Il Forum Sociale Mondiale (Fsm) ha chiuso i battenti l'11 febbraio a Dakar. 75 mila persone provenienti da 130 paesi vi hanno partecipato, unite dalla volontà di opporsi al neoliberalismo. Conformemete allo spirito di questa gigantesca convention altermondialista non c'è stata nessuna dichiarazione finale. Molti sono ripartiti da Dakar rafforzati nelle loro convinzioni di lotta, galvanizzati dalle rivoluzioni in corso nel mondo arabo.

Fine dell'avventura a Dakar. Lo scorso 11 febbraio il Forum sociale mondiale (Fsm) ha lasciato la capitale del Senegal che l'ha accolto per sei giorni. Circa 75 mila persone, provenienti da 130 paesi, hanno partecipato all'enorme rito altermondialista, celebrato nel campus dell'Università Cheikh Anta Diop. Un evento coloratissimo, ricco di discussioni e di incontri… e con non poche carenze sul piano organizzativo. Sul campus, in mezzo a studenti male o per nulla informati su quanto stava accadendo, a mercanti locali accorsi in gran numero, alle tende delle associazioni, alle macchine che cercavano di aprirsi una via in mezzo a un mare di gente, non tutti i 1'200 atelier autogestiti che erano stati annunciati hanno potuto essere organizzati in mancanza di sale disponibilie per accoglierli. E spesso la pazienza dei partecipanti è stata messa a dura prova fosse solo nel tentativo di trovare un programma delle attività della giornata. Un problema particolarmente grave il primo giorno del Fsm, che i responsabili hanno cercato di risolvere al meglio allestendo delle tende destinate ad accogliere gli atelier privi di una sede. E anche lo spirito d'improvvisazione dei diversi animatori ha contribuito a limitare i danni. Per finire è stato dunque possibile dibattere di un'ampia varietà di temi cruciali, come la sovranità alimentare, il concentramento delle terre, il saccheggio degli oceani, il problema del debito, i paradisi fiscali, le migrazioni o ancora i cambiamenti climatici.

Sospetti di sabotaggio

La nomina di un nuovo rettore dell'Università, che si sarebbe rifiutato di mantenere gli impegni assunti dal suo predecessore, sembra sia all'origine dei problemi organizzativi. Per Seydi Gassama, di Amnesty International Senegal, questa situazione non è stata frutto del caso. «Probabilmente essa riflette la cattiva volontà delle autorità… volta ad impedire che l'evento avesse il successo preventivato», ha affermato Gassama, denunciando che in Senegal vigerebbe «una libertà d'espressione solo di facciata». Il sospetto di sabotaggio è venuto anche a Bernard Bokodjin Dodji, membro di Attac-Cadtm (Comitato per l'annullamento del debito del terzo mondo). Il motivo? «Probabilmente per l'ostilità dei movimento sociali organizzatori del Forum nei confronti della politica governativa. E forse c'è stata anch un po' di paura in relazione alle proteste popolari in Tunisia ed in Egitto».

A chi tocca?

Quello delle proteste nel mondo arabo è stato un tema onnipresente al Fsm, che ha infuso coraggio e speranze agli altermondialisti confluiti a Dakar. «La rivoluzione è in cammino. In due mesi due dittature sono state liquidate. È fantastico. Ormai tutto diventa possibile. Non lasciamo che le classi imperialiste sbriciolino questa immensa speranza», ha dichiarato il tunisino Fathi Chamkhi di Attac-Cadtm all'Assemblea dei movimenti sociali, alludendo alla Rivoluzione del gelsomino avvenuta in Tunisia e all'Egitto. «Sosteniamo le lotte di questi popoli. Ci indicano la strada da percorrere», ha aggiunto Chamkhi. «A chi tocca adesso dimissionare?» s'è chiesto dal canto suo Diop Castro, segretario generale dell'Unione democratica degli insegnanti del Senegal, lanciando l'appello «a tutti i ruscelli dell scontento» ad unirsi «in un fiume popolare». Questo prima che l'Assemblea dei movimenti sociali procedesse alla lettura della sua dichiarazione che sottolinea l'importanza del contributo dell'Africa e dei suoi popoli nella costruzione della civiltà umana e la continuazione della lotta «contro il dominio del capitale». «La decolonizzazione dei popoli oppressi rimane per noi, movimenti sociali del mondo intero, una grande sfida da cogliere».

