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La mano invisibile

Il sottile confine tra “problema” e “soluzione”

di

Silvano Toppi

Alle volte, anche per onestà politica, sarebbe giusto immaginare che cosa sarebbe un problema se non ci fosse quella “realtà” che riteniamo il solo problema o che abbiamo adottato come la sola soluzione a un problema. Astruso? Facciamo due esempi.


L’invecchiamento. La Svizzera invecchia, il Ticino peggio. È il problema dell’Avs, si ripete. Pochi attivi (lavoranti) di fronte a sempre più passivi (pensionanti) creano lo squilibrio finanziario. Le vie d’uscita, tira e molla, sono quasi sempre tre: ritardare il pensionamento delle donne, punticini di Iva per riforaggiarsi, prolungare la vita lavorativa. Non capita quasi mai di sentire che il problema diventato maniacalmente il problema svizzero (fortuna elettoralistica di alcuni partiti) è quello che ha tenuto in piedi l’Avs.

 

Parlo dell’immigrazione. La quale è anzi spesso presentata non solo come sottrazione di posti di lavoro ai residenti (prima i nostri, quindi), ma come occasione di sfruttamento del generoso sistema sociale svizzero. Secondo l’Ufficio federale di Statistica il 72 per cento delle persone di nazionalità straniera ha un’età tra i 20 e i 64 anni, contro soltanto il 58 per cento della popolazione autoctona. C’è quindi una sovrarappresentazione degli stranieri nella popolazione attiva che ha permesso sia di rallentare l’invecchiamento demografico sia di contribuire, e non poco, ad alimentare l’Avs. Se poi guardiamo il famoso “rapporto di dipendenza delle persone anziane”, spesso buttato lì come fosse una colpa, ossia il numero di persone attive che, versando i contributi, permettono di finanziare le rendite ai pensionati, si chiarisce ancora meglio la realtà. Per l’insieme della popolazione residente ci vogliono 3,5 persone attive per assicurare la rendita di una persona in Avs (dati 2015). Se si dovesse considerare la sola popolazione straniera il rapporto cambia decisamente: in questo caso, 9 persone attive assicurano la pensione ad una persona in Avs. Quindi, quando si parla di immigrazione bisognerebbe avere l’onestà di riconoscere due cose: se c’è un problema di dipendenza finanziaria, quella riguarda unicamente gli autoctoni; senza la popolazione immigrata andremmo in pensione forse neppure a 70 anni.


La flessibilità. La flessibilità si è imposta come grimaldello per far saltare la rigidità del mercato del lavoro. Insomma, diritti, regole, disposizioni, potere sindacale che soffocavano la concorrenza e non permettevano di agire liberamente, come assumere, licenziare, individualizzare i contratti, comportarsi a seconda delle necessità dell’azienda. Si è così creata l’occupazione flessibile o “una piena occupazione precaria”. Fenomeno generalizzatosi, che ha ridotto il lavoro a merce. Anche l’Ufficio federale di statistica ha calcolato che la  popolazione attiva flessibile, quella composta da lavoratori a tempo parziale, da temporanei a saltuari, stagisti non pagati, lavoratori a chiamata, interinali, freelance, ha ormai raggiunto e forse superato il 50 per cento degli occupati. Quella che doveva essere la soluzione di un problema è diventato ora il problema dei problemi. Lo si dice ora a gran voce in Europa. Il motivo? Si è frammentato in maniera tale il mondo del lavoro, si sono irretiti talmente i lavoratori, si sono emarginati in ogni maniera i sindacati, che è saltata anche la dinamica salariale. Insomma, si cresce ma i salari quasi non si muovono. Ma i salari sono il 70 per cento dei consumi e allora, ci si accorge, si mette a rischio l’economia. Che non è solo finanza.

Pubblicato

Giovedì 15 Marzo 2018

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