Lavoro e ambiente

Emanuele La Barbera, un veterinario palermitano quarantenne, cercava da tempo «un posto tranquillo e lontano da tutto» per avviare la produzione di formaggi freschi di capra. Finalmente credeva di averlo trovato sull’altopiano dell’Alfina, tra il lago di Bolsena e la città di Orvieto, a mille chilometri di distanza dalla sua città. In questa distesa di boschi e campi coltivati interrotti solo qua e là da casolari e masserie si è trasferito con sua moglie e ha messo in piedi una fattoria che ha chiamato “Il secondo altopiano”. La tranquillità sospirata è finita il giorno in cui ha visto una ruspa «enorme» al lavoro per dissodare un terreno vicino. «Mi sono accorto subito che non erano lavori comuni», racconta. Dopo un po’ i nuovi arrivati hanno cominciato a recintare i terreni, chiudendogli la vista. Tra i contadini del luogo circolavano voci incontrollate su quello che stava accadendo e, per saperne di più, un giorno La Barbera è montato in groppa al suo cavallo ed è andato a chiedere spiegazioni agli operai che stavano dissodando i terreni. Ha scoperto che due imprenditori di un comune vicino avevano comprato duecento ettari di terre dove le pecore pascolavano liberamente. Ci avrebbero piantato noccioli e nel giro di cinque o sei anni, il tempo di maturazione di una pianta, avrebbero venduto i frutti alla Ferrero.

Una regista in prima fila
Temendo che pure la proprietaria dei terreni che aveva fittato per le sue capre avrebbe potuto cedere ai produttori di nocciole, La Barbera ha organizzato la resistenza alla multinazionale. Ha convocato un’assemblea nella sua fattoria alla quale hanno partecipato una sessantina tra agricoltori e allevatori della zona. Al termine, hanno deciso di creare un comitato al quale hanno dato il nome di un crocevia che per loro è un punto di riferimento: le “Quattro strade” che segnano il confine tra Lazio, Toscana e Umbria. Il neonato comitato ha presentato due esposti: il primo contro l’abbattimento di un «uliveto secolare» per far posto alle nuove colture, il secondo contro la recinzione «abusiva» delle terre. Poi, tra la primavera e l’inizio dell’estate, ha organizzato due convegni a Orvieto.


In tutte le occasioni, in prima fila c’era la regista cinematografica Alice Rohrwacher, che da queste parti è nata, ci vive ed ha ambientato due suoi film: Le meraviglie (Gran premio della giuria al festival di Cannes) e il più recente Lazzaro felice. «Quando me l’hanno detto, non sono rimasta particolarmente colpita», confessa la regista, «mi chiedevo perché quei contadini erano contro una pianta». Poi ha capito che il problema non erano gli alberi, ma piuttosto la corsa ad accaparrarsi le terre e la loro trasformazione in una monocoltura che avrebbe stravolto il paesaggio e distrutto la biodiversità del luogo. Per questo, dalle pagine del quotidiano la Repubblica ha lanciato un appello ai governatori delle tre regioni fra le quali è suddiviso l’Alfina, dicendosi «preoccupata» per l’impatto socio-economico e sull’ambiente della monocoltura delle nocciole. «In pochi anni sarà distrutta l’economia del paesaggio che sostiene questi luoghi», spiega.

L’indifferenza dei politici
Le risposte non sono state quelle sperate, nonostante tutte le regioni interessate siano governate dal centrosinistra, di solito più attento alle questioni ambientali e sociali. «Non si affrontano certe questioni ponendo divieti alle coltivazioni», le ha mandato a dire la presidente umbra Catiuscia Marini (Pd), mentre il governatore toscano Enrico Rossi (Pd) ha interpretato la missiva come un «desiderio di ritorno al passato» e quello laziale Nicola Zingaretti (che è pure segretario nazionale del Partito democratico) non è intervenuto nel dibattito.


Forse l’esito era scontato, visto che tutti e tre hanno firmato accordi con la Ferrero per aumentare la produzione di nocciole da destinare a una versione internazionale, senza liquore, dei cioccolatini Mon Chéri e alla Nutella, la crema spalmabile più diffusa al mondo. Difficile resistere a un colosso che promette investimenti e lavoro, specie se si tratta di un fiore all’occhiello del Made in Italy che, invece di delocalizzare nell’Est Europa o in Oriente, sceglie di riportare a casa una parte della sua produzione (attualmente per il 70 per cento in Turchia e Georgia). È quello che è accaduto con il Progetto Nocciola Italia della multinazionale dolciaria, la terza al mondo con 10,7 miliardi di fatturato all’anno e oltre 35mila dipendenti, guidata da Giovanni Ferrero, l’uomo più ricco d’Italia con un patrimonio stimato da Forbes in 22 miliardi di dollari. Per questo, quando la Ferrero ha deciso di aumentare al 30 per cento la quantità di nocciole prodotte in Italia, in ogni luogo adatto alla coltivazione del frutto autunnale è scattata la corsa all’accaparramento e alla riconversione delle terre, con il beneplacito dei politici locali. In Basilicata, dove non esistevano coltivazioni intensive di nocciole, 46 imprese locali si sono lanciate nell’affare e hanno stretto un accordo con Ferrero, che ha garantito di acquistare il 75 per cento della loro produzione per vent’anni a un prezzo bloccato.