Un'immensa speranza

Malgrado la confusione, la delegazione svizzera – composta da 55 persone, fra cui 6 membri del sindacato Unia – ha ampiamente apprezzato nel suo complesso il Fsm, «luogo di scambi e di proposta di alternative nella prospettiva della costruzione di un mondo migliore». Anche la delegazione svizzera prima dell'evento ha potuto confrontarsi con la realtà locale. La visita di alcuni progetti solidali, sostenuti da delle Ong svizzere, ha permesso alla delegazione di meglio comprendere i problemi legati alla concentrazione delle terre, allo sfruttamento eccessivo delle coste marittime e all'indebitamento dei piccoli contadini e delle comunità di pescatori.
A proposito del Forum, diversi delegati ne hanno sottolineato la qualità e la pertinenza degli oratori. Jean-Claude Rennwald, consigliere nazionale socialista e sindacalista di Unia, ha sottolineato le opportunità offerte dall'avvenimento per allacciare nuovi contatti e per creare della alleanze con altri movimenti, oltre all'immensa speranza suscitata nei partecipanti dallo stesso Forum. Unia ha partecipato attivamente al Fsm, animando un atelier di discussione sui diritti dei migranti. Presenti in gran numero alla manifestazione, molti artigiani e piccoli commericanti di Dakar e dei dintorni hanno invece deplorato, dal canto loro, che il Forum non durasse di più, anzi, che non si svolgesse ogni mese, come ha riferito un giornale locale. Solo per approfittare ancora di più della manna insperata fatta cadere su Dakar da una marea umana multiculturalle che ha fortemente rilanciato i loro affari.


