Il ritorno dell'operaio "Cippa"

C'era una volta l'operaio metalmeccanico. Indossava la tuta blu, scioperava frequentemente e spazzava le officine e i reparti con agguerriti cortei interni per poi uscire fuori dalla fabbrica e riprendersi la città. Era il punto di riferimento della sinistra, linfa e ragion d'essere dei sindacati. Di nome faceva Cipputi, il mitico "Cippa" di Altan. Aveva in testa l'egualitarismo, temuto dai padroni e dalle destre per le sue pretese egemoniche. Poi, un giorno di inizio anni Ottanta improvvisamente scomparve, quasi cancellato dall'immaginario collettivo dopo la sconfitta subita a Mirafiori e l'inizio della feroce vendetta capitalista che fu capace – con l'aiuto di tanti, pentiti e modernisti – di riconquistare l'egemonia borghese nei posti di lavoro e nella società. Il muro della Mirafiori si sbriciolò peggio di quello di Berlino e tutti vissero felici e contenti (?) alla faccia del Cippa. Tanto più che, oltre che dall'immaginario collettivo, la nostra tuta blu era stata praticamente cancellata anche dalla realtà, con la Fiat che andava a morire mentre letteratura e sociologia sfornavano tonnellate di ideologia post-industrialista, post-fordista e post-taylorista. Esplodevano i ceti medi vestiti di ben'altra tuta, capaci di attrarre moderne sinistre e sindacati redenti. Amen.

