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Il ritorno dei militari, non solo in Libia

di

Giuseppe Acconcia

Khalifa Haftar vorrebbe mettere le mani su Tripoli. Dal 2014, quando per la prima volta tentò di conquistare la Tripolitania, partendo da Bengasi, con la parte dell’esercito che lo sostiene, si sono ripetuti i tentativi del generale libico, grazie al sostegno francese, egiziano, di Arabia Saudita e dei Paesi del Golfo. Anche il presidente russo, Vladimir Putin, ha più volte appoggiato le mire di Haftar per il controllo dell’intero paese. Questa volta Haftar è arrivato fino a Garian, a pochi chilometri dalla capitale libica, alla vigilia della conferenza sul futuro della Libia di Gadames. Il premier del governo di unità nazionale, Fayez al-Serraj, e il vice-premier, Ahmed Maitig, appoggiati dalle milizie di Misurata, da Qatar e Turchia hanno chiesto lo stop immediato delle operazioni. Per impedire un’escalation del conflitto anche i governi inglese e tedesco stanno mediando per evitare l’arrivo di Haftar a Tripoli. Sulla stessa linea sono Italia e Stati Uniti. «L’atto dimostrativo di Haftar si è trasformato in una guerra di logoramento. Ha dalla sua un esercito forte e le armi saudite, ma non si aspettava la risposta delle milizie di Misurata», spiega Michela Mercuri, curatrice di “Migrazioni nel Mediterraneo. Dinamiche, identità e movimenti” (Franco Angeli, 2019).
Ma il ritorno dei militari in grande stile non riguarda solo la Libia. Dopo il colpo di Stato militare che ha portato al potere Abdel Fattah al-Sisi in Egitto nel 2013, insieme a una repressione capillare tra le più dure della storia egiziana, e il consolidamento del presidente siriano, Bashar al-Assad, l’esercito di Haftar sta tentando di arrivare a Tripoli, mentre anche le altre transizioni, avviate in queste settimane, vengono guidate da militari in Algeria e Sudan. L’esercito algerino, meno forte rispetto ai militari dei
paesi vicini, ascoltando le richieste della piazza ha puntato sulle dimissioni del presidente, Abdelaziz Bouteflika, che, dopo anni di malattia, ha prima escluso una sua ricandidatura e poi si è dimesso il 2 aprile scorso. Il presidente ad interim, Abdelkader Bensalah, ha annunciato che le elezioni si terranno il prossimo 4 luglio, mentre proseguono le manifestazioni di piazza nel paese.


La stessa sorte è toccata al presidente sudanese, Omar al-Bashir, che è stato arrestato dopo 30 anni al potere dall’esercito sudanese, dopo mesi di manifestazioni di piazza. Bashir, leader dei Fratelli musulmani sudanesi, è stato accusato di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale. La giunta militare ha annunciato due anni di governo di transizione prima del voto. Il simbolo delle proteste che hanno portato alle dimissioni anche del generale che ha guidato il golpe, Awad Ibn Auf, in favore del suo successore il luogotenente, Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, è la giovane, vestita di bianco come la regina nubiana Kandaka, Alaa Salah. In prima fila contro il regime di al-Bashir c’è il sindacato fuorilegge, Associazione professionale sudanese (Aps), i cui leader, al-Mustafa e al-Asam, per anni in carcere, hanno spinto alle proteste avviate lo scorso dicembre contro il taglio dei sussidi e l’aumento dei prezzi.

Pubblicato

Mercoledì 17 Aprile 2019

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