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Il rischio di Rose

di

Tiziana Filippi
Chi ha letto il libro di Sennett , L’uomo flessibile, conosce già Rose. Proprietaria di un bar collocato nel seminterrato di una vecchia fabbrica a New York, Rose, giunta alla soglia della mezza età, decide di dare una svolta alla propria vita. Ceduto in affitto il suo bar accetta il lavoro che le era stato offerto da un’agenzia pubblicitaria specializzata in bevande alcoliche. Dopo solo un anno Rose, di ritorno al suo bar dirà: «Non avevo più la forza di resistere». Rose, che era certo una donna coraggiosa, aveva sì deciso di correre il rischio di scombussolare la sua tranquilla esistenza per «combinare qualcosa di più interessante», ma il genere di rischio che le si era rivelato nel nuovo lavoro era di natura tale da mettere a repentaglio l’integrità stessa della sua esistenza. Nel nuovo lavoro il correre dei rischi non era un evento eccezionale ma una normale necessità quotidiana che, insieme con il doversi sempre attenere al presente immediato, aveva posto Rose in uno stato di continuo impegno emotivo, di continua preoccupazione e instabilità interiore. Un senso di incertezza Ma la nuova condizione lavorativa aveva portato a Rose altro ancora: prima di tutto un senso d’incertezza (il contratto di Rose durava due anni, ma le avevano fatto capire che potevano licenziarla in qualsiasi momento), poi il sentimento di essere sempre giudicata, ma in assenza di criteri oggettivi di riferimento, insieme con la sensazione che la sua esperienza accumulata nel corso degli anni fosse irrilevante e che gli sforzi fatti sul posto di lavoro fossero insignificanti. Rose aveva finito per sentirsi completamente disorientata, spaesata, vulnerabile, («non capivo come stessero le cose») e aveva capito che quel genere di vita che stava facendo la «logorava nell’intimo», intaccava qualcosa che le era essenziale. Occupandosi di pubblicità Rose era entrata in quel vasto programma aziendale di diffusione del marchio (branding) descritto da Naomi Klein e aveva fatto parte di quella complessa categoria di lavoratori (mentali) che nella reticolare suddivisione internazionale del lavoro si occupano della valorizzazione del marchio destinato a merci, la cui produzione materiale, il più delle volte, è dislocata in tutt’altra parte del mondo. Da Rose ci si aspettava, presumibilmente, che mettesse al lavoro non solo la sua intelligenza, le sue conoscenze e competenze, le sue capacità relazionali e comunicative, ma anche la ricchezza che poteva venirle dalle sue relazioni amicali, dai suoi interessi e perfino dalla sua capacità di divertirsi. Ci si aspettava che Rose si prestasse a veicolare quel patrimonio di sapere, cultura e immaginario che appartiene a tutti nella produzione di stili di vita da prestare all’identità dei consumatori, nella produzione di significati (loghi) con cui rivestire degli involucri materiali (merci con un prezzo), la cui acquisizione dà l’illusione di riappropriarsi della ricchezza persa (del senso perso). Una possibilità di libertà Da chi invece come Rosalie e Raquel, giovani operaie della zona industriale di esportazione di Cavite (Filippine) di cui ci parla Naomi Klein nel suo NoLogo, si occupa della lavorazione materiale delle merci ci si aspetta che contribuisca a produrre ai costi più bassi possibili. Come Rose, anche Rosalie e Raquel devono in qualche modo aver deciso di rischiare quando hanno lasciato il loro villaggio. Forse devono aver sperato di lasciarsi alle spalle antiche istituzioni e legami patriarcali e di poter guadagnare con il denaro anche una possibilità di libertà e di autonomia così da reimpostare i rapporti con la famiglia. Ma a Cavite hanno trovato per ora in azione solo la libertà del capitale. Cavite è infatti una zona industriale di esportazione (molte altre ce ne sono e ne stanno nascendo nel «Sud» del mondo) dove si concentrano le imprese che prendono in appalto (o in subappalto) la produzione soprattutto di capi d’abbigliamento, giocattoli, scarpe, apparecchi elettronici. Cavite è una specie di microcosmo economico, recintato e presidiato militarmente, fatto, si presume, di 207 fabbriche, con laboratori senza finestre con le pareti d’alluminio e di plastica «dove lavorano per lo più giovani donne, silenziosamente, su