In un giorno di dicembre del nuovo millennio, correva l'anno 2006, scoppiò la bomba – sembrò quella "proletaria" di Guccini. Un'assemblea nella fabbrica che non c'era più, Mirafiori, animata da migliaia di invisibili tute blu che nel frattempo subdolamente non erano scomparse ma erano diventate di tutti i colori a misura della frantumazione del lavoro in era liberista, flessibile e precaria, riportò l'obiettivo sul moderno Cipputi. Si scoprì che oltre a esistere, alla faccia della cecità mediatica continuava a rompere i coglioni come 26 anni prima, persino a fischiare sindacalisti troppo comprensivi delle ragioni del mercato e governi presunti amici con la stessa attitudine dei sindacati confederali. Gridò la sua condizione alla catena di montaggio, denunciò con rabbia sfruttamento e alienazione, mostrò ai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil i polsi gonfi per la tendinite provocata dal lavoro a braccia alzate, tutto il giorno e tutta la vita a ripetere lo stesso movimento e una busta paga di 1.000 euro al mese. Disse che voleva decidere lui che fare dei suoi soldi (il trattamento di fine rapporto), e che i sindacati messi sotto pressione da governo e padroni non provassero a fottergli la pensione o un'ora sola di libertà dal lavoro, o una pausa. Fu uno shock collettivo rivedere Cipputi, riscoprire che Mirafiori esisteva ancora e anzi, aveva ripreso a tirare a tutta birra con tanto di straordinari e turni di notte. E scioperi, per cambiare l'organizzazione del lavoro. Un vero shock rivedere le tute multicolore da Vespa e Floris e Santoro, nei salotti a lungo preclusi. E ricominciò la storia.
Non è una favola, questa che vi raccontiamo e fa stropicciare le mani ai pochi operatori sociali, sindacali, politici e giornalisti per troppo tempo hanno ululato alla luna che la storia non era finita ma solo nascosta dalle nuvole dell'ideologia. A Mirafiori si è continuato a lavorare, in meno, guadagnando meno, soffrendo di più. A Mirafiori la forza lavoro è scesa dai 60 mila del '79 ai 30 mila del 2000, fino ai 15 mila di oggi. Ma nel 2006, per la prima volta, s'è invertita la tendenza e sono ripartite le assunzioni nella fabbrica d'automobili più grande d'Europa. Le quattro ruote sono di nuovo a trazione integrale e fanno sopravvivere la disastrata economia italiana, incidendo positivamente sulla bilancia dei pagamenti. La Fiat è miracolosamente sopravvissuta ai colpi inferti a inizio millennio dal mercato globale e, soprattutto, dall'ignavia e dal masochismo dei suoi padroni, la dinastia degli Agnelli che aveva in mente un futuro fatto di finanza, senz'auto, senza operai. Un miracolo che ha due protagonisti: la resistenza operaia e Sergio Marchionne, l'amministratore delegato del Lingotto che ha creduto e investito sull'antico core-business della Fiat. Sono arrivati i nuovi modelli, si è ricostruita l'immagine delle quattro ruote italiane, sono fioccati gli accordi internazionali con altri marchi, è ripartita la produzione in India, in Cina, in Polonia, in Turchia, in Russia, in Sudamerica. Sono tornati a crescere i volumi produttivi in Italia, a Melfi come a Mirafiori. Ed è ripartita la lotta operaia.
In due anni Marchionne è riuscito a tener fede alla sua promessa: risanare i conti e rilanciare l'auto senza chiudere stabilimenti e licenziare. Tra le poche eccezioni nel coro che cantava la sciagura del costo del lavoro, l'ad del Lingotto spiegò che il costo del lavoro incide pochissimo sul costo generale della vettura e le ragioni della crisi andavano ricercate altrove. Il difetto stava nel manico, nei piani alti della proprietà e dell'azienda, nella burocrazia sabaudo-militare che alla Fiat ha sempre dettato legge, privilegiando la fedeltà rispetto alla qualità. E così la musica è cambiata e persino le relazioni sindacali – negate per anni – hanno ripreso uno straccio di normalità. Finalmente è stato raggiunto un accordo per il rinnovo del contratto integrativo, una boccata d'ossigeno per i miseri salari operai. Le tute ex-blu finalmente hanno ricominciato a pensare a un futuro possibile e i sindacati a contrattare flessibilità, organizzazione del lavoro e nuove assunzioni e non più soltanto uscite e ammortizzatori sociali. Più sicurezza vuol dire più propensione al conflitto. Soprattutto, i fischi a Epifani, Bonanni e Angeletti e gli applausi alla Fiom-Cgil che per anni, in solitudine, ha continuato a difendere la condizione operaia in fabbrica, dicono che nessuna delega è pensabile sulla contrattazione delle condizioni di lavoro. Le Rsu sono diventate non più rappresentanze sociali di gruppi omogenei ma rappresentanze politiche che riportano in officina la linea delle rispettive organizzazioni. Tutto questo, hanno detto gli operai ai segretari di Cgil, Cisl e Uil che rientravano a Mirafiori dopo 26 anni di colpevole assenza, deve finire. Chi può essere il soggetto del cambiamento dell'organizzazione del lavoro, se non il delegato di fabbrica?
Tra la fine degli anni Novanta e l'inizio del nuovo millennio lo sfruttamento è andato alle stelle: sono aumentati i ritmi e diminuite le pause, alla faccia delle conquiste dei decenni precedenti sul lavoro in linea, sull'ergonometrica della prestazione, grazie soprattutto all'introduzione del sistema cosiddetto Tmc2 che ha aumentato la fatica riducendo la durata della battuta a meno di un minuto. Con la nuova metrica sono aumentati gli effetti nocivi sulla salute – tendinite, problemi alle ossa e alla colonna vertebrale. Al punto che la Fiom aveva presentato una denuncia alla Procura della repubblica, trovando ascolto nel sostituto procuratore Raffaele Guariniello, uno che di organizzazione del lavoro, malattie professionali e nocività se ne intende come pochi. 67 dirigenti Fiat sono finiti sotto processo per lesioni gravi e gravissime, il è processo appena iniziato a Torino. Il magistrato punta a far cessare a monte la produzione di danni alla salute, imponendo un intervento sulle cause. Marchionne non intende rischiare la condanna per colpe altrui e ha subito preso il toro per le corna. Esiste una metodologia applicata a livello mondiale che misura la fatica e i rischi della prestazione lavorativa, si chiama Ocra dal nome dei due medici italiani che l'hanno inventata. Con Ocra si possono rilevare i danni prodotti dalla metrica Tmc2 e Marchionne ha deciso di assumerla, ammettendo (per la prima volta) che l'organizzazione data può produrre danni ai lavoratori. Ora l'80 per cento delle postazioni lavorative a Mirafiori è sottoposto ai rilievi complessi previsti dall'Ocra e, progressivamente, lo stesso sistema sarà esteso a tutti gli stabilimenti Fiat.

La salute monitorata

Cosa cambierà il nuovo approccio – denominato Ocra (cfr articolo principale) – al lavoro operaio in casa Fiat? Là dove i danni alla salute vengano riconosciuti, bisognerà riorganizzare diversamente il lavoro e le pause e prevedere la rotazione delle mansioni più gravose e ripetitive. Qualcosa è già cambiato, per esempio in lastratura dove da anni sono in piedi lotte per migliorare le condizioni e dove è in atto una sperimentazione, al termine della quale sarà possibile arrivare a un accordo sindacale. Nel frattempo, l'azienda torinese sta formando i tecnici per l'esportazione negli altri stabilimenti della nuova metodologia di controllo. Se la Fiat vuole produrre vetture di qualità per competere nel mercato globale, deve occuparsi di come gli operai lavorano e migliorarne la prestazione. Senza dimenticare che il miglioramento delle condizioni riduce il tasso di conflitto: ci sono Ute (unità tecnologiche elementari) dove si è scioperato e si continua a scioperare. Un secondo elemento che contribuisce al parere positivo di operai e sindacalisti sull'azione di Marchionne è la quasi assenza del lavoro atipico e precario a Mirafiori. Il terzo, da non sottovalutare, è il cambiamento culturale introdotto nel mondo dei quadri e dei dirigenti, testimoniato dalla diminuzione radicale dei provvedimenti disciplinari.

Pubblicato il

22.12.2006 06:00
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