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Il tramonto del melting pot

di

Villi Hermann
New York è chiamata la grande mela, Melting pot. Dove convivono tutte le etnie, simbolo della multietnicità. Sono appena rientrato da un sopralluogo newyorkese per un futuro progetto. Non mi sembrava così multietnico. Sì, si vedono tanti colored people, ma a livello d’integrazione la città mi sembrava scarsa. Per ragioni professionali, a New York ho frequentato soprattutto le strade, la metropolitana, i fast food, i coffee shop (dal momento che faceva molto freddo, intorno agli 0°C), i venditori ambulanti, i takeout; in poche parole, come dice il mio amico Jack, ho frequentato the common people. Non ho incontrato nessun liberal, né esponenti della classe media. Quasi tutti parlavano solo inglese, slang per meglio dire, o la loro lingua nativa, hindi, russo o thai. Ma non ho incontrato un solo americano medio che parlasse una lingua straniera per meglio comprendere l’altro. Io mi ricordo che durante le varie iniziative Schwarzenbach e dopo il grande flusso migratorio italiano, tanti svizzeri tedeschi e francesi imparavano l’italiano, lo spagnolo, il portoghese. Per capire meglio il prossimo, e magari si innamoravano della lingua o dell’emigrante stesso. C’era uno sforzo da ambedue le parti. A New York, quando andavo a mangiare in un ristorante cinese o italiano, sceglievo un numero, spesso il 33, i numeri dei pasti andavano fino al 96. Il numero 11 dal giapponese Go Sushi era un’insalata di pollo fritto. Non si parlava, si puntava il dito su una foto che rappresentava un piatto, un numero e poco dopo mi veniva consegnato un piatto simile. E nel frattempo come cliente, ricevevo anche il mio proprio numero, magari il 38. Comunicazione ridotta. Nessuna. Nessun tentativo di dialogo, di spiegazione. Poco spazio alla comunicazione, quantità, peso, con o senza sale, prezzo, provenienza, qualità. Niente. Solo un numero, e al massimo un sorriso commerciale dietro un vetro plastificato. Ma noi consumatori ci siamo abituati a reagire ai numeri, anche alla posta centrale di Lugano, uno prende un numero, lo sguardo fisso, poi quando è il suo turno, prende il ticket e lo porge al funzionario postale, magari senza dire più buongiorno, paga e riparte. A New York ero muto, non avevo bisogno di parlare inglese, arabo o urdu. Un numero e basta. Comunque nessuno aveva tempo di parlare, tutti erano già cablati, con l’auricolare, il telefono satellitare o il microfono appiccicato come un news speaker televisivo. Neanche ai monitor televisivi accesi dappertutto e di continuo potevo reagire ad alta voce, erano sempre in posizione mute e solo le immagini scorrevano asincrone con un beat da R&B da un altoparlante non visibile. L’integrazione o la multietnicità mi sembrano unilaterali, se non sei con noi, sei contro di noi, o parli la nostra lingua o sei un nemico. Allora impari un pigeon english globalizzato. Come ti senti degradato ad un potenziale nemico quando riempi il formulario d’immigrazione Welcome to the United States, se sei affetto di Hiv o da malattia contagiosa, da disturbi fisici o mentali e fai abuso di stupefacenti o sei tossicomane, ti autodenunci e probabilmente non ti lasciano entrare. E se rispondi alla domanda se hai partecipato fra il 1933 ed il 1945 in qualsiasi modo, alle persecuzioni associate alla Germania nazista o ai suoi alleati, probabilmente ti rispediscono. Ma non è l’America il paese dove si sono rifugiati più criminali nazisti dopo la guerra mondiale, i vari fautori tedeschi, ucraini, lettoni, polacchi e austriaci? E non è l’America dove si trovano più siti Internet di contenuto neonazista? E se uno risponde alla domanda all’Immigration and Naturalization Service se svolgi attività terroristiche o di spionaggio ti arrestano; ma non hanno vissuto in America, o hanno collaborato con i loro “servizi” i più noti e ricercati “terroristi”? Non sono figli dell’America e della sua educazione? Sono ritornato un po’ frastornato, ma ero un pochino fiero di appartenere “alla vecchia Europa”, che tenta a suo modo di risolvere il problema dell’immigrazione, dell’integrazione, magari su una via più lenta e tortuosa che il cosiddetto melting pot americano.

Pubblicato

Venerdì 7 Maggio 2004

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