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L'intervista

Il vaccino dovrà essere di tutti

Un esperto spiega la necessità di messa in comune a livello mondiale dei diritti su ogni tecnologia medica contro il Covid

di

Federico Franchini

Pronti, partenza e via: la corsa al vaccino è lanciata. Come nel 2009, all’epoca dell'influenza suina o, nel 2005, con l’influenza aviaria, gli Stati tentano già di accaparrarsi i futuri trattamenti e vaccini per combattere il Covid-19. Per questo motivo diverse Ong chiedono delle misure forti e concertate per garantire a tutti, in tutti i Paesi, un accesso equo ai trattamenti contro il coronavirus. In che modo? Quale sarà il ruolo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)? Quale la posizione della Svizzera? Di queste questioni ne abbiamo discusso con Patrick Durisch, esperto di salute pubblica di Public Eye, un’organizzazione molto attiva in questo ambito.

Patrik Durisch, a livello internazionale esistono delle norme che permettono di regolamentare l’accesso ai medicamenti o vaccini per curare i virus all’origine di una pandemia?
Sì, la comunità internazionale dispone oggi di un meccanismo importante: il piano di preparazione dell’Oms all’influenza globale. Adottato nel 2011, e aspramente negoziato tra gli Stati membri, in particolare attorno alla questione dei brevetti, esso permette una maggiore equità tra i Paesi in caso di una pandemia. In precedenza, le case farmaceutiche beneficiavano di un accesso totalmente libero al network di laboratori dell’Oms, che si scambiano in tempo reale i ceppi virali. Le multinazionali ne approfittavano per depositare dei brevetti su questo materiale senza condividerne i vantaggi.


Poi cosa è successo?
Alcuni Paesi del Sud-Est asiatico, fortemente toccati dall’influenza aviaria, hanno chiesto all’Oms di mettere in atto regole vincolanti per fare in modo che i “loro” virus, come l’H5N1, non fossero privatizzati dalle multinazionali senza contropartita. È così che con il nuovo accordo, le società private devono contribuire finanziariamente per accedere allo scambio di virus e negoziare dei contratti con clausole di condivisione dei prodotti che scaturiranno da questo scambio.

Questo processo, però, non riguarda i coronavirus. Le case farmaceutiche che produrranno i futuri trattamenti e vaccini contro il Covid-19 saranno in grado di rinunciare ai loro profitti?
Direi di no, se consideriamo il caso del Remdesivir prodotto dalla californiana Gilead.

Cosa è successo?
Finora la maggioranza dei trattamenti studiati contro il Covid-19 sono trattamenti esistenti, già sviluppati per altre indicazioni e che si testano ora per sapere se siano efficaci contro il nuovo virus. È il caso di questo antivirale della Gilead, non ancora commercializzato. Il 20 marzo, è stato classificato negli Usa con lo statuto di trattamento per malattia rara, ciò che garantisce sette anni di diritti di esclusività e di poterlo vendere a dei prezzi elevati. Certo, il 20 marzo il numero di ammalati americani permetteva tale classificazione, ma era chiaro che l’obiettivo era un altro: avere questo statuto per curare una malattia epidemica. Gilead ha poi fatto marcia indietro. Ma ciò dimostra come la crisi possa essere un mezzo di massimizzazione dei profitti. Inoltre, diversi potenziali trattamenti hanno monopoli di brevetto o altre forme di diritti esclusivi. Oggi non vi è alcuna indicazione che, se si dimostreranno efficaci contro il Covid-19, saranno venduti a un prezzo più conveniente. Non ci sarà infatti concorrenza con generici più economici.

Come si potrebbe evitare questo?
Partiamo da un presupposto: data l’ampiezza della crisi, nessuno potrà mai produrre da solo test, trattamenti e futuri vaccini. Perciò occorre che tutti possano farlo. Per questo è necessario che non vi sia nessun diritto esclusivo o altri fattori che possano limitare la produzione su larga scala. A nostro modo di vedere, il meccanismo adatto è quello di creare un pool a livello dell’Oms che permetta di garantire l’accesso e una ripartizione equa a tutti i prodotti necessari alla lotta contro il Covid-19 su scala mondiale. Sulla base del principio delle licenze volontarie, questo “pool” dovrebbe essere costituito rapidamente con i vari attori interessati (Stati membri, industria farmaceutica, Oms) che determinerebbero le precise procedure operative.

L’obiettivo quale sarebbe?
Quello di distribuire la produzione di queste tecnologie nel modo più equo possibile in tutto il mondo, in base alle esigenze di ogni Paese e non agli interessi privati o nazionali, a un prezzo accessibile a tutti.

Non ci sarebbero problemi legati alla tanto decantata proprietà intellettuale?
L’Oms avrebbe un ruolo d’interfaccia e sarebbe abilitato a ridistribuire i diritti di proprietà intellettuale così come gli altri dati necessari alla produzione e alla distribuzione rapida di questi prodotti. La richiesta di trattamenti e di vaccini potrebbe così essere meglio soddisfatta, al di là delle priorità nazionali o di potere d’acquisto. Al riguardo, il Costa Rica ha introdotto una domanda formale all’Oms per istituire un pool di messa in comune dei diritti su tutte le tecnologie mediche necessarie per la prevenzione, l’individuazione e il trattamento del Covid-19.