La stessa cosa è accaduta sull’altopiano dell’Alfina e nella vicina Alta Tuscia viterbese, dove il progetto ha incontrato un’inaspettata resistenza, guidata da una leader d’eccezione come Alice Rohrwacher. Grazie all’impegno pubblico della cineasta, la protesta dei contadini e degli ambientalisti ha valicato i confini di questa piccola e poco densamente popolata area dell’Appennino centrale. Al primo appuntamento, lo scorso 16 marzo, intitolato “I noccioli del problema”, la Sala del Governatore del Palazzo dei Sette a Orvieto era gremita al punto che hanno dovuto montare uno schermo nell’atrio per permettere a chi non riusciva a entrare di ascoltarlo. Sono arrivati i comitati della Maremma toscana e dell’Alta Tuscia, ambientalisti ed esperti, la scrittrice Susanna Tamaro e il regista americano Jonathan Nossiter. Lo street artist francese JR cercava soggetti da fotografare per una mega-installazione tra i noccioleti dell’Alfina. Il presidente del Biodistretto delle Forre e della Via Amerina – un’area che comprende 13 comuni della Tuscia e dei Monti Cimini – Famiano Crucianelli (uno dei fondatori del quotidiano il manifesto, in seguito parlamentare del Pdup e sottosegretario agli Affari esteri durante il governo Prodi nel 2008) ha spiegato che nel Viterbese 25mila ettari di terreni sono già stati convertiti in noccioleti, mentre la dottoressa Antonella Litta dei Medici per l’ambiente ha denunciato la perdita di biodiversità e i rischi per l’ambiente e per la salute causati dall’utilizzo di erbicidi, insetticidi e fertilizzanti. Gli ambientalisti della Tuscia, dove già si concentra la gran parte della produzione di nocciole italiane (in particolare la cosiddetta Tonda gentile romana), hanno denunciato l’inquinamento del lago di Vico, causato dall’utilizzo massiccio di fitofarmaci e pesticidi. Gabriele Antoniella del comitato Quattro strade ha sottolineato il pesante impatto economico della conversione produttiva del territorio dell’Alfina e l’agroeconomo Andrea Ferrante, già presidente dell’Aiab (l’associazione italiana del biologico), ha sostenuto che l’obiettivo è «elaborare una strategia comune per non diventare schiavi delle nostre produzioni».
I contadini dell’Alfina e dell’Alta Tuscia hanno incassato il sostegno di Slow Food e sono entrati in contatto con i loro omologhi in Georgia e Turchia, dove la Ferrero produce il 70 per cento delle nocciole che utilizza per i suoi prodotti, mentre sette sindaci dell’area del lago di Bolsena hanno emesso delle ordinanze che vietano la coltura intensiva di nocciole nei loro Comuni. Si è trattato di un gesto simbolico che il primo cittadino di Gradoli, Luigi Buzi, ha definito come «un sasso nello stagno per sensibilizzare tutti, in particolare la Regione e il ministero dell’Ambiente e della Salute».


Per Jacopo Battista, un agronomo romano che ha aperto un’azienda agricola a pochi chilometri dalla celebre rupe di Orvieto, si tratta di «una battaglia difficile perché silenziosa e perché è difficile spiegare per quale ragione siamo un movimento che si batte contro chi pianta alberi». Battista sostiene che, per vincerla, bisognerebbe guardare a Bruxelles più che a Roma, mettendo in discussione i Piani di sviluppo rurale dell’Ue, che consentono di prendere finanziamenti per produzioni biologiche e dopo cinque anni di passare a colture tradizionali, guarda caso proprio i tempi di crescita di una pianta di nocciole. A suo parere, non tutti pensano di vendere i loro prodotti alla Ferrero, anche se gli investimenti di quest’ultima avrebbero dato un’accelerata al fenomeno. Molti mirerebbero solo a ottenere i più immediati finanziamenti europei. «Se non ci fossero i contributi dell’Europa, chi convertirebbe i terreni in noccioleti, sapendo che queste piante non sono produttive se non dopo anni?», afferma. Come che sia, il problema, per La Barbera, è che «ci stanno togliendo la terra da sotto i piedi».

Pubblicato il 

29.08.19..
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