempre. Certamente non avremo mai la penicillina del cancro, che è il risultato di "cattive” mutazioni genetiche, cioè di un fenomeno insito nella materia vivente. La speranza è di arrivare a convivere col cancro.

 

Parliamo ora di Franco Cavalli politico. Nel libro lei ammette che il suo bottino di successi negli anni vissuti ai vertici del Partito socialista svizzero è piuttosto magro. Al di là delle evidenti difficoltà a conciliare un’attività professionale intensa con un incarico politico di alto livello (che la spingono ad affermare “non avrei dovuto fare il capogruppo”), lei sottolinea i problemi di convivenza con la destra socialdemocratica e le vendette di questa parte del partito nei suoi confronti. Ritiene che in un partito dominato da una cultura socialdemocratica ci sia ancora spazio per uno come lei che sostiene il superamento del capitalismo?

Certamente, essendo uno a cui piace fare bene le cose, non posso essere soddisfatto di quel periodo ai vertici del Ps. Non nego che i miei molteplici impegni abbiano contribuito all’insuccesso, ma quando devi fare i conti con gente che ti rema contro non è facile. Nel Ps vi sono anime con posizioni molto diverse tra loro: in teoria dovrebbero esistere due partiti distinti, ma il sistema politico svizzero ci impone questa convivenza. Una convivenza forzata, che ha però il pregio di garantire spazi di democrazia all’interno del partito (penso per esempio a quello sfruttato con molta intelligenza dai giovani socialisti), che resta pur sempre uno dei più a sinistra d’Europa: nessun’altra formazione socialdemocratica scriverebbe tra i propri obiettivi il superamento del capitalismo. Ritengo che solo sull’onda di un movimento popolare (come fu il ‘68, tra l’altro determinante in Ticino per la nascita del Partito socialista autonomo, Psa) si aprirebbe lo spazio per un’altra formazione politica. Una scissione a freddo sarebbe per contro destinata al fallimento.

 

Ad un certo punto del libro lei afferma: “Il campo d’azione delle istituzioni è decisamente maggiore di quello a disposizione dei movimenti”. Come spiega la sua scelta di dar vita al neonato Forum Alternativo e dunque di tornare a fare politica a livello di movimento? Ritiene che in questa fase storica sia meglio star fuori dalle istituzioni?

Entrambi i campi sono importanti. Un partito di sinistra che si prefigge di cambiare il sistema ha bisogno di entrambe, a dosi diverse a seconda del momento storico. Negli anni dello sviluppo dello Stato sociale la presenza del Partito socialista al governo ha sicuramente dato un contributo importante. In questo momento storico di debolezza delle istituzioni di fronte allo strabordante potere dell’economia e della finanza, la possibilità di realizzare buone cose a livello istituzionale è molto minore rispetto a quella di 20 o 30 anni or sono. Nel contempo, anche i movimenti si sono indeboliti e dunque ritengo giusto che in questa fase si lavori per rafforzarli.

 

Parlando del superamento del capitalismo, lei afferma che l’odierna crisi “da cui nessuno sa come uscire” sta creando le condizioni oggettive per un radicale cambiamento, e come “unica via” indica “un passo verso il socialismo”. Ma quale socialismo, dopo il fallimento dell’esperienza sovietica, su cui peraltro è mancata ogni analisi critica?

Indubbiamente è impossibile creare un modello sociale a tavolino. Dal disastro sovietico abbiamo però imparato che il socialismo non può essere un sistema che esercita un controllo totale sui cittadini, ma che attribuisca allo Stato potere decisionale sulle questioni fondamentali. Penso per esempio che le banche e l’industria farmaceutica andrebbero nazionalizzate, mentre altre strutture potrebbero essere autogestite dalla società civile secondo criteri non profit, garantendo il diritto di partecipazione dei lavoratori e bandendo ogni forma di sfruttamento.

 

Lei cita spesso come esempio le iniziative radicali (come la 1:12) promosse dai giovani socialisti. Il ricorso ai diritti popolari alla fine si rivela però quasi sempre fallimentare, vista l’impossibilità di competere con la forza economica degli avversari (in particolare le organizzazioni padronali) che si permettono campagne milionarie...

Con le iniziative popolari non si cambia la società, ma le campagne che le accompagnano sono occasioni per accumulare energia per una prospettiva alternativa: i giovani socialisti hanno triplicato i loro membri grazie all’iniziativa 1:12 e dunque hanno contribuito ad aumentare il livello di politicizzazione della popolazione, che è fondamentale. Del resto, nessun movimento rivoluzionario è nato da una maggioranza ma tutti grazie a una minoranza determinata.

 

Leggendo i capitoli sul suo impegno in America Latina, colpisce la severità del giudizio espresso sul leader cubano Fidel Castro. Come lo spiega?

Sono stato forse troppo severo. Fidel è un grande stratega, però incarna anche gli aspetti negativi di un uomo di potere: è un padre padrone e non un puro come era Che Guevara.

Nel libro cita alcune personalità che ha conosciuto e che apprezza molto (Henry Kaplan nell’ambito dell’oncologia, l’ex ministro degli esteri cubano Felipe Roque e l’odierno ministro della sanità cinese Chen Zhu).

 

Ce ne sono altri che invece disprezza?

Tra i personaggi che ho incontrato, mi vengono in mente alcuni potentati dell’Arabia Saudita con cui non andrei a bere nemmeno un caffè o una birra. Anche nell’ambito medico ci sono figure di cui ho un’opinione simile, ma non provo sentimenti di odio contro nessuno.

 

Come medico, le è già capitato di dover curare personaggi spregevoli e come ha reagito?

In questa veste ho conosciuto per esempio l’ex tesoriere della mafia Nino Salvo. Lui mi invitò più volte a soggiornare in una delle sue lussuose ville ed evidentemente non ci sono mai andato, ma devo dire che quando si cura una persona prevale sempre l’istinto medico. A questa conclusione ero peraltro giunto anche quando mi ero posto questa questione importante sul piano teorico e interrogavo me stesso sulle reazioni che avrei avuto se mi fossi trovato di fronte come paziente tizio o caio.

 

Dal libro emerge chiara la sua straordinaria capacità di fare molte cose contemporaneamente e bene. Vede dei successori, per esempio tra i medici che lei ha formato?

Tra i colleghi dello Iosi ce ne sono diversi molto bravi e sono contento di consegnare loro la struttura. Non vedo però nessuno che abbia voglia di investirsi al 150 per cento come ho fatto io. Ma questo non è un giudizio negativo. Credo che sia dovuto al diverso periodo storico: la mia generazione vedeva la situazione medievale della sanità ticinese, aveva un risentimento sociale e dunque aveva voglia di fare, di costruire da zero. Oggi è oggettivamente tutto molto più complicato.

Pubblicato

Mercoledì 5 Febbraio 2014

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