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Il sapore antico della tragedia di Mattmark

di

Michele Schiavone

Negli anni della dematerializzazione del lavoro, del lavoro che genera ricchezza e profitto facendo leva sui servizi e sulle plusvalenze immobiliari, la tragedia di Mattmark rischia di avere un sapore antico, quasi a rappresentare un mondo lontano dalle nostre abitudini e consuetudini.

 

Eppure sono trascorsi soltanto 48 anni, dal 30 agosto del 1965, da quel triste evento in cui persero la vita decine di operai italiani, impegnati in una sfida disumana contro la natura, risultata tragica e perdente per molti di loro. La costruzione di una diga, assieme alla perforazione di una delle montagne più alte d’Europa, doveva permettere la costruzione di una galleria per facilitare il trasporto di merci e persone ed agevolare il traffico. Il bacino della diga, invece, oltre al contenimento regolato delle acque alpine, doveva creare energia e quindi ricchezza. La costruzione della diga di Mattmark, alla pari dei lavori dei trafori delle Alpi, rappresentava un contributo dell’uomo alla modernità, nella quale avrebbero dovuto trovare spazio l’idea dell’Europa moderna portatrice di nuovi diritti, di prosperità e benessere civile, economico e sociale.


Quegli uomini seppelliti dalle nevi della montagna erano italiani, figli della diaspora, partiti verso la Mitteleuropa con le valigie di cartone, accomunati dallo stesso destino e dalla voglia di riscatto dalle difficili condizioni di vita in cui li teneva il nostro Paese. Per noi italiani in Svizzera i morti di Mattmark sono il simbolo di quella grande comunità italiana della prima generazione, che ritornando a casa stremata dal duro lavoro aveva sul volto il sudore della fatica, di chi era segnato anche fisicamente dalle difficoltà di guadagnarsi il pane.

 

Era gente che non si vergognava di fare sacrifici, nonostante le difficoltà ambientali, le vessazioni e le angherie a cui veniva sottoposta. Nonostante quelle ristrettezze, quella nostra comunità riuscì a costruire un futuro per le successive generazioni e favorì il progresso economico e civile della Confederazione elvetica.
Quel loro sacrificio è stato ricordato con enfasi quest’anno, l’8 agosto a Marcinelle, dalla presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, in occasione della giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo. Nel suo discorso celebrativo la presidente ha ammonito i presenti ricordando che “…Senza diritti si muore. Il lavoro continua ad uccidere, quando è senza tutela e anche quando non c’è, oggi come allora. La memoria deve essere alimentata e fare da guida a noi e ai nostri figli: dobbiamo essere orgogliosi del nostro passato e delle nostre origini".


Perciò, il nostro pensiero non può soffermarsi sul tempo che scorre inesorabile verso l’oblio, tanto meno diventare l‘arcano infelice e terribile della vita, ma il ricordo può e deve diventare esempio da cui partire per guardare in faccia il futuro con maggiore fiducia.  Ricordare Mattmark ed i suoi eroi, per noi cresciuti all’ombra di una storia che rischia di sbiadirsi, non è un esercizio di pura celebrazione, ma dovrà diventare l’architrave su cui costruire gli obiettivi futuri delle giovani generazioni, di tutte le lavoratrici e dei lavoratori in Svizzera e in Europa.

Pubblicato

Lunedì 2 Settembre 2013

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