< Ritorna

Stampa

 

Il sommerso mondo del pulito

di

Can Tutumlu
Fabia Bottani
Pulire, lavare, stirare. A volte anche fare la spesa, cucinare e perché no, occuparsi dei bimbi che girano per la casa. Essere donna delle pulizie oggi significa essere pronta e disposta a svolgere una serie di compiti che variano a seconda del datore di lavoro. Ma la varietà di funzioni non è nemmeno l'aspetto più sgradevole della professione. «Il problema più grande è che questa professione è un mondo sommerso difficile da esplorare e può facilmente nascondere situazioni di abuso nei confronti dei lavoratori sia a livello salariale, sia a livello di ore di lavoro ma anche di coperture assicurative», afferma Vania Alleva, responsabile del Dipartimento Politica convenzionale e gruppi di interesse di Unia, sindacato che proprio ieri ha organizzato una conferenza stampa per sensibilizzare sulla situazione precaria di questa categoria professionale e avanzare rivendicazioni per un rapido miglioramento.

La situazione delle donne delle pulizie è notoriamente precaria. Che cosa vi ha spinto a reagire proprio ora?
Tanto per cominciare è bene distinguere tra le donne di pulizie impiegate presso un'impresa specializzata e quelle che lavorano presso privati. Le prime hanno uno specifico contratto collettivo di lavoro. Le seconde, invece, non sono protette da nessun contratto: sono quindi queste ad attirare la nostra attenzione e la nostra preoccupazione. Una preoccupazione oggi accresciuta dopo la pubblicazione, qualche settimana fa, dell'analisi del Segretariato di Stato per l'economia (seco) sulle misure di accompagnamento degli accordi bilaterali. Dopo l'edilizia il settore dell'economia domestica è quello in cui sono stati rilevati i maggiori abusi di dumping salariale.
Quando si parla di pessime condizioni di lavoro, di precarietà, cosa si intende concretamente?
Globalmente possiamo dire che il settore delle donne delle pulizie è un settore precario in cui i salari e le ore di lavoro sono molto irregolari e variabili. Non è poi un segreto per nessuno che molti datori di lavoro privati non concedono rimborsi spese, non pagano le coperture assicurative e sociali né tantomeno concedono indennità vacanze e a volte constringono a lavorare la domenica e nei giorni festivi con conseguenze non da poco per il lavoratore, oltre a frodare il fisco. Secondo un'inchiesta dell'Ufficio federale di statistica, il 15 per cento degli impiegati domestici sono dei "working poor": la percentuale più alta di tutti i gruppi professionali (tra questi, l'8,5 per cento è composto da stranieri, ndr).
Poveri quanto?
Secondo le statistiche ufficiali, valevoli per il 2005, il salario medio è di 3'700 franchi mensili lordi per un impiego al 100 per cento. Il problema è che la maggior parte delle persone, in questo settore non lavora a tempo pieno e, altro problema, non tutti i lavoratori sono dichiarati dunque non tutti i salari sono conosciuti dalle statistiche ufficiali… Da nostre inchieste abbiamo, ad esempio scovato persone che a Zurigo, al 60 per cento guadagnano 1'500 franchi; altri, sempre a Zurigo guadagnano tra i mille e i 1'400 franchi al 70 per cento. A Berna, al 100 per cento si possono intascare cifre