macchinari rumorosi». Cavite è una zona franca, una di quelle «aree denazionalizzate», precluse alle amministrazioni locali, dove le industrie non sono generalmente soggette a tassazione e godono di normative flessibili, e dove i diritti dei lavoratori, insieme con i sindacati, sono banditi. È un luogo che può essere facilmente abbandonato non appena altrove si intravvedano possibilità di profitti più alti, lasciando chi rimane a fare i conti con lo sfascio sociale e ambientale. Per Rosalie e Raquel la libertà di commercio e di movimento dei capitali si traduce in un contratto di lavoro temporaneo e a breve termine (mai più di cinque mesi), turni di lavoro lunghissimi (nelle Filippine 12 ore, e in Cina Meridionale fino a 16 ore), obbligatorietà degli straordinari (anche per molte sere di seguito fino alle due di notte), il licenziamento al compimento dei 25 anni, salari inferiori ai livelli di sussistenza e quindi l’impossibilità di mandare soldi alla famiglia di origine, un lavoro monotono faticoso e poco specializzato che sfrutta all’estremo l’abilità delle loro mani, messa a punto nell’ambito famigliare, e infine, fuori dagli stabilimenti, una vita desolante, e le notti a dormire stipate in pochi metri quadrati di baracche. Il ruolo della comunicazione Rose e le giovani operaie di Cavite partecipano tutte dello stesso «mondo globale» che per funzionare ha bisogno del lavoro, di donne e di uomini, in ogni sua nuova modalità. Il processo di globalizzazione è infatti strettamente connesso con le trasformazioni nella natura del lavoro incentrate sul ruolo della comunicazione e del sapere, che, nella forma di lavoro vivo, partecipano a tutti gli effetti al processo di valorizzazione. La comunicazione è per cosi dire ciò che innerva l’intero processo economico (dalla produzione di merci e servizi alla loro distribuzione), attivando la cooperazione tra tutti coloro che vi partecipano: nella fabbrica postfordista si accompagna alle macchine con compiti di organizzazione, regolazione, sorveglianza, realizza le esigenze di flessibilità nel processo produttivo, consente alla produzione di aderire prontamente alle oscillazioni della domanda (di prevederla e anche di preordinarla), coordina l’esternalizzazione di interi segmenti produttivi (appalti), gestisce i nuovi rapporti tra mercato globale e mercati locali, fluidifica l’accumulazione finanziaria, e mette in relazione lavori immateriali (cognitivi e/o fondati sulla manipolazione di simboli come quello di Rose) con lavori manuali di tipo ottocentesco (come quelli di Rosalie e Raquel, nei quali la parola è vietata). Nel processo produttivo il lavoro comunicativo-relazionale, (spesso non separabile dalle altre forme del lavoro), concorre alla produzione di valore, senza necessariamente materializzarsi in merci vere e proprie. Una delle modalità di lavoro vivo che più gli è vicina è il lavoro domestico che è un continuo operare in un circolo senza apparente prodotto (Marazzi). Il lavorare comunicando richiama infatti in causa tutta una serie di capacità e di competenze (come la relazione con gli altri, la disponibilità a prendersi cura di, la gestione dell’imprevedibilità, la flessibilità, il destreggiarsi tra alternative diverse, l’innovarsi continuamente, l’attitudine alla trasmissione del sapere e infine la confidenza con il linguaggio) che da sempre le donne hanno praticato nella sfera domestica (e infatti dal racconto che ne fa Sennett, deduciamo che Rose fosse piuttosto abile nel suo lavoro tant’è che era sopravvissuta, mentre altri nuovi arrivati erano stati licenziati). A ciò si aggiunga che gli aspetti di flessibilità mobilità e anche di precarietà e marginalità che possono connotare i nuovi lavori, intaccando il senso di continuità dell’esistenza, hanno sempre già fatto parte, per necessità o per scelta – perché c’entra, qui, anche un desiderio femminile – della stessa storia lavorativa delle donne con l’alternarsi nelle diverse fasi della vita di maternità, cure agli anziani ed entrate e uscite dal mercato del lavoro. Affetti e valori messi in gioco Le moderne forme del lavoro richiedono di mettere in gioco la soggettività tutta intera (persino i nostri sentimenti, affetti e valori più profondi vengono in qualche modo messi a profitto) tendendo a far coincidere