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Il senso delle parole. È tempo di conoscere il vocabolario dell'avversario

di

Loris Campetti
Il lavoro? Una variabile dipendente. Da chi? Dal capitale e dalle sue esigenze. È il rovesciamento delle categorie che, da Marx in poi, hanno guidato la lotta per l’emancipazione di miliardi di uomini e donne in tutto il modo. La lotta di classe come motore della Storia nella storia di un intero secolo, il Novecento; il lavoro come valore, quindi «variabile indipendente». A quest’impianto considerato «obsoleto» le forze economiche, politiche e culturali dominanti – con l’imbarazzo e spesso la subalternità dei partiti nati dalla tradizione del movimento operaio – stanno tentando di sostituirne un altro in cui il motore della storia non sarebbe più il conflitto tra i due soggetti della produzione, capitale e lavoro, ma quello tra sistemi-paese, tra capitali, tra aziende, tra lavoratore e lavoratore. Sotto la voce neoliberismo (o neoliberalismo, traducendo letteralmente dalla lingua spagnola), si cela uno straordinario processo di restaurazione pre-marxiana ricco di sostantivi nuovi (globalizzazione), oppure antichi (riforme, modernizzazione) ma completamente ribaltati nel significato. Se questa è la tigre non proprio di cartapesta con cui deve fare i conti il movimento sindacale in questo primo squarcio di secolo, conviene sfogliare il vocabolario dell’avversario per evidenziarne la pericolosità. Competitività. Per costruire un paio di mocassini che costano al consumatore 100 mila lire, l’imprenditore scarparo marchigiano spende diciamo 60 mila lire, tra materie prime, costo del lavoro, tasse, distribuzione e quant’altro. Ma nell’azienda del suo concorrente pugliese, le spese si riducono a 50 mila lire, grazie al minor costo della manodopera e all’utilizzo degli operai in nero. Cosicché al negozio il mocassino pugliese potrà essere venduto a 90-95 mila lire. A questo punto l’imprenditore marchigiano convocherà i suoi rappresentanti sindacali e proporrà loro due strade per non uscire dal mercato e non mettere così a rischio tanti posti di lavoro: o mi fate risparmiare soldi, riducete le pretese (i diritti, diremmo noi), fate gli straordinari e tutto quel che serve nel libero mercato (flessibilità senza contropartite), oppure sarò costretto ad andare a produrre mocassini dove non hanno tanti grilli nella testa, a Timisoara per esempio. A sua volta, lo scarparo pugliese si sentirà minacciato dalla riduzione dei costi conquistata dal suo concorrente marchigiano che ha scelto la delocalizzazione in Romania e a sua volta porterà il cuoio a Tirana, dove la lavorazione di una tomaia costa cento lire, un terzo in meno che a Timisoara. La catena (del profitto, non del valore), se non verrà spezzata, si allungherà sempre più, perché c’è comunque un paese più a sud o più a est dove la miseria prodotta dagli ordini del Fondo monetario internazionale produce forza lavoro di riserva (con conseguente dumping sociale), disponibile a operare in qualsiasi condizione. È il supermarket del lavoro, lo scempio dei diritti. È il meccanismo che fa crescere lo sfruttamento nel mondo, di uomini e sempre più di donne e bambini. A praticare la delocalizzazione non sono soltanto piccole e medie aziende, ma il fior fiore delle grandi imprese e delle multinazionali immerse nella globalizzazione, che impongono il loro logo nei cinque continenti grazie allo sfruttamento ottocentesco nei paesi poveri, ammazzando di fatica bambini di 8-9 anni. Si difendono così: nelle nostre aziende siamo in regola con le legislazioni dei singoli paesi e con le normative internazionali. Noi compriamo semilavorati da altre aziende di cui non siamo responsabili. Prendetevela con chi ha responsabilità. Ci vorrebbe tanto a imporre alle multinazionali la responsabilità dell’intera filiera? Competitività tra stati, dicevamo, tra aziende e infine tra lavoratori. Se lo schema è quello che abbiamo indicato, è ovvio che, in nome della competitività, nel nord ricco del mondo i padroni tentino di rompere l’unità dei lavoratori mettendo gli uni in concorrenza degli altri. Per raggiungere questo scopo si utilizza il grimaldello della flessibilità e