Per Lula c'è sempre la standing ovation

Accolto con un'ovazione dai suoi numerosi sostenitori, fra i quali una maggioranza di brasiliani, l'ex presidente del Brasile Inacio Lula Da Silva ha fatto un'entrata trionfale alla conferenza stampa di apertura del Forum, seguita anche da molti partecipanti al Fsm. Con Lula al tavolo degli oratori c'era fra gli altri Abdoulaye Wade, il presidente del Senegal.
«Il Forum è un sogno che non abbandoneremo mai», ha dichiarato Lula aprendo il suo intervento, prima di elogiare l'Africa, «continente straordinario e culla dell'umanità». Una terra che Lula, ex dirigente sindacale, conosce bene per averne visitato 29 paesi e che l'ha entusiasmato «per la sua vitalità e la sua diversità culturale». «L'Africa ha un futuro straordinario. Non è un miraggio. Questo futuro deve accelerarsi. Molti tabu sono stati infranti. Quelli che ne pronosticavano la fine della storia ora devono assistere al suo irreversibile sviluppo». Riferendosi in particolare alle rivoluzioni in corso nel mondo arabo, Lula le ha definite portatrici «di una straordinaria speranza in un mondo nuovo, contro la povertà, la dominazione dei tiranni, la sottomissione di molti paesi alle grandi potenze».
Lula ha anche evocato la crisi: «Coloro che, con arroganza, ci davano delle lezioni su come avremmo dovuto guidare i nostri paesi, alla fine la crisi non sono stati capaci di gestirla». Lula si è detto indignato di come gli Stati ricchi hanno rimesso in riga i paesi del Sud, «visti come delle periferie inesistenti se non pericolose. Per gli Stati ricchi milioni di uomini e donne sono semplicemente degli ostacoli». Lula è stato esplicito: «siamo una parte essenziale della soluzione alla crisi che colpisce il mondo». Ricordando i molti cambiamenti positivi introdotti in Brasile – forte riduzione della povertà, creazione di posti di lavoro nell'economia formale, possibilità di accesso alle università ecc… – Lula, altermondialista della prima ora, ritiene che proprio il suo Brasile possa servire da modello – interrotto dalle ripetute ovazioni dei presenti.
Lula ha pure ricordato l'importanza di un'Africa indipendente sul piano intellettuale, politico e della produzione alimentare, invitandola nel contempo ad accrescere la solidarietà fra gli Stati che la compongono. Mentre la fame continua a colpire milioni di persone, mentre le sovvenzioni iniettate nell'agricoltura americana sabotano gli sforzi dei paesi poveri, mentre la speculazione borsistica sui generi alimentari crea ancora più affamati, l'ex leader del Brasile ha denunciato i miliardi investiti per salvare le banche. «Il problema della fame continua ad essere marginalizzato, come se fosse invisibile», ha esclamato Lula. Aggiungendo che l'Africa, più che di aiuti, ha bisogno di vere opportunità di sviluppo. Oggi infatti il continente africano dispone di un enorme potenziale, segnatamente la sua savana oggi ampiamente sottosfruttata (solo il 10 per cento dei 400 milioni di ettari disponibili sono coltivati). Lula ha anche parlato dell'importante comunità nera presente in Brasile – 80 milioni di discendenti da popolazioni africane – e ha chiesto perdono per questa immigrazione forzata, facendo esplicita allusione all'isola di Gorea, di fronte a Dakar, luogo simbolo della tratta degli schiavi neri.
Dopo le acclamazioni tributate a Lula il presidente del Senegal Abdoulaye Wade ha avuto i suoi problemi a conquistare l'auditorio. Senza nascondersi, Wade ha chiarito da subito che le sue posizioni sono in contrasto con quelle degli altermondialisti. «Sono un liberale, fautore dell'economia di mercato e non dell'economia di Stato, che è fallita ovunque o quasi nel mondo». Wade ha certo riconosciuto che «delle insultanti abbondanze coesistono con delle choccanti penurie». Ma il capo di Stato del Senegal ha anche fatto capire che il suo paese ha già conquistato la sovranità alimentare – non solo: che esporta riso e arachidi in Cina. Ed ha affermato di aver drasticamente ridotto la povertà. Secondo Wade, i senegalesi avrebbero visto il loro reddito annuo crescere da 500 a più di 1'300 dollari all'anno.
Una teoria ufficiale ampiamente contraddetta da studi seri. Géoguide ritiene che il 50 per cento della popolazione del Senegal vive con meno di 2 dollari al giorno. L'Ong svizzera Sacrificio Quaresimale, attiva in Senegal, stima le importazioni del paese per la copertura del fabbisogno alimentare della sua popolazione al 53 per cento. La stessa fonte valuta che il 30 per cento dei senegalesi non ha a disposizione la sua razione alimentare minima raccomandata, la sottoccupazione colpisce il 63 per cento della popolazione e gran parte delle persone attive lavorano nell'economia informale.
Se Abdoulaye Wade ha detto di volere pure lui cambiare il mondo, s'è inoltrato in un discorso oscuro sul suo metodo che mira a restare «ogni giorno coerente con le sue opinioni, in un corpo a corpo intellettuale», interrogandosi nel contempo sulle modifiche generate negli anni dal Fsm. Per Wade «Lula ha fatto molte riforme in Brasile, ma sul piano internazionale, mi dispiace… Voglio anch'io cambiare il mondo, ma come? È qui che sta il cuore del dibattito». E ha proseguito citando uno dopo l'altro la geopolitica, l'economia, il governo finanziario del mondo, il prezzo del petrolio e la mancanza di solidarietà fra paesi africani. Resta da capire se Wade, con i suoi 85 anni, candidato nel 2012 alla succesisone di sé stesso, convincerà di nuovo i suoi elettori.

Pubblicato il 

25.02.11

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