Affari nostri

Sono cresciuta in una famiglia tutta a sinistra. Biberon, L’Unità e nonni, zii e genitori affaccendati a tentare di cambiare il mondo. Da bambina ero terribilmente affascinata dai Camalli, i portuali di Genova. Una lunga tradizione li ha visti lottare per i diritti dei lavoratori e impegnarsi sui temi forti della giustizia sociale. Quasi cado dalla sedia a scoprire, con colpevole ritardo, che anche oggi a Genova i portuali sono in prima fila per una battaglia importante. Devo la notizia ad una giovane e talentuosa videomaker, Perla Sardella, finalista all’ultima edizione dei Dig Awards, il festival del documentario d’inchiesta che si è appena concluso a Modena.

 

Sardella ha portato a concorso Dockworkers, un progetto importante per la sezione Pitch del festival, che premia progetti di film investigativi in fase di sviluppo o pre-produzione. Insieme alla collega Susanne Reber, giornalista d’inchiesta dalla lunga esperienza nel mondo della narrazione radio, alleno i finalisti del Pitch al temuto incontro con la giuria. Simuliamo quello che accadrà sul palco del festival: come finalista hai dieci minuti per presentare il progetto e convincere i giurati ad assegnarti il premio, che è un bel riconoscimento e comprende quindicimila euro, che per portare avanti un film non sono tanti, ma possono essere un aiuto importante.

 

Il progetto di Sardella purtroppo non ha vinto, ma quest’anno al Dig Pitch erano molti i finalisti di alto livello. Sardella ha raccontato come i camalli del Duemila stiano tenendo alta la tradizione di chi li ha preceduti e stavolta si tratta di traffico di armi. Proibito da mille convenzioni, eppure motore chiave dell’economia globale. Messo all’indice da leggi nazionali e trattati internazionali che trasudano ipocrisia: si possono produrre armi da guerra, ergo si possono vendere e comprare. Ma non si può fare, almeno in teoria, se di mezzo c’è uno stato non democratico oppure in guerra, o un governo che non rispetta i diritti umani e che potrebbe usarle per affogare nel sangue il dissenso.

 

Definire uno stato non democratico è diventata opera sempre più ardua: viviamo in un’epoca buia, la propaganda galoppa e i confini sfumano, tanto che è sempre più difficile distinguere i buoni dai cattivi. E poi: leggi alla voce rispetto dei diritti umani. Anche i primi della classe, nessuno escluso, si ritrovano ogni tre per due a calpestare questo o quel diritto fondamentale e la caratteristica che ricorre è negare tutto, sempre. Sul traffico di armi, poi, il cosiddetto “dual use” è il trucco più amato per vendere e comprare: se un certo apparecchio ha un potenziale utilizzo civile, va tutto bene. Eppure sappiamo che spesso proprio quel componente sarà utilizzato per fini mortiferi.

 

Nelle maglie del sistema si perdono allora le buone intenzioni e qui entrano in gioco i lavoratori del porto di Genova che fanno parte del Calp, Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali. Il logo del Calp ha qualcosa di geniale. Assomiglia a una falce e martello di ormai classica memoria, al posto della falce però c’è un’ancora. Calp fa le pulci ai cargo e impedisce l’attracco alle navi che nella pancia nascondono armi. Perché lo fanno? «Non vogliamo che nel porto in cui lavoriamo transitino strumenti di morte», chiosa il collettivo. Anche senza il premio di Dig, il film di Sardella s’ha da fare. Se leggendo vi siete appassionati, e magari avete una buona idea per co-finanziarlo, battete un colpo. Il lavoro e i contatti di Perla Sardella sono on-line: https://ps.persona.co/

Pubblicato il 

22.10.20..
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