che si aggirano tra i 1'200 e i 1'800 franchi mensili. Il tutto senza nessuna copertura assicurativa. Ma troviamo anche persone pagate piuttosto bene, tra i 25 e i 35 franchi all'ora trovati sempre senza assicurazioni sociali pagate. Le situazioni dunque sono molto variegate, anche per quel che ne è del tipo di impiego: abbiamo chi ha un solo datore di lavoro, chi addirittura vive presso il proprio datore di lavoro (vedi articolo sotto, ndr), o chi ha diversi datori di lavoro. Ci sono persone che ne hanno ben 14 diversi con ognuno dei quali devono negoziare un salario, una condizione di lavoro… con cui cercare di raggiungere il più possibile un tempo pieno di lavoro e garantirsi una paga decente. Cosa ben difficile da ottenere.
Quantificare il settore delle pulizie è possibile?
Nel corso dell'ultimo decennio le donne delle pulizie attive in Svizzera sono più che raddoppiate. Le cifre ufficiali fornite dall'Ufficio federale di statistica (Ust) relative al 2005 parlano di 53mila persone, di cui l'83,9 per cento  donne, e il 38 per cento stranieri. Globalmente queste persone, secondo l'Ust producono 45 milioni di ore l'anno, considerando un ritmo di lavoro a tempo pieno, ossia 48 settimane, ognuna di 40 ore. In realtà, siccome l'80 per cento delle persone lavora a tempo parziale e raggiunge una media di 13,8 ore a settimana, risulta che le persone attive nel settore sono praticamente il doppio… Secondo la sociologa Pai Tschanne, sarebbero infatti almeno 100mila. Una buona fetta è dunque in nero… E tra queste, secondo analisi scientifiche condotte a Basilea, Losanna e Zurigo, una buona fetta sono migranti sans papiers costretti a lavorare in condizioni pessime. Una recente inchiesta di Ismael Türker del Sindacato interprofessionale (Sit) di Ginevra, parla – per il 2005 – di 50mila sans papiers impiegati in economie domestiche.
A fronte di questa situazione quali sono le vostre rivendicazioni?
Da un lato vorremmo poter raggiungere più facilmente queste lavoratori e lavoratrici che sono infatti purtroppo abituate a lavorare individualmente a non avere quello spirito di gruppo, a organizzarsi a livello sindacale…. Dall'altro, il nostro obiettivo finale è poi quello di portare il lavoro delle donne di pulizie ad avere una certa uniformità, orari di lavoro regolamentati, un salario minimo e coperture assicurative e sociali per tutti. Fino ad oggi le irregolarità possono solo venire denunciate ma nulla di più: dalla denuncia si deve passare a un cambiamento della situazione per il lavoratore.
L'esempio di Ginevra messo a punto nella primavera del 2006 è un esempio da seguire?
Nel quadro delle misure di accompagnamento alla libera circolazione delle persone esiste la possibiltà di elaborare un contratto-tipo di lavoro a livello nazionale contenente salari minimi obbligatori nel caso in cui si riscontrano ripetute violazioni delle condizioni di impiego abituali. Fino ad oggi non se n'è mai fatto uso. Unia intende portare questo dispositivo di legge dalla teoria alla pratica nei fatti così come è stato fatto da un anno o poco più a Ginevra, a livello cantonale. E i risultati iniziano a farsi vedere grazie all'introduzione di salari minimi contenuti in un preciso contratto.