Quale è la posizione della Svizzera, Paese che ospita l’Oms?
In una recente lettera, Public Eye e altre Ong hanno invitato gli Stati membri dell’Oms, tra cui la Svizzera, a sostenere la richiesta del Costa Rica. In una lettera indirizzata al consigliere federale Alain Berset, abbiamo chiesto al Consiglio federale di sostenere questa richiesta e di agire per garantire un accesso equo alle tecnologie mediche relative al Covid-19. Per ora non abbiamo ricevuto risposta.

Se l’idea del pool non andasse in porto quali sarebbero le alternative?
In questo caso si potrebbe utilizzare il meccanismo della licenza obbligatoria, ossia quello strumento riconosciuto dal diritto internazionale che permette a un governo di sospendere il monopolio di un brevetto con lo scopo di produrre un farmaco o d’importare delle versioni generiche meno care. È interessante notare come Stati quali la Germania o il Canada abbiano già preso disposizioni politiche per facilitare l’impiego di licenze obbligatorie se test diagnostici,  trattamenti o vaccini per il Covid-19 dovessero rivelarsi troppo cari o disponibili in quantità insufficienti.

La Svizzera andrà anch’essa in questa direzione?
La Confederazione potrebbe ispirarsi alla Germania. Ha le facoltà per farlo senza modificare la legislazione e per questo abbiamo chiesto ad Alain Berset di prevedere le disposizioni necessarie per una rapida concessione di licenze obbligatorie, qualora l’utilizzo di questo strumento giuridico si rivelasse necessario per garantire l’accesso alle tecnologie brevettate Covid-19. Occorre agire ora, ma tutto dipenderà anche dalla volontà delle multinazionali di fissare un prezzo ragionevole e di garantire un approvvigionamento equo.

Patrick Durisch, lo avete ricordato nell’ultima vostra pubblicazione: 17 anni dopo la crisi della Sars (sindrome respiratoria acuta grave) non abbiamo cure o vaccini per il coronavirus, nemmeno un buon candidato o un prototipo pronto a entrare nella crisi. Come se lo spiega?
La crisi del coronavirus è un rivelatore delle carenze del modello attuale dell’innovazione farmaceutica, a cominciare dalle priorità di ricerca. Le grandi aziende non hanno infatti mostrato grande interesse a investire massicciamente nel cercare un trattamento o un vaccino contro il Covid-19.

Perché?
Si tratta di un settore troppo poco redditizio se comparato alle malattie non trasmissibili come il cancro, dove i margini sono molto più elevati e i trattamenti molto più lunghi. Per questo, salvo rare eccezioni, i giganti della farmaceutica lasciano alle imprese più piccole prendere i più grossi rischi di errore. Sanno che potranno intervenire più tardi dato che solo i grandi gruppi sono in grado di produrre a grandissima scala.

In sostanza le grosse case farmaceutiche speculano sul lavoro degli altri?
Sì, la strategia è ben rodata: si attende che un trattamento superi i primi passaggi prima di entrare in corsa e, se del caso, acquistare a suon di miliardi i frutti di questa ricerca. Questa situazione non riguarda solo il Covid-19, ma la si osserva anche in altri settori come le malattie rare o il cancro: sono i diritti monopolistici e le prospettive di profitto che stimolano per prima cosa l’implicazione delle case farmaceutiche, non i bisogni di salute pubblica.

Tocca quindi al settore pubblico investire in questo settore?
Lo hanno fatto gli Usa, l’Ue e la Svizzera. I fondi pubblici contribuiscono allo sviluppo non solo dei vaccini ma di tutti i nuovi medicamenti, compresi i trattamenti contro il cancro o le malattie rare che vengono poi venduti a prezzi inaccettabili dalle case farmaceutiche.

Il prezzo lo decide l’industria?
Il pubblico paga, poi le aziende depositano i brevetti e impongono i prezzi. Numerosi studi mostrano che l’innovazione non nasce più nei laboratori delle multinazionali, ma nell’ambiente accademico o delle start-up. I giganti giustificano però i loro prezzi astronomici con la presa di rischio e i grossi investimenti in materia di ricerca e sviluppo.

Gli Stati potrebbero produrre da soli o dettare delle condizioni?
Gli istituti accademici e le start-up non possono agire da soli, soprattutto, nella produzione. Si paga il prezzo del disimpegno dello Stato nella produzione di vaccini. I governi devono in primis includere una clausola d’accessibilità per tutti i loro finanziamenti, dotandosi dei mezzi per agire nel caso in cui le aziende approfittino della situazione per gonfiare i prezzi. I trattamenti e i vaccini derivati da questa ricerca devono essere considerati beni pubblici e i governi devono esigere prezzi ragionevoli e trasparenza.

Ciò non accade…
Non vi è la volontà politica e si lascia quindi fare. Anche se ciò va contro gli stessi cittadini.

Pubblicato

Venerdì 8 Maggio 2020

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