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Il silenzio di Niederurnen

di

Claudio Carrer
Il capitolo svizzero della strage dell'Eternit è per certi versi ancora più inquietante di quello italiano, perché ancora oggi, complici la disinformazione, la paura e un clima di omertà diffusa, nel nostro paese non c'è piena consapevolezza del danno umano e ambientale prodotto dalla lavorazione dell'amianto. In passato gli operai erano abbandonati al loro destino e chi oggi si batte per i diritti delle vittime soffre la solitudine, quasi l'isolamento. È un quadro della realtà testimoniato dall'esperienza, dai ricordi e dalla storia personale di un ex operaio italiano dell'Eternit di Niederurnen.

Con Franco Basciani, 46 anni, oggi Segretario sindacale, ci diamo appuntamento alla stazione centrale di Zurigo. Un luogo simbolo per lui, perché è qui che trent'anni fa, appena giunto come migrante dall'Abruzzo, prese un treno che lo portò a Niederurnen, tra le imponenti montagne del cantone Glarona, dove ad attenderlo c'era suo padre e un lavoro in fabbrica, all'Eternit. Insieme, a tanti anni di distanza, ripercorriamo quella stessa tratta ferroviaria che un tempo era una delle vie più battute dagli immigrati italiani. «Era il novembre del 1980, avevo 17 anni -racconta Basciani- e come molti miei connazionali finii in quella fabbrica maledetta, senza che nessuno mi dicesse che lì si lavorava una fibra mortale come l'amianto. L'avessi saputo me ne sarei andato immediatamente».
L'azienda metteva a disposizione degli operai anche gli alloggi: una lunga fila di baracche in lastre d'amianto dove i lavoratori avevano un letto, un piccolo spazio per cucinare e un bagno ogni sette o otto persone. Una situazione non certo confortevole. Ma le cose peggiori succedevano all'interno della fabbrica, dove le condizioni di lavoro erano le stesse descritte degli stabilimenti italiani, riferite dalle testimonianze al processo di Torino. Franco Basciani ricorda: «Capitai in un reparto in cui si tornivano tubi in cemento amianto. C'era polvere da tutte le parti. Sulle macchine c'erano degli aspiratori ma funzionavano male e non erano in grado di aspirare tutta quella mole di polvere che si produceva. Inoltre spesso i filtri si bloccavano e nello stabilimento si creava una nebbia che non consentiva di vedere oltre tre o quattro metri. E a controllare cosa non funzionasse nel sistema di filtraggio mandavano gli operai, senza maschera e a mani nude. Uscivano bianchi come dei pupazzi di neve: avevano polvere d'amianto sui capelli, in faccia, sulle mani, dappertutto. Molti di loro, in gran parte immigrati italiani, ormai sono morti». «Nel reparto attiguo al mio -continua Basciani- giungevano dalla stazione i sacchi di iuta contenti amianto che venivano aperti dagli operai
con un normale coltellino: l'operazione produceva un sollevamento di polvere ma nessuno indossava la mascherina o altre protezioni. L'azienda non le metteva nemmeno a disposizione e noi lavoratori non sapevamo nulla della pericolosità dell'amianto». Dentro l'Eternit era richiesta una disciplina assoluta: «Eravamo messi in riga. Ognuno doveva fare il proprio lavoro senza pensare troppo e tacere».
L'aspetto che più colpisce del racconto di Basciani è questa solitudine in cui erano confinati gli operai: a loro non giungeva alcuna informazione sulle conoscenze scientifiche circa la pericolosità dell'amianto (si sapeva dal 1965 che provoca il mesotelioma) e nemmeno l'eco delle mobilitazioni sindacali in corso in Italia in quegli anni (a Casale Monferrato i primi scioperi risalgono al 1976!).
Franco Basciani quando lasciò l'azienda aveva la stessa consapevolezza del pericolo di quando vi era entrato. La sua esperienza in Eternit durò solo due anni: «Fui licenziato -spiega- in seguito ad un diverbio con un superiore. Sul momento la cosa mi pose dei problemi esistenziali, ma oggi benedico quel giorno». Sono però stati due anni che lo segneranno per tutta la vita, perché Franco Basciani è ancora oggi un punto di riferimento per le vittime dell'amianto. È impegnato come volontario e addirittura a spese sue: «Ricevo tre quattro telefonate al mese (l'ultima proprio ieri) di persone che si sono ammalate, che stanno male. Raccolgo le loro testimonianze, le informo sui loro diritti, le consiglio».
