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Ticino

Il virus non intacca la creatività

Serenate sotto casa, concertini di piazza, documentari: il mondo dello spettacolo e della cultura si reinventa. Musicisti e registi ticinesi si raccontano

di

Federico Franchini

Una piazzetta nel nucleo vecchio di Lamone. Due musicisti e un piccolo pubblico: dei bambini che ballano, qualcun altro che applaude dalle finestre e noi, pochi adulti, a debita distanza. A respirare normalità. Ad ascoltare musica, a bere vino in (quasi) compagnia, a battere le mani. Mi emoziona vedere le mie bimbe che tentano di tenere il ritmo e gli amici del mio piccolo mondo pandemico che si perdono col suono di una chitarra. Il merito di questa mezzora di (quasi) normalità è di tre persone: Andrea e Luca, i musicisti che formano i Make Plain, e Alberto, un mio amico che li ha invitati per inserire la scena nel documentario che sta girando su Lamone ai tempi del coronavirus. Andrea, Luca e Alberto sono tre esempi di persone che vivono di cultura, un settore inevitabilmente bloccato dal Covid-19 ma che, per altro verso, questo stesso virus ha reso più necessario. Senza libri, senza musica, senza cinema, senza animazione, come sarebbero stati questi giorni di confinamento? 

 

Alberto Bernad è regista e montatore: da indipendente, spesso in binomio con un collega, realizza documentari e monta servizi per la Rsi. I suoi ultimi lavori li ha finiti poco prima delle prime misure di confinamento. A quel momento non aveva più lavoro e la programmazione a medio/lungo termine si è fatta difficile: «L’unica cosa che mi è rimasta da fare è stata quella di uscire di casa e filmare gli amici e i vicini e girare un documentario sulla loro vita, ma anche sulla mia, in questo momento così particolare». Lamone, come altri posti, in queste settimane ha vissuto una sorta di contrasto: da un lato le incognite, le paure e la chiusura; dall’altro si sono visti anche i sorrisi, i “buongiorno come va”, la solidarietà e un bel senso di comunità e vicinanza. Un doppio volto che Alberto ha cercato di immortalare con la sua camera. Un lavoro non certo facile: con la compagna incinta e la primogenita di tre anni piena di energia, la gestione delle riprese e della vita privata non è certo stata una banalità. Senza considerare le domande sul futuro di questo documentario e, in generale, le incertezze finanziarie: «Da indipendente non ho molte garanzie – ci spiega Alberto – ho sì ricevuto le indennità per perdita di guadagno, ma è difficile pensare a più avanti, fare delle proposte in questo periodo dove tutto, compresa la programmazione televisiva, è molto incerto». 

 

Incognite che hanno segnato anche Andrea Zinzi e Luca Imperiali, i Make Plain, band folk nata in Ticino, ma conosciuta anche al di fuori dei confini cantonali. A febbraio, poco prima dello scoppio della pandemia, i due musicisti erano appena tornati da una tournée in Spagna, Colombia e Messico. La programmazione per la primavera e l’estate era già stata fatta, con in agenda alcuni prestigiosi open air della Svizzera. Ma poi, ecco il virus che tutto cancella. Come fare? Il duo ha così deciso di  proporre delle “serenatelle fuori casa”: «Chi vuole può chiamarci e andiamo a suonare sotto casa delle persone in una sorta di serenata come quelle di una volta, così che noi possiamo guadagnare qualcosa (una parte del guadagno va in beneficenza, ndr) e la gente può di nuovo ascoltare musica live» mi spiegano quando li incontro. Già in condizioni normali non è facile vivere di musica in Ticino – i Make Plain lo fanno, ma entrambi i musicisti hanno anche un lavoro supplementare – figuriamoci in un contesto di crisi. Per ora si è molto pensato ai vari settori economici, meno alla cultura e allo spettacolo. «Da un lato percepiamo che la gente ha bisogno di musica, di cultura, dall’altra per chi fa di questo un mestiere la situazione non è facile e non sempre è evidente fare passare il messaggio che è un mestiere vero e proprio». Oggi vanno bene le serenatelle, ma il futuro resta pieno di punti interrogativi: «Per ora non si sa quando potremmo tornare a fare veri e propri concerti, certo è che l’estate, che è il periodo più propizio, ormai sembra compromessa». Non resta quindi che arrangiarsi: «Continuiamo così, la nostra iniziativa funziona, la nostra voglia di suonare è fortissima, ma anche il bisogno della gente di ascoltare musica dal vivo».


Questi sono proprio giorni strani. O strani giorni. Come narra l’audiodiario intitolato per l’appunto “Strani giorni”. L’idea l’ha avuta il regista Olmo Cerri che, attraverso un numero telefonico, ha raccolto decine di testimonianze sonore che ha poi raggruppato in 26 episodi podcast. Il risultato è un coinvolgente racconto collettivo, diffuso a puntate tramite vari vettori e attraverso alcune radio  indipendenti ticinesi, come Radio Gwendalyn o Radio Carona Skonvolt, un’emittente attivata in questo periodo pandemico (da ascoltare, già che ci siamo, la canzone reggae sulla quarantena realizzata dagli skonvoltoni caronesi). Al di là delle incertezze e delle incognite, questo periodo è anche fonte d’ispirazione: «Certo da regista indipendente vivo con diversi punti di domanda – spiega Olmo, sottolineando al contempo «che siamo di fronte ad una situazione surreale, mai vissuta prima, che, oltre a permettermi di fare lavori rimandati, è stata grande fonte d’ispirazione». Un periodo in cui il regista ha percepito il desiderio di raccontare e condividere il proprio vissuto della gente, come dimostra il successo di “Strani giorni”: «Abbiamo ricevuto decine di testimonianze, anche molto intime, da persone sconosciute e diverse fra loro, che abbiamo montato cercando di dare un senso e un’uniformità anche grazie al contributo musicale di Victor Hugo Fumagalli». Strani giorni è quindi uno straordinario archivio sonoro di questo periodo, oltre che un progetto totalmente no profit.

 

Come no profit è anche l’idea avuta dal collettivo Libera Azione Artistica. Forse alcuni fra voi hanno trovato il loro messaggio nella bucalettere: «In questo tempo d’isolamento, di cui non vediamo la fine e di cui difficilmente sappiamo decifrare le conseguenze a lungo termine, facciamo appello all’arte affinché rientri nella vita delle persone in modo attivo e fisico». È così che diversi artisti del territorio hanno diffuso, brevi manu, le proprie opere. L’obiettivo: «Aprire una piccola breccia nella chiusura che sta cambiando le nostre vite». Un vano di creatività, e anche di cambiamento, che speriamo non si dissolva come un soffione al vento (da una libera interpretazione di un disegno ricevuto). 

Pubblicato

Venerdì 22 Maggio 2020

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