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Il saio, uno strumento di dialogo

di

Fabia Bottani
Fra Martino, in un'intervista lei ha affermato che «A tredici anni le scelte professionali che mi si presentavano erano o cuoco o falegname o… prete». Davvero la scelta non era più vasta? E perché questa scelta?
Mi sono spesso chiesto da dove mi venisse l'idea di diventare prete. In famiglia non era di tradizione la presenza di ecclesiastici, benché sia sul piano religioso che su quello politico ci fosse una vicinanza con la sensibilità cattolica. Come credente, ho cercato una risposta a tale domanda nel concetto di vocazione, di chiamata divina, anche se con il tempo mi sono reso conto che non bastava a spiegare una scelta tanto importante ed insolita. Ho riconosciuto nel mio desiderio di diventare prete la volontà di essere sostanzialmente al servizio degli altri. È quanto cerco di realizzare, da quasi vent'anni, come Cappuccino. A tredici anni ero interessato sia ad un'attività artigianale, sia a un impiego più intellettuale. Avevo già escluso di costituire una mia famiglia, nonostante abbia sempre avuto un ascendente positivo sui bambini. Nel mio piccolo mondo di allora, marcato dalla cultura contadina e dalla presenza di una madre d'origini protestanti, lo spettro delle possibilità non poteva essere più ampio, perché volevo fare qualcosa di utile per gli altri, senza mettere in primo piano un pur legittimo tornaconto personale e finanziario.
Lei ha anche detto che "non avere una famiglia e appartenere a una comunità religiosa le permette di avere un maggiore margine di manovra". Cosa ha lei in più di un uomo "qualunque" da pensare di avere maggiore margine di manovra?
Non credo di avere nulla di speciale rispetto a qualunque essere umano. Mi sento una persona normale, benché abbia scelto una "professione" ormai fuori moda, com'è quella del frate. L'appartenenza a una comunità religiosa – una sorta un po' anomala di ambiente familiare, impostato su un piano insieme gerarchico e paritario – mi permette di muovermi con minori vincoli rispetto alle esigenze poste da una famiglia. Ho sempre percepito quest'ultima come una realtà a cui avrei dovuto dedicarmi in maniera quasi esclusiva. È chiaro che la vita comunitaria ha i suoi ritmi e i suoi tempi, ed il fatto di essere sovente impegnato all'esterno può provocare incomprensioni al suo interno. Non di meno, l'essere membro di una comunità che ha iscritto nel suo programma la fratellanza universale, mi permette di muovermi senza eccessivi legami istituzionali e di mettermi accanto, come un piccolo fratello, a quanti faticano ad andare in avanti da soli, senza distinzioni di ruoli, né preferenze etniche e religiose.
Lei in Ticino si è distino tra le altre cose per aver animato la Mensa dei Poveri del Convento di Lugano. Quali sono stati i primi sintomi di povertà in una città "ricca" come Lugano?
La Mensa dei Poveri, tengo a sottolineare, in primo luogo, è un servizio che abbiamo sempre avuto, a Lugano come in tanti altri luoghi. Giunto a Lugano come responsabile del Convento, sei anni fa, mi sono assai in fretta reso conto che, da un lato, aumentava il numero di persone che ci domandavano un aiuto alimentare; dall'altro canto, ho constatato che in diversi casi non bastava dare cibo, bensì era necessaria una presa a carico più ampia: vestiti, alloggio, lavoro o il disbrigo di pratiche amministrative. Perciò ho cercato di riorganizzare il servizio della Mensa, facendo capo soprattutto a collaboratori esterni. Ho partecipato alla costruzione di una rete trasversale di sostegno. Per me, ciò è avvenuto nella consapevolezza che, malgrado le apparenze, la ricca Lugano ospitava tra le pieghe del suo tessuto sociale anche persone in difficoltà, sia residenti che di passaggio, a cui era necessario prestare debita attenzione, come complemento all'intervento pubblico.
Nei confronti degli enti pubblici lei è molto critico tanto da affermare che "devono darsi da fare maggiormente e non semplicemente indirizzare le persone povere agli enti ecclesiastici per lavarsene le mani"…
Sì, ho talvolta l'impressione, confermata dall'esperienza, che ci sia un diniego di responsabilità sociale da parte dell'ente pubblico, soprattutto nei confronti delle fasce più deboli o potenzialmente a rischio della società. La politica degli stranieri è solo un esempio fra tanti: se sono benestanti – o meglio ancora ricchi – e con un livello elevato di formazione, gli immigrati sono benvenuti; altrimenti devono affrontare una gincana di pratiche burocratiche per potersi stabilire in Svizzera e contribuire, magari con il loro modesto lavoro, al nostro benessere nazionale. Il medesimo discorso si applica pure a tutte le persone che, per vari motivi, fanno capo alle indennità sociali. Noto una pericolosa tendenza, dettata in genere da chi è riuscito a ritagliarsi un posto al sole, a colpevolizzare o persino a criminalizzare quanti dipendono dall'aiuto sociale. E se lo Stato si tira indietro, a nome della quadratura dei bilanci o della razionalizzazione dell'uso delle risorse pubbliche, è inevitabile che debbano supplire la società civile o le opere religiose. In realtà, la mia critica non è indirizzata soltanto agli enti pubblici, bensì alla collettività nel suo insieme e alla sua crescente incapacità di riconoscere la presenza di persone bisognose del nostro sostegno.
