Da poco più di sei anni, e per scelta mia, vivo senza televisore. Tutti gli ospiti in casa mia (prima di lanciare la proposta di fare una colletta per comprarmelo) si danno una gran pena per scovarne il nascondiglio, ma poi devono ammettere che proprio non ce l’ho. Questo fa sì che io presti particolare attenzione allo scritto: non solo libri e riviste, ma anche quotidiani e stampati pubblicitari. Nei giorni scorsi mi è cascato l’occhio su un manifesto di grandi dimensioni, il cui slogan diceva «Trasformiamo visioni del mondo in prodotti finanziari». Personalmente l’ho trovato semplicemente geniale: in un’espressione di sette parole, troviamo un condensato di economia denso di vibrante poesia. Con sette parole, gli ideatori di questo slogan riescono a riassumere l’essenza del capitalismo meglio di un trattato scientifico. E lo fanno con un’eleganza degna di un Nobel letterario. Intendiamoci, non c’è nulla di male nel voler trasformare la propria visione del mondo in prodotto. Tutti noi vorremmo che i nostri ideali trovassero riscontro nella realtà. Vorremmo vivere in un mondo giusto (e smettiamola di dire «più giusto», che l’utopia non può ammettere vie di mezzo), senza carestie, senza guerre, in cui le ricchezze generate dal nostro lavoro sono distribuite equamente, in cui il benessere di tutti è principio ed ordine del nostro agire,… Ma questo slogan non parla semplicemente di prodotti, perché a questa parola ne aggiunge un’altra: un aggettivo. Qualificativo, per di più. I prodotti in questione sono unicamente ed esclusivamente «finanziari». L’unica visione del mondo legittima in questo contesto, e lo dico in parole spicce, è quella che permette di fare soldi. Ed è questa fondamentalmente l’essenza del capitalismo: trasformare risorse in soldi, rispettivamente in guadagno. La questione è che una risorsa non è tale se è utile ed utilizzabile, ma lo è se permette di fare soldi. (A questo punto mi concedo una piccola digressione su una cosa che ho sullo stomaco da un po’. Mi è capitato di leggere gli appunti di economia aziendale di alcuni giovani studenti. C’era scritto che le aziende hanno quale obiettivo quello di soddisfare i bisogni umani. I ragazzi con i quali ho parlato mi ripetevano come automi questa definizione di azienda. Ed io che ho sempre pensato che gli imprenditori mettessero su bottega per far soldi….). Insomma, tra gli ideatori di campagne pubblicitarie, i nostri meritano senz’altro un posto d’onore. E spero che al prossimo concorso per pubblicitari gli venga riconosciuto il loro valore. Anche perché il loro slogan si presta ad infinite variazioni, tutte capitalistico-compatibili. Immaginate: «Trasformiamo mucche in prodotti finanziari». Roba da impazzire! Oppure: «Trasformiamo armi in prodotti finanziari». Roba da prendere il volo. Magari per l’Afghanistan, o forse per l’Irak.

Pubblicato il 

01.03.02

Edizione cartacea

 
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