lavoro e vita personale. E anche qui c’è un’apparente convergenza con le pratiche di molte donne che, da sempre , hanno cercato di evitare che il tempo di lavoro si trasformasse in tempo di non vita. Mediante le strategie più complesse, anche ambigue e contraddittorie, molte donne hanno cercato di salvaguardare l’interezza della propria esistenza, all’occorrenza sottraendosi alle esigenze totalizzanti del tempo di lavoro o, viceversa, portando tutte se stesse al lavoro per non scinderlo dal tempo di vita. Mi spingerei a sostenere che, come si va profilando la generale condizione umana odierna, essa richiama per alcuni aspetti la condizione di escluse-internate (Fouque) patita in passato dalle donne nell’ordine patriarcale. Penso in particolare al fatto che vivere in un «mondo globale» vuol dire essere cooptati in un ordine che sembra sovrastarci come una forza naturale ma incorporea e smisurata – contro cui non potremmo nulla – e nello stesso tempo partecipare con gli altri a una situazione di precarietà, di incertezza senza condividerla con gli altri perché si stanno sgretolando i legami sociali, mentre sul posto di lavoro tornano a predominare rapporti personali di tipo servile. Per le donne la condizione di escluse – internate ha significato una sofferenza enorme anche indicibile – ma molte hanno anche messo a fuoco raffinate strategie di sopravvivenza per salvaguardare la propria integrità esistenziale. Non è un caso che Rose che era una donna coraggiosa abbia saputo non esserlo a oltranza ritirandosi per tempo dal lavoro che minacciava di logorarla. Ma perché evocare propensioni, atteggiamenti e scelte femminili che in passato sono stati considerati irrazionali? Perché, per le ragioni che ho schematicamente richiamato, gli stessi possono sì essere messi al lavoro produttivamente nell’economia globale, ma nello stesso tempo segnalano una diversità femminile che è una ricchezza anche per chi voglia contrastare l’opera distruttiva della pretesa razionalità economica sulle cose e le persone. Pensiamo ad esempio all’aspetto della relazionalità nel lavoro in condizioni capitalistiche: ciò che qui conta di qualsiasi forma di relazione è la possibilità dell’uso strumentale nel processo di valorizzazione. Invece le donne hanno la tendenza a coltivare le relazioni per se stesse, per il loro essere relazioni vive concrete e quindi senza finalità strumentali che, anzi, sono una fonte di sofferenza. Relazioni che ci fanno sentire forti e che ci orientano, capaci di essere una barriera all’alienazione. Emerge bene dal libro di Naomi Klein che il capitalismo non produce solo merci, ma cerca di soddisfare il nostro bisogno di esistenza simbolica producendo e offrendoci dei significati-feticci (marchi). È sul piano del simbolico che si pone il conflitto tra la libertà del capitale di colonizzare il nostro desiderio e il nostro stesso desiderio sempre incolmabile che ci muove alla ricerca di un senso libero della nostra esistenza. La politica diventa allora lotta in prima persona per le parole per dire fedelmente la propria esperienza, i desideri, le proprie risorse, i problemi, la sofferenza. E anche nella breve ma intensa uscita dal silenzio della giovane Rosalie si sente fortemente quanto sia importante la presa di parola in relazione nel percorso della presa di coscienza, che è il presupposto anche di qualsiasi battaglia sociale perché come sottolinea Lia Cigarini la liberazione presuppone la libertà. La politica è ricerca sempre continua di un linguaggio originale, creativo, spiazzante per rappresentare ciò che c’è oltre, ciò che è indicibile dentro le simbologie del capitalismo. Bauman ha sottolineato che ciò che aumenta non è solo e non è tanto il divario economico degli esclusi, ma soprattutto la estromissione dal piano della produzione di senso. Anni fa il movimento politico delle donne ha scoperto – del tutto indipendentemente dagli sviluppi attuali del capitalismo – la politica del simbolico come quella cosa, dice Luisa Muraro, che ha valore senza costare tanti soldi, fatta della pratica di relazione, di presa di parola, e del partire da sé. Lì chi vuole rischiare di rischiarare la propria esistenza può trovare delle indicazioni preziose.

Pubblicato

Venerdì 1 Febbraio 2002

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