Il suo parlare è una melodia che ti avvolge e ti trasporta nelle vene profonde dell’America Latina . Le sue parole sono impregnate di quella stessa linfa che un giorno alimentava l’orgoglioso popolo dei Quechua e degli antichi Indios. Staresti ad ascoltarla per delle ore Luzmila Carpio, la cantante boliviana definita «la voce delle Ande». Da Parigi, dove l’abbiamo contattata (e dove vive attualmente), Luzmila ci racconta il suo popolo e il legame mai perduto con la Madre Terra (Pachamama). Ci racconta di quel cordone ombelicale che invano, e per due secoli, i «conquistadores» cercarono di spezzare calpestando l’essenza della cultura e della spiritualità delle popolazioni indie. Nelle sue canzoni risuona la voce dei grandi miti andini, dal «Kuntur Mallku», il Condor Maestro, che ha dato il titolo al suo ultimo Cd (l’album si è conquistato due ambiti premi francesi: il «Choc du Monde de la Musique» e il «Diaphason d’Or»), alla grande Pachamama che sarà sovrana nel suo prossimo disco (uscirà a breve) intitolato «Arrullando la Madre Tierra» («Cullando la Madre Terra»). Luzmila Carpio, già ambasciatrice dell’Unicef per la Bolivia, sarà una delle protagoniste di Festate (vedi riquadro) sabato 15 giugno a Chiasso. Il Condor è una figura molto importante nella cultura andina che lei rappresenta. Ed è anche una presenza molto forte nelle sue produzioni artistiche, una sorta di guardiano che sembra guidarla nel suo percorso. È così? Il Condor rappresenta la saggezza, è il messaggero della Madre Terra , dello spirito cosmico che permea la natura nutrice degli esseri viventi. Sulle sue ali spiegate poggia l’essenza dell’essere, la sua spiritualità , via maestra per cogliere il significato profondo della Natura. Il Condor è il messaggero della nostra memoria ancestrale, dell’energia fecondatrice del Sole, sacro al popolo Inca, senza la quale tutto si spegnerebbe. Luzmila, lei canta la Madre Terra, le radici, il Sole. Vi è un rapporto speculare tra la donna e la Natura? La donna è generatrice di vita così come la Madre Terra è produttrice di frutti. Hanno in comune la meraviglia e il mistero dell’atto creativo e appartengono allo stesso genere: femminile. Ebbene, io come artista e donna, utilizzo il canto come veicolo per mantenere viva la cultura dei miei antenati e del mio popolo presso i quali il vincolo fra donna e Natura è connotato di sacralità. Cosa ha significato staccarsi dalle sue radici, la Bolivia, per andare a vivere lontano? Appartengo a quella fortunata cerchia di persone che hanno potuto scegliere volontariamente di andare per il mondo. Io l’ho fatto consapevole di avere una missione da compiere: mantenere viva, attraverso le mie canzoni, la cultura Quechua e andina e farle conoscere oltre i confini del mio Paese. Vorrei che la gente sapesse che in altre parti del mondo, da secoli, si lotta per preservare la storia e la lingua di alcuni popoli. La loro perdita, insieme alla perdita delle tradizioni, significherebbe la perdita della propria identità. Non è facile però vivere lontano dalla mia gente, dal mio Paese anche se ogni volta che i miei impegni me lo consentono vi faccio ritorno. Intanto da anni cerco di fare qualcosa in favore della mia gente. Sto lavorando a molti progetti, uno è quello di aprire un centro internazionale per le donne musiciste che approdano in Europa e che, almeno nei primi tempi, hanno bisogno di un punto di riferimento. Per qualche anno ho seguito un gruppo di musicisti boliviani e li ho sempre fatti suonare nei miei concerti. Ora è giunto per loro il momento di muoversi in modo autonomo. E questo per me è una grande gioia: vedere che finalmente possono volare con le proprie ali, senza il bisogno della mia «guida». Anzi in luglio sarò io l’ospite dei loro concerti, interpreterò le loro canzoni. Dopo tanti anni di carriera artistica ha potuto constatare se la popolarità conquistata è stata utile alla causa del suo popolo? Guardi, il mio lavoro all’estero non è stato vano. Ho sempre cercato di essere all’altezza della mia cultura e credo che al momento stia raccogliendo i frutti di ciò che ho seminato. Se prima alcune usanze e tradizioni venivano viste come espressione d’ignoranza e quindi soffocate, oggi le persone sono sempre più consapevoli dell’importanza di un patrimonio culturale e spirituale che pone alla sua base il rispetto per la Natura. E le donne del mio Paese, da sempre privilegiate «sacerdotesse» della «Tierra Madre», hanno guadagnato il rispetto e possono esprimere sempre più liberamente il culto verso la Pachamama. Anni fa, durante un mio viaggio in Bolivia, mi hanno presentato ad una vecchietta che mi ha accolto dicendo: «Ah, la Luzmila! L’artista? Quella che canta la Pachamama». Questo è il ringraziamento più bello, il raccolto del mio popolo. Mai dimenticherò le mie radici, mia madre che mi ha insegnato a parlare alle piante, mia nonna che mi raccontava che anche i sassi sono vivi e, indicandomeli, diceva: «vedi, quello è maschio e quell’altro è femmina». Perché, secondo lei, la sua cultura ha affascinato molto anche gli europei che vanno sempre più scoprendo questi valori? Amare la Madre Terra significa imparare il rispetto per tutto ciò che ci circonda, che è al di fuori di noi e diverso da noi. La nostra cultura appartiene a tutti gli uomini che dovrebbero riscoprire l’antica armonia e il rispetto del proprio ambiente che non appartiene solo a loro ma anche alle generazioni future. La legge fondamentale della nostra cultura è la «reciprocità», lo scambio. Chi capisce questo non dilapiderà il territorio, la natura, ma saprà rispettarli così come saprà riconoscere nella voce degli altri uomini l’eco della propria voce.

Pubblicato il 

07.06.02

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