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«Il rischio è l’isolamento sociale»

di

Claudio Carrer
Le profonde modifiche dell'organizzazione del lavoro intervenute negli ultimi anni nella nostra società stanno avendo effetti non indifferenti sulla salute delle persone:  parecchi studi dimostrano che il ricorso a cure psichiatriche aumenta parallelamente all'insicurezza dell'impiego. Di fronte alla prevista esplosione della disoccupazione giovanile, abbiamo interpellato la dottoressa Carlotta Vieceli, psicologa presso il Laboratorio di psicopatologia del lavoro di Lugano, una struttura operativa dal 2005 che si occupa di osservare e analizzare il fenomeno della malattia legata al mondo del lavoro.
Dottoressa Vieceli, in linea generale, è corretto affermare che la malattia può essere sia causa sia effetto della disoccupazione?
Certamente. Anche se, dal nostro osservatorio, siamo maggiormente confrontati con situazioni di persone che si ammalano sul posto di lavoro o per effetto della precarietà. A grandi linee, è possibile infatti individuare diverse tipologie di situazioni con le quali il Laboratorio di Psicopatologia del Lavoro si trova confrontato. Vi sono persone che sviluppano un disagio psico-fisico a seguito di problematiche vissute sul posto di lavoro, altre che si ammalano a seguito della perdita del lavoro e/o che vivono una situazione di costante precarietà con periodi di disoccupazione anche protratti nel tempo e con importanti conseguenze sulla salute psichica.  
Quali effetti può avere la disoccupazione sulla salute psico-fisica del giovane in particolare, sia a livello di percezione soggettiva che di malattia obiettiva?
Si assiste ad una crescita esponenziale di giovani la cui prima esperienza con il mondo del lavoro è la disoccupazione a medio-lungo termine. Che questo significhi essere senza impiego percependo delle indennità di disoccupazione o semplicemente essere senza impiego poco importa. Le ripercussioni sulla costruzione e sul senso della propria identità sono egualmente importanti. A livello di percezione soggettiva, vi è una difficoltà a mantenere una visione del futuro in una società in cui l'orizzonte temporale è sempre più corto e sovente si riduce al "lavoro a giornata". Vengono a mancare gli elementi di controllo sulla propria vita, di pianificazione, di visione a lungo termine. Ciò determina spesso ansia, paura e talvolta si assiste allo sviluppo di un senso di ineluttabilità e perdita di speranza. Come afferma Luciano Gallino [uno tra i più autorevoli sociologi italiani ndr], la flessibilità del lavoro diviene precarietà della vita.
Alcuni riescono a trarre dall'incertezza una sorta di spinta creativa. Si pongono nell'ottica della sfida costruttiva e individuano soluzioni nuove. Ciò è tanto più facile quanto più i giovani hanno la possibilità di unirsi tra loro e trovare un sostegno mirato e concreto che li aiuti nella realizzazione pratica delle loro idee. Ma questa non può essere la soluzione e la risposta per tutti.
La sommatoria di lavori interinali e di breve durata, in generale, è infatti un importante ostacolo alla creazione di un curriculum professionale lineare e dotato di senso. Spesso, nel contesto di selezione si assiste a curricula frammentati, spezzettati, proprio come le vite delle persone. Il "vantaggio" di essere giovani e poter accedere, seppure in maniera transitoria e attraverso contratti di breve durata al mondo del lavoro, non dura in eterno.
I rischi per la salute psichica e fisica per un lavoratore giovane occupato a tempo determinato sono maggiori. Essi infatti non partecipano alla vita aziendale, su di loro spesso non si investe né in termini di aumento e approfondimento delle competenze né in termini di aggiornamento sulle tematiche della sicurezza sul posto di lavoro.
In che misura il venir meno della protezione sociale (al termine di un lungo periodo di disoccupazione e dunque del diritto alle indennità) può aggravare la situazione?
Il passaggio da una condizione di "disoccupato" ad una di "persona a beneficio dell'assistenza sociale" è un cambiamento che la maggioranza delle persone (e quindi anche i giovani) vive come un ulteriore fallimento nel proprio cammino. Ciò ha delle importanti ripercussioni sull'autostima della persona e sulla propria capacità di agire con efficacia nel contesto sociale per costruirsi un'identità personale e professionale e un posto come membro attivo della comunità.
Inoltre è evidente come l'assenza protratta dal mercato del lavoro o l'impossibilità ad entrare a farvi parte in maniera continua determina un circolo vizioso da cui è sempre più difficile ripartire. Il rischio è l'isolamento sociale con le conseguenze che ne derivano.
Inoltre, ancora troppo spesso ci si confronta con il pregiudizio rispetto all'assunzione di persone che sono a beneficio dell'assistenza. Tale pregiudizio, se consideriamo la difficile situazione del mercato del lavoro attuale risulta oramai anacronistico.
Sulla base della sua esperienza, constata un peggioramento della situazione negli ultimi mesi?
Per quanto concerne la nostra attività, abbiamo un andamento costante delle segnalazioni.   
Commentando il fenomeno, il presidente del Partito socialista svizzero Christian Levrat ha recentemente definito la disoccupazione giovanile una "bomba sociale". È d'accordo con questa affermazione?
L'aumento della disoccupazione giovanile è sicuramente un problema da non sottovalutare che se prosegue potrebbe determinare importanti conseguenze su tutta la società. Talune di queste conseguenze sono facilmente deducibili. Altre, in particolare per ciò che concerne le conseguenze psicologiche a lungo termine sono da approfondire. Non si tratta infatti di sole conseguenze economiche. Lo sviluppo di una percezione di sé a breve termine determina presumibilmente anche una visione a breve termine del mondo circostante e riduce, da parte dei giovani, la disponibilità, il desiderio e il coinvolgimento ad investire nella progettazione di interventi di cambiamento sociale a lungo termine. In altre parole, è difficile costruire il futuro della società se si "condannano" i giovani a partire da una visione di sé stessi a breve termine.
Che tipo di presa a carico è indicata per queste persone?
Il Laboratorio offre una presa a carico multidisciplinare in cui l'assistente sociale, la psicologa, il medico psichiatra lavorano in stretta sinergia con gli altri partner presenti sul territorio al fine di garantire un intervento che sfrutti appieno la potenzialità di tutta la rete sociale. Nella maggior parte dei casi, i giovani che si rivolgono a noi non hanno un disagio psichico conclamato. La loro richiesta è di supporto e aiuto nell'orientarsi in un contesto che vivono come caotico, di difficile gestione e scarsamente prevedibile. La presa a carico in questo caso si prefigge certamente di rispondere al malessere del giovane in difficoltà, ma senza medicalizzare, inserendo invece il disagio all'interno del contesto socio-economico in cui si sviluppa ed aiutando la persona ad individuare un cammino che le consenta di crearsi una percezione di sé come stabile pur all'interno di un contesto sociale "instabile". 

Pubblicato

Venerdì 19 Giugno 2009

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