Ticino, anche qui si lavora in nero

Lavoro nero e domestiche. In Svizzera quando si pensa a questa fenomeno il pensiero va subito alle realtà di altri paesi. Oppure al massimo a Ginevra, dove funzionari e ambasciatori di paesi lontani e pochi scrupoli hanno tenuto e tengono in uno stato di schiavitù le loro governanti. Ma se i fatti drammatici di cronaca sulla Ginevra internazionale ci hanno aperto gli occhi da una parte, dall'altra ci siamo sopiti sulla realtà locale. Perché di persone che lavorano in nero e che vivono in uno stato di precaria dipendenza (si veda anche l'articolo sopra) ce ne sono anche da noi.
«Sono sempre stata trattata come una di famiglia, ma ora che il signore è anziano ho più paura di prima di cosa sarà di me quando non ci sarà più», così sintetizza la signora Ana* la sua preoccupazione. In Ticino ci è arrivata qualche decennio fa. Dopo alcuni anni in cui ha campato con lavori saltuari e l'aiuto di un'amica, ha conosciuto una signora di mezza età che aiutava inizialmente solo nelle pulizie grosse di casa. «La signora mi ha sempre trattato come una figlia. All'epoca io ero giovane e spaventata. Avere un posto dove potevo raccontare quello che vivevo, chiedere consigli e finalmente ridere era una vera gioia. Penso che sarei morta di malinconia altrimenti». Ana viveva sulla soglia della povertà e lo stipendio del lavoro part time che aveva trovato non le bastava per tirare avanti. Soprattutto non le bastava per poter sostenere, come ci ha spiegato, il resto della famiglia che era rimasta al paese d'origine. Per poter guadagnare qualcosa in più ha sempre fatto lavori domestici in nero. Ha fatto per anni pulizie presso privati, ha lavato e stirato biancheria. Ha tenuto i bambini quando i genitori lavoravano o semplicemente volevano concedersi finalmente una serata al cinema o alcuni giorni di vacanza. Ha curato i giardini delle case e gli orti. Ha fatto le commissioni per signore anziane e cucinato per loro. Ci spiega che è grazie alla sua indole mite che è sempre stata benvoluta e che ha sempre trovato qualcosa da fare. 
«Non posso volere male alla famiglia da cui sto. Non ne voglio parlare male, non sarebbe giusto. Sono stati e sono ancora loro che mi aiutano. Non so come avrei fatto se non ci fossero stati loro. Io voglio bene a loro e loro vogliono bene a me».
Ana non ha neppure molto da ridire sullo stipendio di 2 mila franchi che percepisce in contanti all'inizio di ogni mese. Ci spiega che non è male se si tiene conto che può mangiare e abitare gratis presso i proprietari. Di vizi, dice ridendo, non ne ha ed esce poco nel tempo libero. Al massimo va a trovare delle amiche con cui ha lavorato. Con gli anni il rapporto amichevole con la famiglia l'ha portata ad abitare in un appartamentino della casa. La padrona con cui ha condiviso tanti momenti è deceduta improvvisamente. «Me la ricordo ancora a letto come se fosse oggi. Non era più la stessa. La faccia era gonfia, non mangiava più. Sentiva che stava morendo. Io ho pianto molto quando è morta. Per me è stato come se morisse la mia seconda mamma». Dopo questo avvenimento il rapporto con la famiglia si fece ancora più stretto. Ad Ana venne offerto di smettere col lavoro part time e di dedicarsi interamente alla famiglia. «Per me non è stato facile prendere quella decisione. Avevo paura che i vicini pensassero che volevo prendere il posto della signora. Ma fra me è il padrone non c'è mai stato nulla. Questo deve dirlo». Gli anni passati trascorsi con la "famiglia adottiva" Ana li ricorda con malinconia. Soprattutto le piaceva avere intorno i bambini, ci dice. Ora che sono cresciuti e sono andati per la loro strada Ana vive accudendo l'anziano padre. Il rapporto è sempre amichevole, si fanno compagnia a vicenda. Lui le parla molto della moglie, spesso le racconta la stessa storia con le stesse parole sul modo rocambolesco in cui si sono conosciuti. Di come era bella quando era giovane. Le parla poi delle fatiche di avere una famiglia da mandare avanti, i conti da pagare. Lei invece lo aggiorna sulla sua di famiglia, gli fa vedere le foto dei nipoti. Gli spiega cosa stanno studiando quelli più grandi e cosa spera possano fare un giorno come mestiere.
«Mi mancano i bambini della signora quando rientravano da scuola – ci dice pensierosa –. Oggi nella casa non ci sono più rumori. Io e il padrone siamo troppo silenziosi. A volte penso cosa sarà di me quando il padrone non ci sarà più», aggiunge questa volta un po' più preoccupata. «Non ho più l'età per fare certi lavori. Mi fanno male le gambe e molte cose che facevo una volta ora non posso più farle». Quando le chiediamo come farà una volta che non potrà più lavorare si prende il tempo per pensare. «Se qui non servo più me ne torno al mio paese. In tanti anni sono riuscita a mettere via un po' di soldi e la vita da noi non costa come qui in Svizzera». La pensione e le rendita – ci spiega quando le chiediamo – è qualcosa che non la riguarda, «queste cose vanno agli svizzeri. A chi ha lavorato tutta una vita», aggiunge seria.

* Il nome è di fantasia

Pubblicato

Venerdì 14 Dicembre 2007

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 19 Maggio 2022