Stipendi non versati, oneri sociali idem, subappalti e una ventina di lavoratori sul lastrico. Purtroppo la cronaca di malaedilizia continua a fornire spunti.

Questa volta riguarda il settore del gesso. Al centro della vicenda, la Meridian di Paradiso, il cui scopo sociale a registro di commercio è la «gestione di un'impresa di gessatura, carpenteria e lavori edili». Nata nel febbraio di quest'anno, la sua morte è stata decretata lo scorso venerdì 18 ottobre per fallimento. Otto mesi di vita breve piuttosto spericolata, visto gli arretrati salariali lasciati sul campo. Ancora una volta sarà la collettività ad assumersi l'onere di questa iniziativa imprenditoriale privata, con l'anticipo della cassa disoccupazione a saldo dei salari non versati.
Il titolare D.D., dopo esser stato dipendente di un'agenzia interinale sangallese attiva nel fornire manodopera all'edilizia nazionale, tenta l'avventura solitaria creando ditta in Ticino.
Grazie all'attività precedente, D.D gode di buoni contatti in Puglia, da dove attinge per reclutare manodopera da impiegare in Svizzera. Dei 25 suoi operai tutelati oggi da Unia la grande maggioranza proviene infatti da quella regione. Il sindacato presume che vi siano altri operai assunti dalla Meridian in questi otto mesi di esistenza, ma di cui si sono perse le tracce.
Degli operai difesi da Unia si è appurato che alcuni sono stati assunti con regolare contratto a tempo indeterminato, altri con permessi di novanta giorni e altri ancora con il permesso frontalieri.
Buona parte di loro, soprattutto in una fase iniziale, venivano alloggiati in una casa di Daro, frazione di Bellinzona. Era la stessa casa a cui faceva capo il titolare della Meridiana quando lavorava per l'agenzia interinale svizzero tedesca. Una casa già alla ribalta della cronaca durante il servizio giornalistico «Malaedilizia» trasmesso a Falò della Rsi lo scorso novembre. «Sembra cronaca degli anni sessanta, quella della grande migrazione italiana» era il commento fuori campo del giornalista mentre scorrevano le immagini desolanti dell'interno della casa: senza riscaldamento, una cucina con tre piastre, una doccia e impianti elettrici in stato disastroso. Agli operai venivano dedotti 380 franchi a testa al mese per quell'appartamento in quelle condizioni. Vi abitavano in sei. A un anno di distanza, nulla è cambiato, se non forse peggiorato. Quando siamo entrati lo scorso venerdì in quella casa vivevano una decina di persone, tutti dipendenti Meridian. La deduzione per l'affitto corrisponde ancora a 380 franchi. Quasi 4mila franchi al mese per una casa in quelle condizioni. Stando ai racconti degli inquilini, è capitato che quando arrivavano dalla Puglia dei nuovi operai, i primi giorni dormissero anche in due per letto. Appena le condizioni economiche lo consentivano, gli operai abbandonavano la casa di Daro per andare in altri appartamenti in affitto. La scorsa settimana quattro dipendenti della Meridian, in assenza di spazio alla casa bellinzonese, erano alloggiati in albergo.
In aprile, Unia aveva segnalato alla Procura le condizioni d'alloggio e il mensile dedotto. Ma nè il servizio televisivo di un anno fa, ne la segnalazione sindacale di aprile hanno avuto effetto. L'emigrazione in stile anni sessanta è proseguita indisturbata. Così come il flusso di lavoratori dalla Puglia organizzato dalla Meridian.
Ma dove veniva impiegata la manodopera, perlopiù operai specializzati nella gessatura? In gran parte in Ticino, impiegata in opere in subappalto affidate alla Meridian da tre imprese ticinesi molto note nel gesso. Ma i lavori di subappalto per la Meridian arrivavano anche oltre Gottardo. Gli operai, ultimo anello della catena dei subappalti ne fanno le spese. La Meridian non avrebbe fornito strumenti di lavoro, veicoli o materiale di cui sarebbe stata tenuta per contratto. Erano previste delle indennità per l'uso dell'auto, ma quelle non saldate rimarranno a carico degli operai perché l'insolvenza della disoccupazione copre solo i salari degli ultimi quattro mesi precedenti il fallimento.
Stando alle accuse sindacali, il titolare avrebbe regolato i rapporti di lavoro ragionando in termini da agenzia interinale. Invece di pagare gli operai assunti come prescritto dal contratto, ossia pagarli per un monte ore mensile indipendentemente dal fatto che sia stato in grado di procurare del lavoro, li avrebbe pagati solo per le ore prestate. «In verità – spiega Nicolas Bianchi di Unia – la situazione è a dir poco complessa. Coesistevano più forme di rapporti di lavoro all'interno dell'azienda, che variavano tra contratti indeterminati e permessi di novanta giorni. Anche i pagamenti erano diversificati: in alcuni casi c'erano degli acconti, in altri il salario era versato e in altri ancora gli stipendi non arrivavano da diversi mesi». Bianchi, che sta sbrogliando la matassa per inoltrare le istanze di salario presso l'insolvenza, quantifica a vari biglietti da centomila franchi gli stipendi arretrati mancanti.
Lo scorso venerdì la ventina di operai si era radunati negli uffici di Unia a Bellinzona per valutare il da farsi. Improvvisa, arriva la telefonata del titolare che annunciava il fallimento della ditta. All'origine, il procedimento avviato dalla cassa malattia per mancato pagamento dei premi. I dipendenti si sono dunque presentati all'ufficio esecuzione e fallimenti per ritirare il documento per iscriversi in disoccupazione. Per chi ne aveva diritto. A chi invece non aveva accumulato i 12 mesi di lavoro in Svizzera, resta solo l'amara constatazione di aver perso tanti soldi nel viaggio della speranza dalla Puglia alla ricerca di un lavoro. Oltre ad aver perso l'impiego, alcuni ora rischiano di non avere neanche più un tetto dove dormire. Poiché il pagamento dell'affitto della casa di Daro avveniva attraverso la Meridian, ora il proprietario esige il pagamento diretto degli operai. Lunedì c'è stato un incontro tra inquilini e proprietario, il quale ha loro proposto un affitto per stanza a 500 franchi. Unia sta verificando la correttezza dell'importo preteso per un immobile in quelle condizioni.