della precarizzazione del lavoro: lavoratori in affitto, lavoratori a termine, apprendistato in varie forme. Per fare un solo esempio, oggi alla Fiat chi costruisce automobili lavora come in un cantiere navale o edile: terziarizzazione o outsourcing di quantità crescenti di lavorazioni (appalti e subappalti), figure operaie nuove, cioè precarie, contratti di lavoro diversi e dunque salari, orari e sicurezza differenziati per fare tutti lo stesso identico lavoro. Cosicché, un altro caposaldo della cultura sindacale novecentesca viene buttato alle ortiche, quello che diceva «a parità di lavoro parità di salario e trattamenti». Anche nel settore impiegatizio, tecnico, amministrativo, di ricerca, il fenomeno dell’espulsione e terziarizzazione del lavoro è rilevante: le stesse persone continuano a fare lo stesso lavoro di sempre per l’azienda, ma lo fanno come lavoratori autonomi, non più dipendenti dalla ditta che così risparmia soldi in contributi (in Italia questi lavoratori, subalterni a tutti gli effetti, si chiamano cococo, collaboratori coordinati e continuativi). Hanno la faccia tosta di chiamare questa moderna forma di precarizzazione con il termine autoimprenditoria. Sempre nel nord ricco del mondo, gli imprenditori non si accontentano di strappare dai rispettivi governi leggi che favoriscano la flessibilità totale del lavoro attraverso lo smantellamento dei criteri tradizionali di regolazione del mercato del lavoro, reintroducendo l’odiosa categoria del caporalato: pretendono di imporre il loro punto di vista sull’intera politica economica dello stato. Dunque, riduzione della spesa sociale che poi si traduce nella progressiva messa in mora del welfare state. Come? Privatizzando il sistema pensionistico e i servizi in genere, a partire dalla scuola e seguitando con la sanità. Sono quelle che si chiamano, con ipocrita presunzione di neutralità, le riforme. Che a loro volta sono indispensabili alla modernizzazione del paese attraverso l’innovazione per renderlo efficiente, competitivo, risparmioso, e avanti con tutti i luoghi comuni del liberismo. Se poi passiamo dal nord al sud e all’est del mondo, c’è una parola magica che è alla base delle ricette del Fondo monetario: le privatizzazioni di tutto l’apparato industriale, dell’agricoltura e dei servizi. Si sa che prima di privatizzare un’azienda (cioè venderla alle aziende straniere) bisogna risanare, cioè licenziare tutti i lavoratori in esubero. Sennò, chi se la compra? Quel che non è risanabile va chiuso. Gli effetti sociali di queste politiche sono sotto gli occhi di tutti. L’ultimo terreno di conquista è l’est europeo, trasformato in un supermercato dopo la caduta del muro di Berlino. Sia chiaro, le leggi del Fmi sono flessibili e non valgono per tutti allo stesso modo. Per esempio, la Turchia e l’Argentina sono due paesi economicamente e socialmente sull’orlo del baratro, anche grazie alle suddette ricette delle grandi istituzioni internazionali che producono più che privatizzazioni, licenziamenti di massa. Come mai, allora, l’Argentina esplode e gli assalti alle banche e ai negozi si susseguono senza soluzione di continuità, mentre invece in Turchia bene o male la situazione resta sotto il controllo dello stato forte? Semplice, perché Fmi e Banca mondiale continuano a buttare i soldi nel pozzo senza fondo (e senza «riforme») di Ankara, mentre a Buenos Aires non arriva più una lira. E perché questa discriminazione? Ancora più semplice, perché la Turchia è il bastione meridionale della Nato, cioè degli Stati uniti. E dell’Argentina, nello sprofondo delle Ande e del Mercosur, chi se ne frega. Non tocca a noi progettare politiche sociali e sindacali alternative a quelle del nuovo ordine mondiale (noi ci siamo limitati a svelare l’imbroglio che c’è dietro il nuovo linguaggio del liberismo). Questo compito toccherebbe ai sindacati, e alle forze politiche che si richiamano alla storia e ai valori del movimento operaio. Il quale movimento operaio, e non solo nella vecchia Europa, qualche messaggio continua a mandarlo alle sue rappresentanze. Alternative ce ne sarebbero, basterebbe cercarle.

Pubblicato

Venerdì 26 Aprile 2002

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