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Il senso della sobrietà

di

Silvano Toppi

Con la crisi da coronavirus è riemersa la parola sobrietà. Come inevitabilità imposta da un minuscolo invisibile e mortifero elemento esterno, più che come scelta personale. Forse ce ne rendiamo maggiormente conto perché è Pasqua con tutte le sue feste. Come avvertimento per una logica dimenticata: quella di dover porre un freno alle irrazionalità di una crescita che pretende di non avere limitazioni o alle conseguenze devastanti di una universalità o globalizzazione solo economiche. Come riscoperta dell’etica che induce a ripensare i propri comportamenti umani, riprendere coscienza dei propri limiti, dell’“altro” di cui non puoi fare a meno, dell’uno per tutti e di tutti per uno (principio proclamato sull’arco del parlamento svizzero) che è contrastare l’assolutismo dell’interesse privato, perno del sistema dominante.


Passare dalla parola ai fatti non è né semplice né facile, neppure in circostanze costringenti. Attanagliati in un’economia in cui la condizione per esistere è il sempre maggior consumo, la sobrietà è non-senso, pericolo, cosa di cui non è proprio il caso di parlare in questo momento, morte dell’economia. Obnubilati in una società in cui si è rusciti a far credere che il maggior consumo è un obbligo etico perché si traduce in sviluppo umano, benessere per tutti, creazione di lavoro e reddito da spendere, fonte di profitti per nuovi investimenti, la sobrietà diventa doppiamente nemica: perché imposta dall’esterno e perché in opposizione al proprio modo di essere e di vivere. Tanto da rendere improvvisamente “etico”, e non solo economicamente salvifico, l’indebitamento quasi senza limiti dello Stato, sempre avversato come il male di tutti i mali, anche con ferrei imperativi costituzionali (sia federali, sia cantonali). Anche se in realtà è stato pretesto per una politica per tagli al sociale, per le politiche fiscali opposte alla ridistribuzione della ricchezza e favorevoli alle disparità di reddito e per la promozione assurda dell’indebitamento delle famiglie. Ch’era, a ben pensarci, una sorta di assurda sobrietà o austerità imposta ad alcuni e non ad altri, vivaio di populismi.


Sobrietà è moderazione, essenzialità, semplicità. Si raffigura con uno stile di vita che rifugge da ogni forma di eccesso o di superfluo, che tien conto della condizione dell’altro e dell’uso della natura. Forse per questo è perlopiù percepita come pena, martirio. Certamente perché tutto vien misurato con il denaro, con quanto ne hai e quanto ne spendi e quindi quanto vali e quanto appari consumando. Emergono allora due situazioni singolari: è fatalmente sobrio chi ha poco reddito o vi è costretto da circostanze mefitiche; si confonde povertà, costrizione, privazione di libertà, con la sobrietà, che è invece scelta e libertà.


La sobrietà può essere solo scelta voluta ed è rinuncia a qualcosa. Qui sta il punto divaricante. Che solo la persona può affrontare. Se prevale la mentalità dominata dall’economia dell’accapparramento e dell’accumulazione, dell’ingiustizia distributiva, fondata sul quanto possiedi, spendi e mostri, sarà solo perdita o imposizione di qualcosa. Se riscopro e scelgo valore e senso della sobrietà, sarà riscoperta di me stesso e dell’altro. La crisi ci mostra le conseguenze nefaste della coppia formata dalla dismisura e dal malessere. La sobrietà potrebbe significare allora rinuncia all’appariscenza, al superfluo, ma soprattutto libertà di scegliere la propria vita senza lasciarsela imporre, neppure da un morbo mortifero.

Pubblicato

Giovedì 9 Aprile 2020

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