Il disagio umano dietro i numeri del fallimento

Gli ex operai della Meridian parlano delle difficoltà economiche, dei sogni infranti e dell'imbarazzo vissuto per una situazione di cui non hanno colpe

Dietro ai numeri del fallimento della Meridian si nascondono i drammi personali dei suoi ex dipendenti.
Costretti ad abbandonare un'Italia disastrata sia al nord che al sud sul fronte dell'impiego che non c'è, intraprendono il viaggio nella speranza di trovare un lavoro dignitoso in Ticino che consenta di sfamare le loro famiglie.
Il primo impatto, l'alloggio di Daro, offusca l'entusiasmo iniziale. In alcuni casi è capitato di condividere in due lo stesso letto. Altri hanno preferito soluzioni più drastiche. «Il primo giorno ho preferito dormire  in giardino, piuttosto che pigiato all'interno con gli altri» racconta Mario*, uno degli operai sventurati.
Ma il sogno di un lavoro retribuito li spinge a superare le prime difficoltà. Un sogno che si smorzerà successivamente, a gradi e tempistica diverse, perché come spiegato nell'articolo sopra, le modalità di pagamento non erano uniformi a tutti i dipendenti. Stando alla denuncia sindacale, alcuni ricevevano degli anticipi, ad altri venivano saldate interamente le mensilità (salvo settembre) mentre altri aspettavano gli stipendi da mesi.
A quest'ultimi chiediamo come abbiano fatto a sopravvivere senza salario per mesi. «Mia moglie lavora in Puglia. Senza di lei, io e i miei due bambini non ce l'avremmo mai fatta - racconta Giuseppe* - Questo mi provocava un forte disagio. Avevo lasciato la casa per poter mantenere la mia famiglia e invece era lei che doveva ancora sostenermi».
Giuseppe e un suo collega hanno avuto anche la fortuna (così la chiamano) di aver lavorato per tre mesi per un'altra impresa di gessatura cantonale. «Un altro mondo. Fin da subito, il datore ci ha consegnato attrezzi e materiale di lavoro. Ci retributiva puntuale a fine mese, pagandoci tutte le indennità previste (pranzo, trasferta). Abbiamo anche scoperto di avere diritto agli assegni familiari per i nostri figli. Tutto questo era impensabile alla Meridian».Purtroppo la ditta non aveva sufficiente lavoro per continuare il rapporto di lavoro. Malgrado la disdetta, Giuseppe e il suo collega sono estremamente grati a quel datore di lavoro. «Una brava persona. Sincera e corretta».
Altri operai raccontano le difficoltà vissute nel far fronte ai pagamenti. Alcuni vivono in Mesolcina in un appartamento in affitto. «Sono due mesi che non possiamo pagare l'affitto perché non riceviamo paga. Siamo andati a parlare col padrone di casa che si è dimostrato comprensivo. Non se la sente di buttarci in mezzo alla strada e spera, come noi, che potremo saldare una volta arrivati gli stipendi» raccontano. Le fatture inevase provocano anche sensi di colpa, anche se di colpe non ne hanno. «Non ho mai avuto debiti in vita mia. - dice Luca*-  E ora mi ritrovo con fatture scoperte, cassa malattia, per colpe non mie. Agli occhi della gente passo per un furbo che non vuole pagare. È imbarazzante».                                 


Pubblicato il 

26.10.12

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