Ma prima di poter prendere coscienza della realtà dell'Eternit, e questo è un aspetto davvero inquietante, ci ha impiegato quasi vent'anni: «Nel cantone Glarona la vera informazione sull'amianto è partita con il lavoro sindacale nel 2002 e ancora oggi nella popolazione rimane un argomento tabù. Coloro che negli anni Novanta cercavano di capire si trovavano di fronte un muro. L'unica preoccupazione dei vertici dell'Eternit era ed è quella di occultare la verità: solo all'inizio degli anni 2000 iniziarono ad arrivare le prime conferme, anche sulla spinta delle inchieste avviate in Italia per la morte di ex operai immigrati. Allo stato attuale, l'azienda riconosce 70 morti e 200 malati, ma abbiamo elementi e testimonianze per affermare che sono parecchi di più. Molti sono morti e continuano a morire senza sapere esattamente perché».
Arrivando nella stazione di Niederurnen/Oberurnen (due comuni di un fondovalle che costituiscono un unico agglomerato di circa seimila abitanti), ci si rende immediatamente conto di entrare nella "città dell'Eternit". L'azienda si sviluppa proprio lungo i binari della ferrovia: in pratica, scendendo dal treno si entra in Eternit. Franco Basciani ci fa subito notare le bandiere bianche con la scritta rossa che sono esposte lungo le strade del comune dal 2003, quando l'impresa festeggiò i cento anni. «Almeno questo avrebbero potuto evitarlo», commenta l'ex operaio senza nascondere una certa irritazione. «Mi chiedo cosa avessero da festeggiare: in questo luogo è stato scritto un capitolo di brutalità umana».
Le strade attorno al grande complesso industriale sono quasi deserte: è venerdì sera e poi la fabbrica non è più quella di un tempo che dava lavoro a più di mille persone. Oggi i dipendenti sono qualche centinaio (l'addetta stampa dell'azienda ci nega un'informazione esatta «al telefono» e ci indica che complessivamente nei due stabilimenti di Niederurnen e Payerne sono «circa 500»).
Basciani ci mostra i carrelli con cui venivano trasportati i sacchi di amianto dalla stazione alla fabbrica, il terreno su cui sorgevano le baracche degli operai, il reparto dove si producevano le lastre ondulate.
Arriviamo davanti all'entrata principale (al numero 3 della Eternistrasse!) dove Basciani trent'anni fa fece il suo ingresso in fabbrica e firmò il primo contratto di lavoro e dove nel 2002 fu aggredito «dai mastini dell'azienda» insieme ad altri militanti sindacali impegnati in un'azione di volantinaggio. A differenza di altre occasioni, la sua presenza passa inosservata: «Di solito interviene l'addetto alla sicurezza, che dispone delle mie fotografie "segnaletiche"».
Ci incamminiamo dunque verso il centro di Oberurnen, dove Basciani vive con la sua famiglia, moglie e tre figli. Come fosse un cicerone, ci indica il fabbricato dove hanno sede gli uffici, i laboratori di ricerca («qui lavorava un ingegnere morto qualche settimana fa, di mesotelioma»), ci mostra il bar del paese un tempo ritrovo degli operai italiani, il municipio, la posta, la latteria, la chiesa. E il cimitero, dove riposano molti ex colleghi e amici. E poi le case dove vivevano o dove ci sono dei malati.
Lungo la strada Basciani viene salutato cordialmente dalla gente che incontriamo. In paese lo conoscono tutti, ma non tutti lo amano, perché è uno che con la storia dell'amianto «rompe le scatole», perché parla "male" dell'Eternit che qui ha dato e dà il pane alla gente, perché da queste parti chi cerca e dice la verità dà fastidio. «Qui -racconta Basciani- c'è addirittura chi continua a negare la pericolosità dell'amianto. Anche le famiglie direttamente colpite dalla malattia si chiudono nel loro dolore ed evitano rigorosamente di parlarne. La gente ha paura, perché l'Eternit è una potenza, un'azienda profondamente radicata nel tessuto sociale, che ha saputo fare terra bruciata intorno a quelle poche persone (come medici e avvocati) che si sono mossi nell'ambito di questa vicenda. So addirittura di gente che non si espone perché teme di perdere la pensione».
Insomma, nel cantone Glarona «non si muove niente e nessuno». «La cosa più triste è il comportamento di quelli che hanno studiato, che sapevano ma non dicevano nulla allora e non dicono nulla oggi. È allucinante», conclude Basciani ponendosi per l'ennesima volta una domanda semplice semplice ma che da troppo tempo è senza risposta: «Io ero un operaio e ci ho impiegato vent'anni per scoprire la verità. Ma i medici, l'ispettorato del lavoro e la Suva (che misurava la polvere dello stabilimento) dov'erano?».

Pubblicato

Venerdì 23 Aprile 2010

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