Oltre che di poveri lei si occupa anche dei richiedenti l'asilo, avendo dato vita all'Osservatorio Migrazioni Ticino. Cosa ha "osservato" in questi mesi, cosa è cambiato dopo il 24 settembre 2006?
Osservo un progressivo inasprimento nell'applicazione delle Leggi sull'asilo e sugli stranieri, accettate dalla maggioranza dei votanti l'autunno dell'anno scorso. A mio avviso, queste due normative sono il frutto amaro di una propaganda demagogica indegna di un paese civile, a cui le nostre istituzioni e la società non hanno saputo rispondere con ragionevolezza. La Svizzera che accetta d'inserire nel suo sistema legale forme palesi di discriminazione mostra di dare più fiato alla paura, all'emotività, che al bisogno di cercare insieme agli immigrati  – e non, come si sta facendo, contro di loro! – delle forme corrette ed eque di convivenza, nel tentativo di rendere partecipi tutti del benessere acquisito in comune. Mi rattrista poi la freddezza imposta dall'Ufficio federale della Migrazione nella messa in opera delle due leggi: a mio giudizio, è un modo di sinistra memoria di spegnere la coscienza dei funzionari preposti, nonché degli esecutivi federali e cantonali, che non considerano di avere a che fare anzitutto con esseri umani e non solo a fonti di costo...
Qual è la sua definizione di integrazione?
Per me integrazione significa fornire all'altro, indipendentemente dalla sua origine, le pari opportunità esistenziali offerte a qualunque cittadino. Significa rifiutare la mentalità paternalistica di chi concede con il contagocce presunti privilegi riservati a pochi. Significa superare l'illusione di poter imporre i propri usi e costumi all'altro, senza tenere conto delle sue radici culturali e spirituali.
Il 30 per cento della popolazione svizzera ha dimostrato di sostenere l'Udc, un partito con una posizione chiara in materia di stranieri e di asilo. C'è dunque margine di manovra, in questo contesto, per visioni come la sua?
Ritiene chiara la posizione dell'Udc e delle altre formazioni politiche di estrema destra sugli stranieri? A me sembra che la loro sia invece una posizione assai nebulosa e schizofrenica! Perciò ritengo necessario cercare di allargare gli orizzonti della gente comune e dei politici, mostrando loro non solo le contraddizioni della politica democentrista, bensì offrendo alternative valide. In tutta sincerità, vorrei vederle presentate dalla sinistra, la quale mi sembra cada invece spesso nella trappola della pura contrapposizione ideologica.
Dal 1° gennaio assumerà la direzione di Sos Ticino. Da cosa si noterà il cambio di testimone? Cosa cambierà? E, soprattutto, cosa è più urgente fare?
Si noterà il cambio di testimone... dal colore del mio vestito! Credo che sia un segno di apertura l'assunzione da parte di un ente di sinistra, tradizionalmente slegato dalla Chiesa, di un religioso. Al di là della forma, il mio primo impegno sarà rivolto verso il consolidamento dei servizi offerti dal Sos Ticino a disoccupati, richiedenti l'asilo, rifugiati riconosciuti e persone in condizioni di precarietà. Credo che sarà importante sviluppare sinergie non solo con lo Stato, bensì pure con enti e persone di sensibilità simili, come contributo alla tessitura di una rete sociale rinnovata e consolidata.
Con il suo lavoro al Sos sarà confrontato con persone appartenenti a una religione diversa dalla sua. Non teme che il suo saio possa ostacolare il dialogo?
L'esperienza m'insegna che, lungi dall'essere un ostacolo, il saio che porto è un mezzo di collegamento e quindi può essere uno strumento di dialogo. Per quanto ciò possa risultare paradossale, non ho l'impressione che le persone di altre religioni con cui sono in contatto si sentano a disagio per il fatto di esprimere chiaramente la mia identità confessionale. D'altronde, vorrei essere a disposizione di chiunque creda di trovare in me un interlocutore.
Tra pochi giorni è Natale. Quale ricordo natalizio della sua infanzia porta ancora oggi con sé?
Ricordo sempre con piacere quando, da bambini, aspettavamo di poter mangiare, già prima di Natale, i biscotti bruciacchiati preparati da nostra madre... Ma ricordo pure la messa di mezzanotte a cui, finché eravamo tutti a casa, partecipavamo con i nostri genitori. 

Pubblicato

Venerdì 21 Dicembre 2007

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